Foto proibite in URSS.

Fonte: Livejournal Articolo: Maksim Mirovič Data: 06.09.2017

 È sorprendente, ma molti fanatici dell’Unione Sovietica, raccontando di come fossero meravigliosi quegli anni, mostrano gli scatti proposti del quotidiano “Pravda” (La verità, ndt) e le immagini ritoccate da “Kniga o vkusnoj i zdorovok piše” (Libro sul cibo buono e salutare, ndt). Questo ricorda un po’ il film “Kubanskie kazaki” (I kazaki del Kuban’, ndt) ), quando, dopo la visione della pellicola, molti andarono nella regione del Kuban’ (territorio nel Caucaso, che porta il nome del fiume il cui delta sfocia nel Mar Nero, ndt), aspettandosi di trovare allevamenti e fienili pieni di grano, mentre invece ci trovarono fame e povertà. Tutto questo perché bisogna saper distinguere tra realtà e propaganda.

Nel post di oggi, ho raccolto delle interessanti testimonianze fotografiche della reale vita in Unione Sovietica. Queste foto non sono state pubblicate negli editoriali di “Pravda”, ma molte sono state scattate con macchine fotografiche di comuni cittadini sovietici. Per la maggior parte di queste foto, i fotografi sarebbero potuti incorrere in seri problemi: il potere sovietico, durante tutto il periodo della sua attività, temeva la verità e descriveva queste scene come “delle difficoltà temporanee”, oppure come “rappresentazioni fasulle dello stile di vita sovietico”.

E allora, ecco nel post di oggi alcune fotografie proibite che ritraggono la vita in Unione Sovietica.

2. Spesso, i fanatici dell’Unione Sovietica dicono che le tue foto del 1985-1990 “non sono assolutamente dell’URSS”. Ascoltare cose del tipo “Grande e Bellissima nazione”, capitava in un arco di tempo molto limitato: dal 1950 al 1965. Beh, comunque credo sia inutile discuterne qui ora, è meglio dare un’occhiata a questa foto. Ecco, così è come appariva un reparto di generi alimentari in un piccolo negozio nel 1959. Personalmente non ho nulla da commentare; tranne a miseria e povertà non posso dare altro nome a tutto questo.

3. Ma ecco, la fila per le mele nel 1965. Questo mostra molto bene il livello di vita in Unione Sovietica e “il marchio di garanzia dei cittadini”: per che razza di mele si stava in fila all’aperto d’inverno.

4. Andiamo avanti, 1972, prima ancora della “maledetta perestrojka, quando quel maledetto di Gorbačev rovinò un (maledetto e) grande paese” (cit.). Quello della foto è un reparto alimentare di gastronomia. Notate che sensazione di benessere e “abbondanza di beni”, gli scaffali sono pieni, ma se guardi da vicino ci sono due o tre cibi in scatola e una bottiglia da 0,7 di un liquido scuro: potrebbe essere olio maleodorante e non raffinato, oppure qualcosa di alcolico (anch’esso a suo modo maleodorante).

5. Va bene, stiamo parlando solo della situazione in città, forse nelle campagne si viveva meglio? Vediamo come apparivano i negozi nelle zone rurali. Nelle fotografie che seguono vedete il cosiddetto “sel’po”, è con questa abbreviatura che chiamavano i negozi che rifornivano i villaggi. “Dobbiamo organizzare il commercio sovietico senza i capitalisti (grandi o piccoli), senza speculatori, (grandi o piccoli)”, ha scritto in una delle sue opere il compagno Stalin.

Il commercio, alla fine, è stato, organizzato “senza i capitalisti”, e anche senza carne, pesce, dolci, verdura, frutta, prodotti lattieri e tutto quello che dovrebbe costituire la dieta quotidiana di una persona. La cosa che potevi acquistare più spesso era del pane dal sapore acido “kirpič” (chiamato così per via della sua forma a “mattoncino”, ndt), sale, fiammiferi, candele, del sapone “da uso domestico” per cani, le sigarette “Pamir” e secchi in zinco; non c’era nient’altro.

6. Una fotografia del 1980, prima di quella “maledetta perestrojka”, di quel beato periodo brežneviano tanto amato dagli appassionati di Unione Sovietica. D’altra parte, come è noto, tutti colori i quali desideravano di più dalla vita sono stati accontentati con appartamenti gratuiti da dieci stanze, sfamati con il cibo della migliore qualità del mondo e con dieci macchine, date gratuitamente, a famiglia.

Nella foto ecco la fila al banco degli insaccati. I clienti (soprattutto donne di una certa età da un aspetto vissuto) in fila per un tipo o due di salsicce. Da notare in che modo avviene l’acquisto: chi compra non vede la merce da vicino, e la commessa taglia qualcosa da sé e lo mette sulla bilancia: “prendete, prendete, più non ce ne sarà!”.

7. Ecco un’altra bella fotografia che di certo non sarebbe mai stata pubblicata su “Pravda” fino al 1991; qui è mostrata l’intera essenza dell’idea del commercio sovietico. In questa foto è difficile dire cosa sia in vendita, ma questo non è importante: fate attenzione invece a quello che succede. La merce è consegnata attraverso una finestrella, oltre la quale si affollano le persone e che potrebbe essere rapidamente chiusa ad ogni evenienza e in qualsiasi momento. La foto dà la sensazione che ci sia un “facile accesso ad una risorsa particolarmente preziosa”, la quale, già da sé, dimostra molto bene quale atteggiamento ha nei confronti delle persone.

Lo zietto-acquirente mostra alla commessa qualcosa di simile ad un permesso di lavoro; in realtà ne mostra due (probabilmente uno per sé, e uno per sua moglie). La merce (qualunque essa fosse) molto probabilmente veniva data solo agli impiegati di una qualche azienda, ed era distribuita in una certa quantità e non più di un tot a testa, altrimenti non sarebbe stato necessario portarsi dietro un secondo permesso.

8. Oppure, ecco un altro scatto interessante. Se in questo negozio la foto fosse stata scattata da un fotoreporter di “Pravda”, allora probabilmente sarebbe apparsa una commessa sorridente con lo sfondo dei prodotti in vendita. La verità, invece, è evidente se ci spostiamo oltre:

9. Potreste chiedervi come mai, in fila davanti un negozio di prodotti alimentari, ci siano così tante donne: dov’erano gli uomini? Loro facevano altre file, ecco, per esempio quelle per l’alcol. Fotografia dei primi anni ’80.

10. Ancora, gli uomini, molto spesso potevano essere visti in fila nei punti di raccolta del vetro:

11. Ecco ancora un’altra inquadratura significativa:

12. Oppure ecco. Questa l’ha scattata un fotografo amatoriale, con una “Vilija-avto” (macchina fotografica sovietica di piccole dimensioni con esposizione automatica apparsa negli anni ’70, ndt). Cosa pensate? Avrebbero mai pubblicato questa foto su un qualsiasi giornale sovietico?

13. Tuttavia, nelle “file alcoliche” era possibile incontrare anche delle donne. Si, questo scatto proviene dalla “quinta compagnia anti-alcool” dell’Unione Sovietica, e non affatto dai “disgraziati anni novanta”. Nella foto ci sono quelle stesse persone nate, cresciute e che hanno studiato “sotto la benedizione della florida epoca sovietica”.

14. Gli abitué delle birrerie sovietiche. Come vedete, non hanno affatto l’immagine “dell’uomo sovietico” che si propagandava in quegli anni.

15. Attraverso il lavoro, le donne sovietiche si sono guadagnate la “parità dei diritti”. “Nei paesi capitalisti, la donna è vista come un oggetto da sfruttare per l’imperialismo occidentale, e solo nel nostro grande stato socialista la donna ha ottenuto il diritto al voto”. Insomma scegli: puoi scavare con una pala o con la vanga. 

16. Il fast-food sovietico. Il capitalista e malsano McDonald’s dove la carne naturale viene utilizzata senza alcuna pietà dai capitalisti dei polli, in Unione Sovietica ovviamente non c’era. Per questo gli operai erano costretti a consumare il loro spuntino, rappresentato da latte e un panino, seduti ad una fermata dell’autobus posando la pagnotta su un giornale messo sulle ginocchia.

17. Adesso torniamo ai negozi. Negli anni ’80 la situazione con i prodotti è andata sempre più peggiorando, e i venditori sono stati costretti ad ingegnarsi come meglio hanno creduto. Per esempio nel merchandising alla sovietica, oppure nel disporre i prodotti al banco in modo da dare l’impressione di abbondanza. 

18. Ed ecco i banconi completamente vuoti. Queste foto sono state pubblicate sulla stampa soltanto dopo il 1987, quando tutto il paese era ormai inorridito dalla situazione che stava investendo la sfera del commercio sovietico (e anche nelle altre sfere della vita). Del resto tutti ne erano a conoscenza, solo che non se ne poteva fare parola. 

19. “La divisa da Pioniere”, (l’organizzazione dei pionieri – PCUS – , fondata del 1922 e rimasta attiva fino al crollo dell’URSS, raggruppava bambini tra i 9 e i 14 anni che partecipavano alle attività legate al Partito Comunista, ndt).

20. La fine degli anni ’80, la strada commerciale:

21. Il 1990, gli ultimi mesi di vita dell’Unione Sovietica e il risultato logico dell’economia “organizzata alla sovietica”: scaffali vuoti e nuove tasse.

Insomma, come potete vedere la vita in URSS era completamente diversa da quella mostrata nei periodici dell’epoca, e solo nelle fotografie dei fotografi amatoriali è possibile vedere come andavano le cose realmente. 

E voi vorreste tornare in Unione Sovietica? Cosa riuscireste a farci? 

Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L’esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del ‘900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull’insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici.
Alla domanda “perché hai scelto il russo?”, risponde senza molti giri di parole “perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia”.

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Eugenio Alimena

Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L'esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del '900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull'insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici. Alla domanda "perché hai scelto il russo?", risponde senza molti giri di parole "perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia".