I vecchi tempi della fiera del libro nella Casa delle culture Krupskaja di San Pietroburgo

Fonte: The Village

Articolo: Julja Galkina. Fotografie: Viktor Jul’ev. Data pubblicazione: 15, marzo, 2017.

Quest’anno ricorre il quarto anniversario della fiera del libro presso la Casa delle culture Krupskaja di San Pietroburgo: la leggendaria “Krupa”. Nei primi anni ’90, quando i librai di Leningrado si spostarono dal circolo “Vodokanal” al teatro (sede dell’odierna fiera, ndt), nel fine settimana vi si riversavano un gran numero di persone. Secondo chi lo frequentava, attorno a “Krupa” c’era un’eccitazione insolita. In cima alla lista dei libri che vi si potevano trovare, c’erano quelli la cui commercializzazione era difficilmente concessa, e per questo enormi folle si riversavano dalla stazione metropolitana Elizarovskaja al civico 105 della Prospettiva Obuchovskoj Oburony, dove si trova la fiera, per comprare Alexandre Dumas o Agatha Christie.

Oggi è tutto cambiato. Lo sviluppo di internet, dei libri elettronici, l’espansione delle grandi catene di librerie e la nascita di nuove indipendenti, hanno allontanato i lettori dal “Krupa”. Tuttavia, in molti sono gli affezionati rimasti. Tutto questo si può vedere se si va il sabato o la domenica, perché sono giorni di intenso movimento commerciale (la fiera è aperta tutta la settimana tranne il lunedì). Il giovedì e il venerdì, tra “Krupa” e la fiera del libro “Olimpijskij vanno e vengono diversi camion: da Mosca arrivano i libri “Eksmo” (casa editrice moscovita, fondata nel 1991), mentre “AST” (casa editrice pietroburghese, fondata nel 1993) e altri editori metropolitani vengono trasportati da San Pietroburgo.

Descrivere la struttura attuale di “Krupa” è difficile: è caotica. “Ci sono persone che affittano spazi per vendere la propria merce”, racconta la responsabile del servizio informativo Julija Zartajskaja. Si può trovare un libro dal database della fiera. Lì sono registrate anche le maggiori vendite della settimana. Al primo posto adesso c’è un libro per tenere occupati i bambini “Gravity Falls. Diario 3”, e, da qualche parte tra Aleksej Ivanov e Sasha Sokolov, “Le regole d’oro di Donald Trump”.

Oltre ai libri (da quelli usati alle novità editoriali, dalla narrativa alla letteratura medica) a “Krupa” trovi questo mondo e quell’altro:  cancelleria e uniformi scolastiche, giocattoli e miele, oggetti per filatelisti, scacchi, materiali per disegnare e merci per lavorare a mano. In tutto sono tre piani, dove prima c’era il palcoscenico, i camerini e le sale costumi adesso si trova la Fiera del mondo delle gemme. Qui si possono trovare pietre, bigiotteria, gioielli di artigianato e folcloristici; tutti i tipi di Feng-Shui e gli incensi vengono venduti nei vari piani mentre si va verso l’area del libro. L’amministrazione della fiera del libro si trova al terzo piano e divide gli uffici dai negozi degli affittuari, tra i quali ci sono quelli di numismatica, esoterismo e, inaspettatamente, un salone di bellezza.

A sinistra, nell’ala storica del palazzo del XIX secolo, si trova il caffè “Foliant”, con interni molto accoglienti e una piacevole varietà di piatti. “Prima non era buono ed era molto costoso, poi è cambiata la gestione. Adesso veniamo spesso qui perché il caffè è buono e la pasticceria è fatta in casa”, racconta Julja Zartajskaja. Nella galleria, al primo piano, c’è una piccola caffetteria che l’anno scorso era stata presa dai ragazzi di “Komu Kofe” (“Chi ha bisogno di un caffè”, ndt) con sede a Palevskij žilmassiv (uno dei primi complessi residenziali di San Pietroburgo, costruito tra il 1925 e il 1927, ndt), vicino a “Krupa”. Poi però i gestori hanno capito che per loro era svantaggioso e così è passato a “Foliant”.

Abbiamo parlato con gli anziani “abitanti” di “Krupa”, persone che hanno aperto bottega o che sono capitati qui nei primi anni ’90. Con loro abbiamo parlato dei clienti moderni, del lavoro senza giorni di riposo e del prezzo sulla merce in vendita.

Vitalij Konstantinov. Nella fiera del libro dal 1996.

Fin dalla fine degli anni ’80 ho venduto libri per poter aquistare quelli che volevo leggere. Lo chiamavo “un libro per un libro”. Ho letto di tutto: dalla narrativa al giornalismo, per me leggere non era un dovere, ma solo un passatempo. A quel tempo lavoravo come costruttore in un’impresa edile: otto ore di lavoro e poi ero libero. Naturalmente, tutti attorno a me leggevano quello che era possibile trovare. Ora, credo che non legga solo chi sta in cantiere, ma anche chi sta in ufficio e ricopre posizioni da ingegnere. Questo è normale, poi prima non c’era internet. Adesso provate a togliere ai ragazzi internet, voglia o non voglia cercheranno un libro da leggere: bisogna pur riempire il tempo libero.

Poi sono rimasto senza lavoro. Da una parte non mi hanno pagato per mezzo anno, poi anche da un’altra parte lo stesso. Così ho iniziato da me ad aprirmi una strada nella Casa delle culture Krupskaja.

Mi sembra che qui non sia cambiato poi molto. Tutti coloro che sono passati da qui e commerciano articoli di cancelleria hanno iniziato dai libri. Anche il profilo dell’acquirente è cambiato di poco. Semplicemente non c’è la stessa speculazione che c’era nell’epoca sovietica. Ogni libro adesso è venduto senza grande richiesta e senza molta fretta.

Io commercio libri antichi. Di solito arrivo alle 11.00 e tengo banco approssimativamente fino alle 17.00. Poi mi interesso delle offerte per la vendita di biblioteche private; di queste ce ne sono ogni giorno. Le situazioni sono le più disparate: trasferire una biblioteca, vendere un appartamento, succede anche che gli eredi vendano biblioteche intere. Non mi è capitato mai nulla di prezioso per le mani, le rarità sono state ridistribuite negli anni ’90. Dopo di ciò, una grande fetta di questo commercio si è trasferita su internet, dove direttamente i privati propongono la vendita delle loro biblioteche. Su dieci proposte, per dire, ne accetto una: compro la biblioteca, non al completo ma seleziono i titoli. Di solito mi occupo personalmente del trasporto, ma a volte, quando compro 2, 3, 5 mila libri, devo far venire una macchina. Le edizioni più interessanti sono soprattutto quelle degli ultimi 10-15 anni perché hanno una tiratura molto bassa. Ora come ora, i libri degli anni 2000 sono più difficili da trovare rispetto a quelli degli anni ’50.

All’inizio degli anni ’90, con i libri potevi guadagnare bene. Perché adesso mi dedico alla vendita di libri antichi? È semplice: ho 55 anni, chi mi assumerebbe? Con questo lavoro guadagno una somma di circa 20 mila rubli al mese. Non vorrei fare nient’altro: 20 anni di commercio e di lavoro hanno lasciato un’impronta importante.

Pavel Bajkov. Nella fiera del libro dal 2009 (lo frequenta attivamente dal 1992).

Nell’epoca sovietica mi occupavo di libri, per me era un lavoro extra perché per uno spazzino gli stipendi non sono molto alti. Così, poco a poco ho sistemato la mia famiglia, dovevo pur mettere qualcosa in tavola. Si, faccio parte della generazione dei custodi e degli spazzini. Ho deciso di fare lo spazzino perché avevo bisogno di molto tempo libero e perché non bisognava essere né preciso, né avere grandi obblighi. Tanto più che i giovani sono pasciuti soprattutto nelle fabbriche nell’ambito dei lavori di gestione delle case non si sono mai verificati incontri del Komsomol (“Unione comunista della gioventù”, l’organizzazione che forniva un supporto al partito comunista sovietico attraverso la partecipazione giovanile, ndt). Io sono un poeta, i miei versi sono frutto dei libri che ho letto. C’erano posti in cui era possibile comprare libri, leggerli e venderli. Allora c’era una carenza di libri e i giovani di oggi questo non capiscono. Immaginate, se disattivassero internet e rimarrebbe solo un posto dove trovarlo e voi avete bisogno di inviare un messaggio. Inoltre i libri erano prestigiosi. Io ho un’edizione, che all’epoca costava quasi quanto uno stipendio. Per esempio, comprai la raccolta del poeta Mandel’štam della grande serie “Biblioteka poeta” per 50 rubli: circa metà stipendio.

A Leningrado c’era una fitta rete del mercati del libro. Oltre a questo, le persone andavano per mercatini che nascevano spontaneamente, come per esempio quello di Ul’janka. Io stesso, una volta mi sono recato lì ed ho visto come Sergej Kurechin contrattava con un amico per la compravendita di libri. C’era anche una fiera nel circolo “Vodokanal”, che poi è stato trasferito qui. Il numero di persone non si è mai contato, ma la sete dei libri era molta come se si vendesse da bere. Il sabato invece non c’era molta folla.

Ho lavorato come spazzino fino a quando alcuni miei amici si sono messi a commercializzare prodotti audio, e così ho iniziato a vendere audiocassette. Comunque, ho sempre dedicato tempo e affari ai libri. E poi ho iniziato a frequentare la fiera del libro, come un normale visitatore.

Dopo le audiocassette, ho iniziato ad occuparmi di video e sono stato nella distribuzione per 10 anni. Avevamo un negozio di noleggio videocassette sull’isola Vasil’evskij, si chiamava “Ineo Kino” (“Un altro cinema”, ndt). Da noi passava un sacco di gente famosa. Lì ho conosciuto Sochurov e Balabanov. Quest’ultimo una volta è venuto da me e, puntandomi il dito contro, mi ha detto “Brat (film cult uscito nel 1998) non dovete commercializzarlo, ai produttori non piace e io stesso non voglio”. Semion Al’tov veniva spesso, anche Ševčuk veniva e lui, non vorrei sbagliarmi, ha ancora un paio di nostre cassette.

Io qui sono presente dal 2009, in “Umnoj bumagoj” (“Carta intelligente”, ndt) – (Giocattoli in cartone, ndr). Mi sono presentato con questo nome nel 1999 e allora non c’erano brand con un nome simile. Ora ce ne sono a centinaia, se non a migliaia. Bisogna avere una certa dose di coraggio per presentarsi con questo nome, perché non è sempre detto che la carta sia intelligente. Questa è un’immagine poetica: carta per chi vuole diventare intelligente. Inoltre, il fatto che i ragazzi (i dirigenti della compagnia, ndr), abbiano accettato questo nome fu un buon segno. Poi è successo che il mio modello si è diffuso anche in Giappone in 300 brand. Questa combinazione di parole ancora oggi mi nutre e mi dà forza.

Krupa” è frequentata da persone molto diverse. Alle volte vedi fermarsi delle Mercedes classe G, dalle quali escono donne in pelliccia seguite da guardie del corpo, ma ci sono anche anziani in pensione. Le persone vengono qui per informarsi sui prezzi oppure per comprare. Ecco qual è una cosa importante: creare un’offerta unica e, quindi, per circa tre o sei mesi, farsi una clientela. Se in sei mesi non ci sei riuscito, allora puoi ritirarti.

Valentin Valentinovič Tagil’cev. Nella fiera del libro dal 1992.

Ho 75 anni, e da almeno 65 mi occupo di libri: non appena ho imparato a leggere e ho avuto i primi spiccioli in tasca. Allora vivevo nel quartiere di Nevskij prospekt, la mia scuola si trovava nel vicolo Grafiskij, vicino alla “Libreria degli scrittori” e Litenij prospekt dove c’erano diverse librerie di antiquariato. Questo mondo è entrato presto a far parte della mia vita. Per cause di forza maggiore non ho potuto finire la scuola, ma per avere un’istruzione secondaria mi sono iscritto alla scuola di editoria di Leningrado, che ho terminato con il massimo dei voti.

In via informale, a Leningrado il fermento dei librai è iniziato molto prima dell’apertura del commercio nella Casa delle culture. C’erano spesso incontri di librai, di regola quelle all’aperto erano proibite e sciolte. Io sono stato toccato poco da questo tipo di situazioni, tranne i casi in cui si verificavano delle retate. Per esempio è successo una volta che, un gruppo di persone sono andate nell’area di Dačnoe (ora è un quartiere nel nord di San Pietroburgo, in quegli anni non era ancora edificato, ndt), in mezzo alla natura, hanno tirato fuori un mucchio di libri e hanno iniziato a scambiarseli, quando improvvisamente tra la folla sono saltate fuori delle guardie che hanno iniziato ad ammanettare persone e portarle via in caserma. Poi però, come sempre, li hanno lasciati andare. Una volta è successo anche a me, mi hanno arrestato ma io ho avuto il sangue freddo di chiedere la restituzione dei libri, e così è stato. La situazione più complicata si è verificata quando, agli inizi degli anni ’80, durante una perquisizione a casa, mi furono sequestrate dal KGB delle edizioni straniere che però, in quegli anni, per legge avevo il diritto di possedere. Si trattava di pubblicazioni di case editrici occidentali in russo: poesie di Vološin e Čvetaeva, che nel nostro paese non era permesso stampare. Il caso interessò un editore di samizdat (fenomeno di editoria spontanea e non legalizzata “fatta da sé”, attraverso il quale, in Unione Sovietica, si riproducevano o stampavano libri proibiti dalla censura, ndt). Lui pubblicò Čvetaeva e Pasternak con una macchina di proprietà governativa: erano classici russi semi proibiti. Alla fine mi hanno dato quattro anni. Hanno anche provato a usarmi come testimone, ma io ho rifiutato di collaborare. Gli uomini del KGB si sono rivelati degli ossi duri più della polizia e non mi hanno dato indietro i libri, anche se per legge sarebbero stati obbligati a farlo. Nelle risposte ufficiali alle mie lamentele nell’ufficio del pubblico ministero, hanno scritto che la diffusione di questi libri non era permessa sul territorio dell’Unione Sovietica (il che non era vero) e che erano stati distrutti. Nei miei confronti, poi, fu emesso un ammonimento e per questo ho perso il lavoro, ma non per via dei libri, solo a causa del fatto che mi ero rifiutato di testimoniare.

Nel 1992 un gruppo di persone intraprendenti ha preso in affitto una sala nella Casa delle culture Krupskaja, che non era più utilizzata per fini scolastici. Nei primi tempi, i libri erano disposti sul pavimento o sui gradini delle scale, mentre nei cortili venivano allestiti dei banchetti. Solo dopo hanno iniziato ad organizzare la zona: hanno rimosso il palcoscenico, hanno fissato cartelli su delle strutture in metallo con transenne e, per una piccola somma devoluta al mantenimento della struttura, le persone hanno potuto iniziare a scambiare, vendere e acquistare libri.

Adesso, il carattere del centro è cambiato. Al posto dello scambio di libri, c’è un’istituzione commerciale costituita da imprenditori privati e piccole imprese, e così tutti colore che vogliono vendere libri come proprietà personale non sono tassati. Ma di queste persone ne sono rimaste poche, di norma erano quelli impegnati nel settore dei libri già nell’era sovietica, prima della nascita del club dei libri nella Casa delle culture Krupskaja.

La presenza dei libri è una condizione essenziale per un libraio. Noi abbiamo un’espressione “il popolo dei libri” che di solito è associata agli ebrei, ma non solo. Quando è morto Puškin, le sue ultime parole furono rivolte ai libri (mentre giaceva ancora nel suo studio) “Addio, amici!”. Spesso può sembrare che una volta letto un libro ce ne sbarazziamo passando subito al prossimo, ma un libro dona spiritualità e anima al lettore che diventano parte di lui e non lo lasciano. Pertanto, chi è stato per molto tempo a contatto con i libri, è lui stesso una discreta biblioteca vivente.

Nella mia biblioteca ci sono circa 20 mila volumi. Si, il mio appartamento è piccolo: sono in tutto 111 metri quadrati per due persone e per i libri. Vivo vicino la piazza di Sant’Isacco, da un lato c’è l’appartamento in cui viveva Gogol’, e dall’altro quello in cui si riuniva la “Zelenaja Lampa” (“La lampada verde”,ndt), (il gruppo letterario della giovane nobiltà pietroburghese, di cui faceva parte anche Puškin, ndr). Qui ho libri di letteratura russa, straniera e una grande collezione di volumi di storia della Russia. La parte più grande è costituita dalla poesia, c’è una buona quantità di libri sul folclore e, può sembrare strano, mi piace anche la fantascienza, quella buona. Ho anche libri di letteratura antica, su San Pietruburgo, sul teatro, cinema e musica. Ma la quantità di questi ultimi è incomparabile con gli altri: sulla musica ho solo 1.500 libri.

Di solito, io leggo quattro o cinque libri contemporaneamente. Ora sto leggendo “Metro 2035” di Dmitrij Gluchovskij, un libro di René Guerra sulla letteratura russa e sui libri russi dell’emigrazione, da poco Valentina Brio ha pubblicato un libro dal titolo “La musa polacca in Terra Santa”. Comunque ho sempre dei libri vicino, sul tavolo oppure sul comodino in camera da letto. Quanto a Glauchovskij, scrive libri di diversi livelli. Personalmente sono sempre stato interessato al tema dell’utopia post apocalisse. Forse è legata alla fantasia adolescenziale: cosa succederebbe se la gente scomparisse di colpo da San Pietroburgo? Rimarrei da solo e potrei andare in giro per tutte le biblioteche a caccia di libri?

Quale bambino non ha mille interessi? Non importa da chi ho lavorato o cosa ho fatto, ho una laurea in giurisprudenza presa presso la nostra università e ho lavorato come avvocato in diversi settori dell’economia, i libri restano sempre la cosa più iportante della vita.

Elena Frolova. Nella fiera del libro dal 1993 (nella foto con il marito Andrej).

Tutto è successo in modo molto semplice. Studiavo presso l’istituto di cultura nel dipartimento di coreografia. L’estate, dopo la fine del primo corso, ho deciso di guadagnare qualche soldo lavorando nel settore delle scarpe. Così ho pensato di andare alla fiera del libro per un mese come venditore di scarpe, mi sembrava interessante! E in più posso leggere i libri gratuitamente. Così sono arrivata il 7 luglio del 1993, e ancora sono qui. Fino al 2002 ho lavorato come insegnante di coreografia, quando ho deciso di sposare Andrej, che lavora presso la casa editrice di letteratura intellettuale “Simposio”: in qualche modo mi ha trascinato lui. Dovevo far parte di questa coreografia, e allora ho iniziato a lavorare nella casa editrice.

Con Andrej, ovviamente, ci siamo conosciuti proprio qui nella fiera. Eravamo vicini: il nostro posto era al centro della sala, e sedevamo l’uno di schiena all’altra. Stai seduto il primo giorno, stai seduto anche il secondo, abbiamo iniziato a chiacchierare…ed è finita che ci siamo sposati. Abbiamo preso un banco, questo che abbiamo ancora oggi, e siamo sempre insieme. Sempre con i libri.

La mia giornata tipica sempra terribile! Mi sveglio alle 6.00 e porto il bambino a scuola presso il Museo russo, poi vado in ufficio della casa editrice (dove sono la direttrice generale) e lì lavoro dalle 8.00 alle 12.00 dopodiché vengo qui. La sera riprendo il bambino dalla scuola e lo porto al balletto. Nel migliore dei casi, la giornata lavorativa finisce alle 19.00. La cosa più noiosa è che da 24 anni non ho un fine settimana libero: il sabato e la domenica sono i giorni più intensi per il commercio dei libri nella fiera. Però approfittiamo dei giorni di vacanza dalla scuola per andare fuori città, non importa dove, e questo compensa tutti i fine settimana passati a lavoro.

Agli inizi degli anni ’90 la fiera del libro era più caotica, ma c’era anche uno slancio maggiore. Qui c’erano persone tatalmente diverse, di loro non c’è rimasto ormai quasi nessuno. Adesso tutto il personale addetto alla vendita è sotto salario, perciò si è perso qualcosa. Molti di loro non sono nemmeno interessati a quello che vendono. Prima tutto era formata da amatori e soci. Mio marito è venuto qui ed è rimasto: è arrivato per comprare un qualche libro ed è stato coinvolto nel mondo dello scambio, ha venduto il suo primo libro e ne ha comprato un altro. Tutti qui erano lettori. Qui avevamo molti professori universitari perché, dal momento in cui era aperto anche il sabato e la domenica, poteva essere conciliato con l’insegnamento; trascorrevamo così il fine settimana con persone degne di stima. È meraviglioso quando a 17 anni hai intorno a te questi nonnetti intelligenti. Era un periodo d’oro che ricordo con nostalgia, adesso a volte…beh…non c’è nessuno con cui parlare.

La gente sta andando via. Questo processo sta avvenendo spontaneamente, e negli ultimi tre anni in modo massiccio. Questo vale sia per i venditori che per i miei clienti. Perdo amici, perché se una persona viene da te da tanti anni una volta alla settimana, come al lavoro, inizi a sentirla sempre più vicina. Ci incontravamo a casa, conoscevamo i nostri numeri di telefono, i giorni del compleanno. Di queste persone piovevano a volontà, uno dietro l’altro. Ora invece sono molto dispiaciuta, il mondo intorno a me sta cambiando e io resto qui come un iceberg nell’oceano.

Se la lettura viene percepita come un consumo di informazioni, allora certamente i libri elettronici prenderanno sempre più piede. Ma qui ci sono amanti dell’arte: il fruscio delle pagine, le buone illustrazioni…queste cose non le trovi su internet. Io stessa, se passo mezza giornata al computer poi non posso pensare di mettermi davanti allo schermo in un momento di riposo. Ancora oggi ci sono molti lettori dei libri di carta.

Il fatto che ci siano catene di librerie non mi condiziona particolarmente, quanto invece le piccole librerie indipendenti. Nonostante questo, non ci consideriamo rivali. La clientela cambia e si mischia: chi va da Misha al banco “Podpisnye izdanija” (“Edizioni abbonate”) e chi da Artem al “Vse svobodny” (“Liberi tutti”). Siamo tutti amici e siamo tutti uguali. Ci sono delle reti specializzate in classifiche come “I dieci libri che devi assolutamente leggere nella vita”, questi titoli sono lì esposti e allora il pubblico incuriosito va in quella direzione.

Oggi, nella Casa delle Culture Krupskaja, se non parliamo dei clienti assidui che hanno un buon gusto letterario, si possono vedere due nette categorie di visitatori. Ci sono quelli che si considerano lettori, e si presentano con queste liste di una decina di titoli stilate da altri per loro. E la seconda categoria, quella di chi vuole fare un regalo e si lascia guidare dal proprio gusto. Di solito la classifica è basata su due tipi di libri: Puškin oppure le poesie di Čvetaeva. Alle volte i compratori dicono frasi del genere: “Avete, per caso, una raccolta verde di 28 centimetri di lunghezza?”. Capirete che se nella libreria c’è uno spazio vacante, allora è il caso di riempirlo con qualcosa, non importa cosa. Ci sono anche persone di questo taglio e a loro io rispondo: “Non è nel posto giusto”. Io seleziono i libri in vendita con un criterio poco leale dal punto di vista commerciale: scelgo solo quelli che mi piacciono. Magari è una sciocchezza o magari un buon autore, in ogni caso se io personalmente non riesco a leggerlo, allora non lo prendo. Per esempio Michail Veller, con lui sono in ottimi rapporti, ma i suoi libri proprio non mi vanno giù e non lo nascondo: come faccio a vendere un libro che non mi piace? Comunque riconosco che il principio sia stupido.

 

Leggi anche
La “Rivoluzione” è arrivata a Londra

 

Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L'esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del '900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull'insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici. Alla domanda "perché hai scelto il russo?", risponde senza molti giri di parole "perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia".

Eugenio Alimena

Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L'esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del '900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull'insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici. Alla domanda "perché hai scelto il russo?", risponde senza molti giri di parole "perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia".