“Scherzava di rado. Ma pesante.” La tragica vita del grande comico Il’ja Il’f

Fonte: Argumenty i fakty , 15 ottobre 2017, di Ol’ga Šabinska. Tradotto da Marta Natalini

 

Il famoso scrittore Il’ja Il’f (il suo vero nome era Jechiel Leib Fajnzilberg) nacque il 15 ottobre 1897 a Odessa nella famiglia numerosa di un impiegato di banca che non brillava quanto a successo. Più tardi Il’f scriverà a proposito della sua famiglia: “Sono cresciuto in una famiglia ebrea povera e ho studiato con due soldi”.

Un tornitore con Čechov sotto il braccio

Durante l’infanzia e la giovinezza il famoso pubblicista studiò alla “Scuola degli studenti tecnici”: il padre, che a malapena riusciva a mantenere la famiglia, insistette perché i suoi figli imparassero un mestiere pratico. I due fratelli maggiori si diplomarono all’istituto commerciale (il che non impedì a entrambi di diventare pittori invece che commercianti  come sognava il padre), mentre indirizzarono Il’ja al tecnico. Ma sotto il banco il ragazzo leggeva in segreto Kipling e  Čechov. Nel 1913 Jechil’ ottenne il diploma di apprendista e iniziò a lavorare come tornitore, e poi come statistico e tecnico del telefono. Ma molto tempo dopo, la creazione artistica e il talento si sarebbero prese la loro parte.

E’ interessante che Il’f abbia inventato il suo pseudonimo molti anni prima di scrivere i romanzi che l’hanno reso famoso “Le dodici sedie” e “Il vitello d’oro”. Lo scrittore Jurij Oleša scrisse nelle sue memorie su contemporanei illustri: “Questo nome eccentrico veniva dalla combinazione delle iniziali del suo nome e cognome. Quando è venuto fuori faceva ridere tutti, anche lo stesso Il’f. Era ironico con se stesso… In questo c’era un’anima molto buona e amore per la vita. Parlava di cose poco serie in modo serissimo, poi veniva fuori la battuta, e si scopriva la sua anima buona”. Anche i fratelli maggiori di Il’ja assunsero gli pseudonimi: Sandro Fasini e Mi-Fa.

 

 

“Conoscevo la fame”

Una volta tornato dalla Prima Guerra Mondiale, che il’f ricordava sempre molto malvolentieri, iniziarono le prime esperienze letterarie. I suoi racconti vengono pubblicati sui giornali. Poco a poco arriva la fama, ma per molta parte della sua vita non aveva vissuto nell’agiatezza. In una delle sue lettere, Il’f scriveva: “Conoscevo la fame. Era molto avvilente, avevo sempre voglia di mangiare… mangiavo pane secco come paglia, e disperatamente, ne volevo ancora. Però mi convincevo che mi bastava, che ero sazio, Probabilmente ero testardo di natura e volevo disperatamente far credere di non avere fame proprio quando era evidente il contrario”. Ecco come lo descrivono alcuni famosi colleghi. Il drammaturgo Viktor Ardov scriveva: “Sapeva e amava ascoltare… nelle liti Il’f era invincibile. Con tre risposte, date d’istinto, come se fossero pronte per una raccolta di aforismi, Il’f uccideva il rivale.” Lo scrittore evdrammaturgo, anche lui di Odessa Lev Slavin descrisse Il’f come “testardo e allo stesso tempo socievole, gioioso ma anche triste nella sua stessa allegria”. Lo scrittore e poeta Il’ja Erenburg diceva che Il’f: “…scherzava di rado, ma pesante, e come molti scrittori che hanno fatto ridere milioni di persone, da Gogol’ a Zošenko, era piuttosto triste”.

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Dopo la rivoluzione il fermento letterario iniziò a spegnersi ad Odessa, cosa che addolorò moltissimo Il’f, che era pieno di forze e ispirazione per scrivere. Inoltre morì sua madre e il padre si ammalò gravemente, uno dei fratelli emigrò in Francia. In quel periodo Il’f scriveva: “Sono triste come un cavallo che per sbaglio ha mangiato un grammo di cocaina.” Ma più in là arrivò l’amore della sua vita: conobbe l’artista Maria Tarasenko.Parlarono per molti giorni di fila, Il’f le leggeva poesie, e di notte le scriveva lunghissime lettere per stupire la sua amata al mattino. Nel 1923, sognando di sposarsi con Maria, Il’f decise di trasferirsi a Mosca e guadagnare almeno il denaro necessario a mantenere la famiglia. “Che cos’è per me Mosca? Non è niente, è solo per meritare te. Solo questo”, confessava Il’ja Il’f a Maria. “Dolce ragazza mia, davvero non sapete che tutta l’enorme Mosca e tutte le migliaia di piazze e di torri, vale meno di Voi. Tutto questo e tutto il resto vale meno di Voi”. Maria conservò queste lettere per tutta la sua vita. A trovare questa corrispondenza d’amore fu la figlia degli Il’f, Aleksandra, 25 anni dopo la morte della madre. Aleksandra Il’inična li diede alla stampa spiegando che voleva mostrare che persona raffinata  fosse suo padre: “Tutti sono abituati a pensare a Il’f come a un comico, “nato già pronto a colpire”. Dalle lettere fuoriesce una persona dolce, vulnerabile, persino timida. E’ così trepidante per il suo amore, così insicuro di essere ricambiato, che per forza nasce la paura: come finirà la loro storia?.. Le sue lettere sono puro amore.

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Il viaggio in America fu mortale

Il’f ebbe fortuna a Mosca; riuscì a sistemarsi al giornale “Gudok” e ottenne una stanza in convitto insieme a Jurij Oleša. Nel 1924 il sogno di Il’f diventa realtà: Maria lo raggiunge a Mosca e finalmente diventano marito e moglie. Dire che vivevano in miseria, è dir poco. Nelle sue memorie, la figlia Aleksandra Il’inična scriverà: “Il’f e Oleša dividevano un unico paio di pantaloni decenti. Anche se erano diversi fisicamente (alto e magro Il’f, basso e tarchiato Oleša), trovavano il modo di indossarli. Un giorno i giovani decisero di mettere a posto l’appartamento e persino di pulire a fondo il pavimento. Venne fuori che non c’erano panni per le pulizie. Mamma disse: “Olja, lì dietro la porta c’è uno straccio appeso, prendiamo quello”. E il pavimento fu pulito a fondo. Serve precisarlo? Fu pulito proprio con quei pantaloni.”

Ma presto avverrà un incontro artistico importante. Nel 1926 arrivòEvgenij Petrov alla redazione di “Gudok”. Petrov era lo pseudonimo di un giovane pubblicista che non voleva usare la fama di suo fratello, il famoso scrittore Valentin Kataev. In effetti, fu proprio Kataev a dare a Il’f e petrov l’idea di scrivere a quattro mani e persino l’idea per la loro prima opera satirica: “Immaginate che in una delle sedie siano nascosti i soldi. Bisogna trovarli. Altro che romanzo di avventura.” Più tardi gli autori di “Le 12 sedie” scriveranno a proposito del primo periodo di lavoro: “Bisogna pensarci bene, per i Goncourt era facile, erano fratelli. Noi non siamo nemmeno parenti. E neanche coetanei. E persino di nazionalità diverse: uno è russo (una misteriosa anima slava), l’altro è ebreo (una misteriosa anima ebrea)… Uno è in salute l’altro malato. Il malato è guarito, ma quello sano nel frattempo è uscito per andare a teatro”.

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Il romanzo “Le 12 sedie” portò fama a Il’f e Petrov, in seguito scriveranno alcune storie e racconti insieme al fortunato successivo romanzo: “Il vitello d’oro”. Dopo alcuni anni, il giornale “Pravda” per cui entrambi lavoravano, li mandò negli Stati Uniti. Così nascerà la famosa “L’America a un piano”. Purtroppo il lungo viaggio in macchina aperta in giro per l’America fu deleterio per Il’f, e portò al peggioramento della sua vecchia tubercolosi. Eppure persino questo male mortale fu una scusa per scherzare. Poco prima di morire, tenendo in mano un bicchiere di champagne fece presente: “Ecco la marca di Champagne Ich sterbe, che in tedesco vuol dire “Sto morendo”. Il’f stava citando le ultime parole di Anton Čechov, morì anche lui di tubercolosi. Ma in un libricino personale di appunti Il’f scriverà: “E’ come una terribile sera di ghiaccio a primavera, che si spande fredda e orribile nell’anima. E’ tremendo, che sfortuna ho avuto.”

Il famoso scrittore morì nel 1937, fu sepolto nel cimitero di Novodevič a Mosca. Quando fecero scendere la bara nella fossa, Petrov disse: “Sto assistendo al mio stesso funerale…” La moglie di Il’f Maria Nikolaevna sopravvisse al marito per 44 anni. Non si risposò più e usciva raramente di casa, nella sua stanza leggeva e rileggeva la corrispondenza col marito. Quando lei scomparve, la figlia Aleksandra trovò le lettere della madre, quelle che lei scrisse a Il’ja Il’f anche dopo la sua morte. “Ecco, è passato ancora tanto tempo e io leggo. Non posso farlo spesso perché mi spezza il cuore. Sono vecchia poi d’improvviso sono di nuovo quella che ero e noi ci amiamo e io piango. Mi annoio molto senza di lui, da quando lui non c’è. Io leggo le sue lettere e piango, è come se mi fossi già uccisa perdendo la mia anima, perché lui era la mia anima. Nessuno potrà mai paragonarsi a lui. Colombino, colombino mio unico amore. Nostalgia, che nostalgia. Tutta la vita vissuta qui, fino all’ultimo suo giorno. Addio, Il’ja. Ci rivedremo presto”.