GayRussia Today

Fonte: Novaja Gazeta 14/09/2017   Autore: Elena Milašina    Tradotto da: Paolo Zirulia

 

L’attivista LGBT Nikolaj Alekseev ha perso in tribunale la causa contro la Novaja Gazeta, privando in questo modo il Ministero degli Esteri russo del suo principale argomento sulla questione delle persecuzioni dei gay in Cecenia.

Questa settimana Galina Grafova, un giudice del tribunale Basmannyj di Mosca, ha esaminato la causa intentata dall’attivista LGBT Nikolaj Alekseev nei confronti di Novaja Gazeta e ha deliberato di respingere in toto le richieste presentate.  

Alekseev aveva intentato la causa in aprile, dopo la pubblicazione da parte di  Novaja Gazeta dell’inchiesta sulle rappresaglie subite dai gay in Cecenia. Aveva ritenuto che Novaja Gazeta lo avesse diffamato, offeso nell’onore, nella dignità e nella reputazione professionale e che gli avesse causato un danno morale, dovuto alle reazioni aggressive delle popolazioni del Caucaso contro di lui in risposta alla sua comunicazione di eventuali gay pride nelle città caucasiche, che lui collegava inoltre all’intensificarsi delle campagna di persecuzione contro i gay ceceni. Il querelante aveva quantificato in 1.000.000 di rubli il danno morale causatogli dall’articolo di Novaja Gazeta e pretendeva che il tribunale imponesse al querelato non solamente di pubblicare una smentita ma anche di scusarsi, sebbene la legge russa non preveda un obbligo giuridico alla presentazione di scuse.

Dopo aver intentato la causa Alekseev ha di fatto rinunciato a difendere attivamente la propria posizione. Ha semplicemente smesso di presentarsi in tribunale. Ha smesso di farlo dopo che il giudice aveva accolto l’istanza avanzata dal rappresentante di Novaja Gazeta Jaroslav Kožeurov, in cui si chiedeva di convocare Elena Milašina, autrice dell’inchiesta, in qualità di persona informata sui fatti. Per un qualche motivo Alekseev si è detto categoricamente contrario alla mia partecipazione al processo. Quando però è stata sollevata la questione se abbandonare la causa senza esaminarla (il querelante non si era presentato a tre sedute di fila nonostante gli fossero state notificate le date delle udienze), Alekseev ha chiesto di procedere con l’esame in sua assenza. Dopo la decisione del tribunale, Alekseev ha scritto sulla propria pagina Facebook che “si era stancato di andare in tribunale come se fosse un lavoro, giacché come sempre in Russia la parte lesa si ritrova in una posizione sfavorevole”.

Devo far notare che questa non è assolutamente l’interpretazione corretta di un processo civile a difesa dell’onore, della dignità e della reputazione professionale. Qui non ci sono imputati e parti lese, c’è invece un conflitto tra due diritti fondamentali dell’uomo garantiti dalla Costituzione Russa: il diritto alla difesa della propria reputazione ed il diritto alla libertà di parola. Il tribunale indaga e si accerta che non abbia avuto luogo una rottura ingiustificata dell’equilibrio tra i due o, in parole povere,  che i giornalisti non abbiano abusato del loro diritto alla libertà di parola.

Per quanto riguarda la posizione giuridica di Alekseev, secondo l’opinione solidale di Jaroslav Kožeurov, direttore dell’ufficio legale di Novaja Gazeta, e di Galina Arapova che mi rappresenta al processo in qualità di direttore del Centro per la difesa dei diritti dei mezzi di informazione, il querelante avrebbe commesso un errore comune. Quello di aver portato in tribunale non i fatti esposti nell’articolo, ma la libera opinione di una giornalista, formatasi sulla base delle informazioni raccolte e scrupolosamente verificate (peraltro anche in una conversazione con Alekseev). Si possono considerare inattendibili dei fatti, non delle opinioni. Durante il processo si verifica quanto le frasi contestate abbiano le caratteristiche, definite dall’art. 152 del Codice Civile, di una «offesa all’onore, alla dignità e alla reputazione professionale» di un determinato soggetto, si verifica che l’opinione sia stata espressa in modo corretto e che il giornalista avesse basi (concrete) sufficienti sulle quali esprimere quell’opinione. Alla fine il tribunale ha dato ragione su tutti i punti a Novaja Gazeta non avendo rilevato in questo caso alcun abuso della libertà di parola ai danni della reputazione di Alekseev.

Va detto che, in questi cinque mesi, in tribunale «come se fosse un lavoro» ci siamo andati soltanto noi. E che non l’abbiamo considerata una inutile perdita di tempo. L’esame della causa in effetti  si è dilungato, ma la responsabilità è, a mio parere, del querelante. Ogni volta aspettavamo per alcune ore che si presentasse e poi chiedevamo un rinvio della seduta nella speranza che, alla fine, il querelante ci avrebbe degnato della sua presenza. Personalmente ritenevo che un processo a porte aperte fosse un’importante opportunità per entrambe le parti di esprimersi non solamente sulla sostanza della loro posizione giuridica, ma anche sulla situazione della persecuzione dei gay in Cecenia.

E vi spiego il perché.

Senza aspettare l’esito del processo nella causa di Alekseev, il Ministero degli Esteri russo, che si era visto obbligato ad affrontare lo scandalo internazionale sollevato dall’inchiesta di Novaja Gazeta, ha sfruttato il famoso attivista LGBT e la sua battaglia legale contro i giornalisti come la prova più convincente a supporto della propria posizione ufficiale.

Quali altre argomentazioni avrebbe avuto il Ministero degli Esteri russo senza la causa di Alekseev? Le autorità cecene, che negavano non tanto le torture e le uccisioni, quanto addirittura l’esistenza stessa in natura di gay ceceni.

Le autorità di polizia cecene, che per qualche ragione non avevano mai ricevuto alcuna comunicazione da parte di gay ceceni sulla violazione dei loro diritti da parte delle autorità di polizia cecene. Gli esponenti religiosi ceceni, che «avevano preso talmente sul serio le accuse infondate mosse dalla giornalista Milašina da convocare in un Majlis  diverse migliaia di persone per respingere quelle accuse». (In un modo tale da essere interpretato da parte della redazione di Novaja Gazeta come una minaccia alla vita di tutti i propri collaboratori).

Compreso quanto fossero deboli tali argomentazioni, il Ministero degli Esteri ha addirittura proceduto a una vera e propria ingerenza, anticipando di fatto l’esito delle indagini preliminari autorizzate dal Cremlino dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte di Novaja Gazeta. Nella risposta data dall’Ambasciata di Russia in Gran Bretagna alla richiesta di chiarimenti da parte dell’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani Amnesty International si conferma infatti che «le accuse infondate della Milašina sulla persecuzione dei gay in Cecenia non hanno trovato conferma [ad inchiesta ancora in corso] da parte delle forze di polizia federali».

 

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Un estratto della risposta dell’Ambasciata Russa in Gran Bretagna ad Amnesty International. «Elena Milašina nell’articolo ha presentato informazioni non confermate».

Nel frattempo il comitato di indagine sta verificando, da ben cinque mesi, i fatti esposti negli articoli di Novaja Gazeta. Al momento siamo abbastanza lontani da una conclusione. La lunghezza senza precedenti di questa indagine è, già di per sé, una conferma che i giornalisti di Novaja Gazeta avessero basi sufficienti per la pubblicazione della loro inchiesta.

I riferimenti all’interessata controparte cecena e alle nebulose istituzioni federali non costituivano tuttavia una posizione particolarmente convincente. Proprio per questo motivo il Ministero degli Esteri della Federazione Russa ha accolto la causa intentata da Nikolaj Alekseev, un difensore russo dei diritti umani che gode di autorevolezza in occidente, come un vero e proprio dono del cielo.

L’Ambasciata di Russia in Gran Bretagna annuncia con gioia:

«Nikolaj Alekseev in un’intervista al canale “Dožd’” e al giornale “Komsomol’skaja Pravda” ha criticato la Milašina per aver organizzato contro la Cecenia una campagna [denigratoria] e l’ha accusata di diffamazione…».

«Mister Alekseev, basandosi sulla sua personale esperienza di rinomato difensore dei diritti umani, contesta le infondate affermazioni [della giornalista] sulla “caccia” ai rappresentanti della comunità LGBT in Cecenia.»

«I media britannici hanno volutamente omesso di comunicare che il 18 aprile Nikolaj Alekseev e Vladimir Klimov, un altro attivista della comunità LGBT russa, hanno intentato una causa nei confronti di Novaja Gazeta…»

Mi piacerebbe sapere quando il Ministero degli Esteri russo pubblicherà sul proprio sito la notizia della decisione del tribunale Basmannyj. Per il momento, chissà perchè, non lo ha fatto.