Dieci miti su Achmatova

Fonte: arzamas.academy

Tradotto da Laura Bellini

La verità sulle relazioni della poetessa con Nikolaj Gumilev, Lev Gumilev, Iosif Stalin, e molto altro.

Mito primo: Achmatova, discendente di un chan tataro

E non di un semplice Khan, ma proprio di Achmat, l’ultimo khan dell’orda d’oro e discendente di Gengis Khan.

Fu la stessa poetessa a dar vita a questo mito già alla fine del 1900, quando sorse la necessità di uno pseudonimo letterario (il vero cognome di Achmatova è Gorenko). Lidija Čukovskaja ricordava le sue parole (di Anna ndt): “E solo una folle ragazzina di diciassette anni poteva scegliere un cognome tataro per la poetessa russa…1” Tuttavia una simile mossa per l’epoca del secolo d’argento non era poi così insensata: l’epoca si aspettava dai nuovi letterati un modo di fare artistico, biografie stravaganti e nomi squillanti. In questo senso, il nome Anna Achmatova andava incontro a tutti i criteri: sia poetici – perché creava un disegno ritmico, un dattilo a due piedi e aveva l’assonanza della “a” – che artistico, in quanto era caratterizzato da un alone di mistero. Per quanto riguarda la leggenda sul Khan tataro, quella si formò più tardi. Tale dinastia non si inseriva realmente nella leggenda poetica; per questo Achmatova l’ha trasformata. Qui conviene dividere il piano biografico e quello mitologico. Quello biografico consiste nel fatto che gli Achmatov facevano effettivamente parte della famiglia della poetessa: Praskov’ja Fedorovna Achmatova era la sua bisnonna materna. Nelle poesie il grado di parentela è reso un po’ più stretto (v. l’inizio del Racconto sull’anello nero:Io dalla nonna tatara/ ricevevo regali di rado;/perché mi battezzarono/ si arrabbiò amaramente2).

Il piano leggendario è collegato ai principi dell’Orda d’oro. Come dimostrò il ricercatore Vadim Černich, Praskov’ja Achmatova non era una principessa tatara ma una nobildonna russa (“Gli Achmatov sono un’ antica generazione di nobili che, a quanto pare, discendeva da vassalli tatari, russificatisi molto tempo prima”). Non si hanno dati sulla discendenza della famiglia degli Achmatov dal khan Achmatov né dalla stirpe del khan dei Gengis.

Mito secondo: Achmatova era una bellezza indiscussa

Anna Achmatova. Anni 20 © РГАЛИ

Effettivamente molte memorie contengono richiami pieni di apprezzamento sull’aspetto della giovane Achmatova (“Tra le poetesse… Anna Achmatova si ricorda più vivamente. Magra, alta, slanciata, esile, con un movimento fiero della piccola testolina, avvolta in uno scialle a fiori, Achmatova ballava la gitana… non era possibile passarle accanto senza rimirarla ”- ricorda Ariadna Tyrkova; “Era molto bella, tutti per strada la guardavano3 – scrive Nadežda Čulkova).

Tuttavia le persone più vicine alla poetessa la apprezzavano non come donna incredibilmente bella, ma come donna espressiva, con dei tratti che restano impressi e di grande charme particolarmente seducente. “Non si poteva definirla bellezza/ ma in lei c’era tutta la felicità mia” – scriveva Gumilev di Achmatova.

Il critico Georgij Adamovič ricordava: “Adesso, nei ricordi su di lei, la chiamano spesso bellezza: no, non era una bella donna. Ma era più di una bella donna, meglio di una bella donna. Non mi era mai capitato di vedere una donna, il cui viso e aspetto si distinguessero in mezzo a qualsiasi bellezza per la loro espressività, la loro autentica spiritualità, per qualcosa che attira immediatamente l’attenzione”.

La stessa Anna Achmatova si apprezzava così: “per tutta la vita sono potuta apparire, a seconda, da una bellezza a un mostro”4.

Mito terzo: Achmatova ha portato il suo spasimante al suicidio, di cui poi ha scritto nelle sue poesie

Spesso si tende a confermarlo con la citazione dalla poesia di Achmatova: “Alte volte della chiesa”: “Alte volte della chiesa più chiare del firmamento/ Perdonami, o giovane felice,/che io ti ho portato alla morte.”5

Vsevolod Knjazev, primi del ‘900

Tutto ciò è vero e falso allo stesso tempo. Come ha dimostrato la ricercatrice Natalija Krajneva, Achmatova aveva effettivamente il “suo” suicida, Michail Lindeberg, che il 22/12/1911 si tolse la vita a causa del suo amore infelice per la poetessa. Ma la poesia “Alte volte della chiesa” è stata scritta nel 1913, a causa del suicidio di un altro giovane (Vsevolod Knjazev) innamorato non corrisposto dell’amica di Achmatova, la ballerina Ol’ga Glebova-Sudejkina. Questo fatto si ripete in altre poesie, ad esempio in “Voce del ricordo(Golos Pamjati). Nel “Poema senza eroe”, Achmatova fa del suicidio di Knjazev uno degli episodi chiave dell’opera. La comunanza degli eventi accaduti con l’amica nella concezione storica dell’Achmatova poteva in seguito unirsi in un unico ricordo: non per niente sui margini dell’autografo del libretto del balletto al Poema senza eroe emerge la nota col nome di Lindeberg e della data del suo decesso.

Mito quarto: l’amore infelice perseguitava Achmatova

Si giunge a tale conclusione dopo aver letto quasi tutti i libri di poesie della poetessa. Oltre all’eroina lirica, che abbandona volontariamente i suoi spasimanti, nelle poesie c’è anche l’ io lirico della donna che soffre per un amore non corrisposto.

Leggi anche
Vyborg: come ritrovarsi nel Medioevo senza macchina del tempo

(“Mi ha lasciata con la luna nuova”6 “La porta è socchiusa”7 “Oggi non ho ricevuto lettere”8 “Di sera”9, il ciclo “Turbamento10). Tuttavia, la trama delle poesie non sempre riflette la biografia dell’autrice: gli amanti della poetessa (Boris Anrep, Artur Lur’e, Nikolaj Punin, Vladimir Garsin e altri) hanno ricambiato il suo amore.

Mito quinto: Gumilev, l’unico amore di Achmatova

Anna Achmatova e Nikolaj Punin Leningrado 1927

Il matrimonio di Achmatova col poeta Nikolaj Gumilev durò dal 1910 al 1918. Dal 1918 al 1921 fu sposata con uno studioso di assiriologia, Vladimir Šilejko (si separarono ufficialmente nel 1926); dal 1922 al 1938 fu la compagna del critico d’arte Nikolaj Punin. Questo terzo matrimonio, anche in quanto matrimonio non formalizzato ufficialmente, aveva la sua stranezza anche per le particolari condizioni di quel periodo: dopo la separazione, i coniugi continuarono a vivere in una cosiddetta kommunalka (in stanza diverse). Ma c’è di più: dopo la morte di Punin, trovandosi a Leningrado, Achmatova continuò a vivere con i genitori di lui.

Anche Gumilev si risposò nel 1918 con Anna Engel’gardt. Ma negli anni 1950-60, mentre Requiem progressivamente ai lettori (nel 1963 il poema venne pubblicato a Monaco), a e cominciava a destarsi l’interesse nell’ URSS nei confronti del censurato Gumilev, Achmatova si fece carico della parte di vedova del poeta (la Engel’gardt non era più in vita a quel tempo). Un simile ruolo lo rivestirono Nadežda Mandel’ štam, Elena Bulgakova e altre mogli di letterati defunti, conservando le loro raccolte e occupandosi della memoria postuma.

Mito sesto: Gumilev percuoteva Achmatova

Nikolaj Gumilev allo Carskoe selo. 1911

A questa conclusione non giungono solo i lettori più tardi ma anche alcuni contemporanei dei poeti in questione. Non c’è da stupirsi: quasi ogni tre poesie la poetessa riconosce la violenza del marito o dell’amante: “… il marito è per me un boia e casa sua una prigione”11, “Mi è indifferente che tu sia sfacciato e cattivo…”12, “Con la brace segnasti sul fianco sinistro/ il posto dove colpire/ per far uscire l’uccellino, la mia pena,/ di nuovo nella notte deserta./ Amore! La tua mano non trema./ E io non riesco più a sopportare…”13, “Il marito mi frusta con una sfarzosa,/cintura ripiegata in due”14 ecc.

Nelle sue memorie Sulle rive della Neva (Na beregach Nevy) la poetessa Irina Odoevceva ricorda l’indignazione di Gumilev su questo argomento:

Lui (il poeta Michail Lozinskij) mi raccontò che i suoi giovani allievi gli chiedevano insistentemente, se fosse vero che, per invidia, aveva impedito ad Achmatova di pubblicare… Lozinskij, ovviamente, cercava di dissuaderli.”

<…>
<…> Probabilmente, come tutti loro, anche lei era convinta: Achmatova è una martire; Gumilev è un mostro.

<…>

Dio, che assurdità! <…> Appena mi resi conto quanto talento avesse, la misi sempre al primo posto, addirittura a scapito mio.

<…>

Son passati anni, ma soffro ancora se ci penso. È ingiusto e vile! Sì, certo, c’erano versi che non volevo pubblicasse, ed erano un bel po’! Almeno, ecco ad esempio:

Il marito mi frusta con una sfarzosa,/

cintura ripiegata in due.’15

Dopotutto, pensate, mi hanno preso per un sadico a causa di queste linee. Di me si mise in giro la voce che, indossato il frac (allora non ce lo avevo nemmeno) e il cilindro (il cilindro, è vero, ce lo avevo) picchiassi “con una sfarzosa cintura ripiegata in due” non solo mia moglie Achmatova, ma anche le mie giovani ammiratrici”, e dopo che le avevo spogliate completamente.
Da notare che, anche dopo il divorzio da Gumilev e il matrimonio con Šileiko, le percosse non cessarono. “Per il tuo amore misterioso/ come, per il dolore, mi dispero nell’urlo/ sono diventata gialla ed epilettica,/trascino le gambe a malapena”16, “nella grotta del dragone/non c’è pietà, non c’è legge./E al muro è appesa la frusta,/ per impedirmi di cantare”17 eccetera.

Mito settimo: Achmatova era l’antagonista numero uno dell’emigrazione

Questo mito fu creato dalla stessa poetessa e venne attivamente alimentato dal canone scolastico sovietico. Nell’autunno del 1917 Gumilev considerò attentamente – e comunicò da Londra – la possibilità di un trasferimento all’estero per Achmatova. Anche Boris Anrep le consigliò di andarsene da Pietroburgo. A queste proposte Achmatova rispose con la poesia, famosissima, e che si trova nel programma scolastico con il titolo «Mi giunse una voce…»18.

Gli ammiratori dell’opera di Achmatova sanno che questo testo è in realtà la seconda parte di una poesia, meno univoca nel suo contenuto – “Quando nell’ansia del suicidio”– dove la poetessa racconta non solo della sua scelta di principio, ma anche di quegli orrori sullo sfondo dei quali si prende una decisione.

Leggi anche
Wikipedia continuerà a funzionare in Russia

Il recente ritrovamento e la pubblicazione da parte del più grande studioso di Achmatova – Roman Timenčik – di due lettere della poetessa obbligano a sottoporre questo mito a una seria revisione. “Penso di non poter descrivere la terribile voglia che ho di venire da te. Ti chiedo: sistema tutto, dimostrami che mi sei amico… Io sto bene. Mi annoio molto in campagna, e penso con orrore all’inverno a Bežeck. […] Mi sembra così strano ricordare che nell’inverno del 1907, in ogni lettera, tu mi invitavi a Parigi, e ora non so nemmeno se tu voglia vedermi. Ma tieni sempre a mente che io mi ricordo di te, che ti amo tanto e che senza di te non sono felice. Guardo con angoscia quello che sta succedendo in Russia: il Signore sta punendo duramente il nostro Paese.” (Anna Achmatova a Nikolaj Gumilev, 15/08/1917).
Di conseguenza, la lettera di Gumilev dell’autunno non è una proposta per andare all’estero, ma un resoconto sulla sua richiesta.

Dopo un primo impulso a partire, Achmatova si decise abbastanza velocemente a rimanere in Russia e non cambiò più idea, cosa che si può ritrovare in altre poesie (ad esempio, Tu sei un’apostata: dietro l’isola verde…19Lo spirito tuo arrogante si è oscurato20) e nei racconti dei contemporanei. Secondo i ricordi, nel 1922 ad Achmatova si ripresenta l’opportunità di lasciare il paese: Artur Lur’e, stabilitosi a Parigi, la invita insistentemente, ma lei rifiuta (a detta del confidente di Achmatova, Pavel Luknickij, lei aveva 17 lettere con questa richiesta).

Mito ottavo: Stalin era invidioso di Achmatova

Anna Achmatova ad una serata letteraria. 1946

La stessa poetessa, e molti suoi contemporanei, consideravano la comparsa dell’ordinanza del Comitato Centrale del 1946 sui giornali Zvezda e Leningrad – dove si screditavano Achmatova e Zoščenko – una conseguenza di un fatto avvenuto durante una serata letteraria. “Questa disposizione è rivolta a me21 – diceva Achmatova sulla fotografia, scattata durante una di quelle serate di poesia organizzate a Mosca nella primavera del 1946. Correva voce che Stalin fosse arrabbiato per l’accoglienza ardente, che gli ascoltatori riservarono ad Achmatova. Secondo una delle versioni, dopo una di queste serate, Stalin chiese: “Chi ha pianificato gli applausi in piedi?” ricorda Nika Glen. Lidija Cukovskaja aggiunge: “Achmatova riteneva che Stalin fosse invidioso di lei proprio per gli applausi. Le standing ovation spettavano, a detta di Stalin, solo a lui: ed ecco che invece la folla fa un’ovazione a una poetessa22. Come nota Aleksandr Žolkovskij, sono peculiari le tipiche espressioni linguistiche ed i modi di dire per tutti questi ricordi legati a questa storia (i vari “correva voce”, “si riteneva” e così via) che rappresentano il vero simbolo dell’ipotesi. Della reazione di Stalin, come della frase citata sulla standing ovation, non si hanno conferme ufficiali oppure smentite, per cui è necessario considerare questo episodio non come una verità assoluta, ma come una delle versioni famose e più attendibili, seppur non appurate.

 

Mito nono: Achmatova non amava suo figlio

Anna Achmatova e Lev Gumilev 1926

Anche questo non è vero. Nella complessa storia dei rapporti di Achmatova con Lev Gumilev ci sono molte sfumature. Nelle primissime liriche la poetessa ha creato l’immagine di una madre negligente (“… Sono una cattiva madre23 “«…Portami via il figlio e l’amante…»24, “«Per cosa ho lasciato l’amico/ e il figlio dai capelli riccioli…”, cosa che trovava riscontro nella realtà autobiografica: Lev trascorse la sua infanzia e giovinezza non con i genitori, ma con la nonna Anna Gumileva; suo padre e sua madre andavano a trovarlo ogni tanto. Ma alla fine degli anni ’20 del 1900, Lev si trasferì nella“Casa sulla Fontanka” presso la famiglia Achmatova-Punin.

Un litigio serio si verificò al ritorno di Lev dal lager nel 1956: lui non poteva perdonarle il suo modo di fare sconsiderato (così, almeno, sembrava a lui) del 1946 (cfr. mito ottavo) e un certo egoismo poetico. Tuttavia non solo Achmatova, per suo figlio, “stette 300 ore in piedi” davanti alle carceri, e chiedeva più o meno a tutti aiuto per liberarlo dal lager, ma fece una scelta che contrastava ogni egoismo: rinnegate le sue idee, Achmatova scrisse e pubblicò il ciclo Gloria al mondo (Slava Miru) in cui celebrava il potere sovietico, affinché il figlio venisse liberato.

Negli ultimi anni Achmatova parlava più volte della sua volontà di riconciliarsi col figlio. Emma Gerštejn scrive: “…Lei mi disse: ‘Vorrei riconciliarmi con Lev.’ Risposi che anche lui probabilmente voleva, ma temeva un’eccessiva commozione al momento del chiarimento, sia per lei che per sé. ‘Non serve chiarirsi – obiettò lei animatamente – se solo venisse e dicesse: ‘Mamma, ricucimi il bottone’”25.

Leggi anche
Malvagità e amore: le drammatiche sorti delle grandi ballerine russe

Probabilmente i sentimenti per il litigio col figlio accelerarono la morte della poetessa. Negli ultimi giorni della sua vita, davanti al reparto ospedaliero nel quale era ricoverata, fu come se si tenesse un lungo dramma teatrale: i parenti discussero a lungo se lasciare che Lev andasse dalla madre, perché temevano che il loro incontro avrebbe potuto accorciare i tempi per la morte della poetessa. Achmatova dunque morì, e non si riconciliò nemmeno col figlio.

Mito decimo: Achmatova è un poeta. Vietato chiamarla poetessa.

Spesso la valutazione dell’attività di Achmatova, o di alcuni aspetti della sua biografia, si concludono con accesi dibattiti sui termini da usare, ad esempio: poeta o poetessa? Coloro impegnati nella discussione si confrontano logicamente con il parere di Achmatova: lei stessa si definiva ostentatamente un “poeta”, aspetto rilevato da molti memorialisti, i quali incoraggiano tale usanza.

Tuttavia vale la pena ricordare il contesto di utilizzo di queste parole nei secoli prima: la poesia scritta dalle donne era appena comparsa in Russia, ed essa era raramente presa sul serio (vedi i singolari titoli delle recensioni ai libri di poetesse dell’inizio degli anni 10 del ‘900: “Artigianato femminile”,” Amore ed esitazione”). Per questo molte scrittrici o si scelsero pseudonimi maschili (Sergrej Gedrojc, Anton Krajnij, Andrej Poljanin) oppure scrivevano al maschile (vedi le opere di Zinaida Gippus, Poliksena Solov’eva). La produzione poetica di Achmatova (come anche quella della Cvetaeva) cambiò profondamente l’atteggiamento del pubblico verso le poesie scritte dalle donne, e sino a quel momento considerate qualcosa di “incompleto”. Ancora nel 1914 nella recensione alla raccolta “Il rosario” (Четки26) N. Gumilev compie un gesto simbolico: dopo aver chiamato più volte Achmatova “poetessa”, alla fine del giudizio, la chiama “poeta”: “Questo legame col mondo, del quale parlavo qui sopra, e che è il destino di ogni vero poeta, è stato quasi completamente raggiunto da Achmatova27. Nella situazione attuale, dove non è necessario dimostrare a nessuno i valori della poesia creata dalle donne, nella storia della letteratura si usa chiamare l’Achmatova “poetessa”, in conformità con le norme generali della lingua russa.

Fonti

  • Achmatova A. O sebe. Biografija. Stihi-rus.ru.
  • Gerštein E. G. Memuary. M., 1998
  • Gumilev N. Sobranie sočinenij. V 10 t. T. 8. M., 2007.
  • Žolkovskij A. K. Kto organizoval vstavanie? Snamja. № 10. 2015.
  • Žolkovskij A. K. Naprasnye soveršenstva i drugie vin’etki. M., 2015.

Ja tebja kodga-to znala…”:Anna Achmatova. Poema bez geroja. Proza o Poeme. Nabroski baletnogo libretto: materialy k tvorčeskoj istorii. SPB., 2009.

  • Kralin M. M. Istorija odnoj fotografii. M. Kralin. Pobedivšee smert’ slovo. Tomsk, 2000.
  • Odoevceva I. V. Na beregach Nevy. M., 2011.
  • Popova N. I., Rubinčik O. E. Anna Achmatova i Fontannyj dom. SPB., 2009
  • Rubinčik O. E. V poiskach poterjannogo Orfeja: kompozitor Artur Lur’e. Zvezda. №10. 1997.
  • Timenčik R. D. Dva pis’ma Anny Achmatovoj. New Studies in Modern Russian Literature and Culture: Essays in Honor of Stanley J. Rabinowitz. Standford, 2014.
  • Černych V. A. Rodoslovnaja Achmatovoj Pamjatniki kultury. Novye otkrytija. Ežegodnik, 1992. M., 1993.
  • Čukovskaja L. K. Zapiski ob Anne Achmatovoj. M., 1989

1 Zapiski ob Achmatovoj. 1938-1941, L. Čukovskaja. Vremija, Mosca, 2013

2 Da Skazki o

ernom kol’ce in A. Achmatova Seroglaznyj korol’. AST, Mosca, 2017. p. 26

3 Glavnye pary našej epochi. Ljubov’ na grani fola, A. Šljachov. AST, Mosca, 2011. p.39

4 Zapiski ob Achmatovoj. 1938-1941, L. Čukovskaja. Vremija, Mosca, 2013

5 Vysokie svody kostela, A. Achmatova. Novembre, 1913

6 Menja pokinul v novolun’e, A. Achmatova. 1911

7 Dver’ polotkryta, A. Achmatova. 1911

8 Segodnja mne pis’ma ne prinesli, A. Achmatova. 1912

9 Ve

erom, A. Achmatova. 1913

10 Cicl “Smjatenie”, A. Achmatova. 1913

11 Da A. Achmatova, tebe pokornoj, ty sošel s uma. 1921

12 Da A. Achmatova U menja est’ ulybka odna. 1913

13 A. Achmatova, Uglem nametil na levom boku. 1914

14 A. Achmatova, Muž chlestal menja uzor

atym. 1911

15 Da Na beregach Nevych, I. V. Odoevceva. AST, Mosca, 2011.

16 A. Achmatova, Ot ljubvi tvoej zagado

noj. 1918

17 A. Achmatova, Putnik pilyj. 1921

18 Da A. Achmatova V toske samoubijstva. 1917

19 A. Achmatova, Ty otstupnik: za ostrov zelenyj. 1917

20 A. Achmatova, Vysokomer’em duch tvoj mopra

en. Gennaio 1917

21 A. K. Žolkovskij, Znamja № 10.

22 Zapiski ob Achmatovoj. 1952-1962, L. Čukovskaja. Vremija, Mosca, 2013

23 Da A. Achmatova, Kolybel’naja. 1915

24 A. Achmatova,  Lo stormo bianco. S. Paolo, Milano, 1995. A c. d. G. Immediato p. 211

25 E. G. Gerštein Memuary. Inapress, San Pietroburgo, 1998.

26 Četki, A. Achmatova. Prometej, Mosca, 1918

27 Da Recenzija na knigu ‘Četki’ in Pis’ma o russkoj poezii, N. Gumilev. Sovremennik, 1990

Classe 1995, studio Lingue per la comunicazione interculturale all’università di Arezzo. Sono sempre stata appassionata di lingue straniere: più queste sono difficili e più mi prendono. Specialmente col russo è nato un grande amore nel corso dei tre anni di università, al punto che la passione verso la cultura, la letteratura e la lingua russa mi hanno portata a incentrare la mia tesi sulla figura di Anna Achmatova. Non so bene cosa mi riservi il futuro, ma sicuramente ho intenzione di iscrivermi al corso di laurea magistrale a Forlì o Bologna, e passare almeno un anno in Russia.

Laura Bellini

Classe 1995, studio Lingue per la comunicazione interculturale all’università di Arezzo. Sono sempre stata appassionata di lingue straniere: più queste sono difficili e più mi prendono. Specialmente col russo è nato un grande amore nel corso dei tre anni di università, al punto che la passione verso la cultura, la letteratura e la lingua russa mi hanno portata a incentrare la mia tesi sulla figura di Anna Achmatova. Non so bene cosa mi riservi il futuro, ma sicuramente ho intenzione di iscrivermi al corso di laurea magistrale a Forlì o Bologna, e passare almeno un anno in Russia.