Operai nordcoreani in Russia: schiavi o migranti lavoratori?

Articolo del 30 giugno 2017 pubblicato su meduza.io, scritto da Andrej Lan’kov di carnagie.ru, tradotto da Francesco Fantucchio.

Gli USA, turbati dal programma nucleare di Pyongyang, hanno tutte le ragioni per cercare di soffocare economicamente la Corea del Nord. Nonostante questo non hanno alcun fondamento i tentativi di definire la migrazione operaia della Corea come “schiavitù” e di raffigurare la lotta contro quest’ultima come una cura per i cittadini nordcoreani. Nell’ambito di un progetto congiunto con il “Moscovskoj centr Karnegi”, il coreanologo (ndr. “coreanologo” è un neologismo per esprimere “koreeved”, ossia uno studioso “coreanologia”) Andrej Lan’kov parla del nuovo rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America (ndr. da adesso in poi indicato come “DOS”) sulla tratta di schiavi. Lo studioso spiega cosa è sbagliato nella concezione sui nordcoreani in Russia.

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Il DOS ha pubblicato un ennesimo rapporto sulla tratta degli esseri umani in cui sono emersi inaspettati reclami nei confronti della Russia. Il documento dice che sul territorio russo ci sono dei “campi di concentramento” in cui si trovano lavoratori nordcoreani.

La stessa definizione “campi di concentramento” richiama all’immaginazione strani scenari che inducono a ricordare Kolyma del 1937. Per giunta la relazione del DOS afferma che decine di migliaia di operai nordcoreani sono ai lavori forzati per 20 ore al giorno in cambio di una misera razione di cibo. L’accusa è univoca: la Russia, così come una serie di altri paesi dove si trovano lavoratori nordcoreani, si avvale dei lavori forzati e deve immediatamente cessare questa pratica riprovevole.

Sono ormai già più di trent’anni che mi occupo della Corea del Nord e in questo periodo di tempo non è la prima volta che discorro dei cittadini della Repubblica Popolare Democratica di Corea (ndr. da adesso in poi indicata come “DPRK”) che hanno lavorato, o che lavorano tuttora, all’estero. Tra questi c’è anche chi è fuggito dai lager (ndr. quelli in Nord Corea) e poi si è trasferito nel Terzo mondo (ndr. per approfondimenti clicca qui). Dunque, dopo aver visionato il rapporto del DOS, non posso trattenermi dal porre una semplice domanda: gli operai come fanno ad essere in questi lager, come sarebbero selezionati questi schiavi del XXI secolo per essere spediti ai lavori forzati?

La risposta potrebbe stupire molti. Formalmente le autorità della DPRK inviano lavoratori qualificati che si distinguono per solidità politico-ideologica in Russia, in Cina e nel Vicino oriente (ndr. per approfondimenti clicca qui). D’altronde all’atto pratico il criterio più importante nella selezione del candidato è già da molto tempo la sua capacità del dare le mazzette alle autorità del luogo, una tangente di misura considerevole per gli standard nordcoreani.

Non mi è mai capitato di sentire che nel XVII secolo gli africani pagassero dei mercanti di schiavi per poter salire su una nave che li conducesse a lavorare nelle piantagioni di zucchero sulle isole caraibiche. Non c’erano neanche storie di schiavi di colore che, una volta tornati dopo qualche anno di lavoro in queste piantagioni, lasciasse lì parte di quanto guadagnato per acquisire nuovamente il diritto di salire a bordo di una nave alla volta dell’America.

Il fatto stesso che per la possibilità di lavorare in questi “campi di lavoro” in Nord Corea bisogni pagare non pochi soldi dimostra che, per quanto siano difficili le condizioni di lavoro, non è possibile considerare questo lavoro come schiavitù.

La maggioranza schiacciante dei nordcoreani considera il lavoro all’estero come un mezzo per migliorare radicalmente la condizione sociale ed economica, sia propria che della propria famiglia. Inoltre per molti di loro si stratta anche dell’unica chance legata alla mobilità sociale.

La storia degli operai nordcoreani in Russia/URSS è cominciata anche prima della formazione della DPRK. I primi gruppi di lavoratori furono ingaggiati per lavorare nelle battute di pesca o nell’ammassamento del legname nella zona del “Dal’nij Vostok” (ndr. letteralmente “Lontano Est”, indica la parte più orientale della Russia. Per approfondire clicca qui) nel 1946, quando la parte settentrionale della penisola coreana si trovava sotto il diretto controllo dell’esercito sovietico. Considerando la migrazione su vasta scala dal periodo che va dal 1946 al 1949, arrivarono a lavorare nell’URSS circa ventiseimila persone. Molti di loro, una volta terminati i termini contrattuali, tentarono di non tornare a casa. Alcuni ci riuscirono: entrarono con successo a far parte della comunità coreana di Sachalin (ndr. Isola russa vicina alle coste giapponesi).

Tuttavia la storia della migrazione per lavoro è cominciata in effetti dopo che nell’incontro segreto a Vladivostok tra Kim Ir Sen e Leonid Brežnev fu presa la decisione di inviare regolarmente lavoratori nordcoreani in Unione Sovietica. Questo progetto è sopravvissuto senza problemi al disgregamento dell’Unione, alla carestia nella DPRK, al cambiamento ripetuto delle amministrazioni e ai numerosi sovvertimenti politici di entrambi gli stati. Continua a funzionare perfino oggi.

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Riguardo a questo non c’è niente di cui meravigliarsi: la maggior parte dei progetti di collaborazione tra sovietici e nordcoreani erano economicamente inadeguati, realizzati esclusivamente secondo calcoli politici e in ragione di ciò privi di vitalità. Ma questo non è collegato all’assunzione di manodopera: fin dal principio la questione ha riguardato una giustificazione economica e un progetto di vantaggi reciproci. Da questo traeva vantaggio l’Unione Sovietica, che aveva ricevuto forza lavoro a basso costo e disciplinata, e la Corea del Nord, che poteva guadagnare valuta, e anche gli stessi operai nordcoreani.

Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta il numero di lavoratori nordcoreani che si trovavano sul territorio dell’URSS oscillava tra le 15 e le 20 mila persone. Queste ultime erano essenzialmente impegnate nell’accatastamento di legname nella Siberia orientale e nel Lontano Oriente.

Inizialmente, come ricordano i nordcoreani della vecchia generazione, l’idea di un viaggio in inverno nella taiga siberiana non suscitava particolare entusiasmo, capitava quindi che i lavoratori fossero inviati lì coercitivamente. Non passò che una manciata d’anni che la situazione cambiò radicalmente: gli abitanti della DPRK notarono che i loro compagni, che avevano finito di lavorare in Siberia per il periodo stabilito di due anni, tornavano nel paese natale come dei veri ricconi (chiaramente considerando i modesti metri di paragone della Corea del Nord di allora). I coreani della vecchia generazione ricordano tutt’ora con stupore come per le strade delle loro città cominciassero a comparire ragazzi con le loro motociclette: le Jawa e le Iž (ndr. per approfondimenti clicca qui e qui) erano guidate dai loro proprietari sovietici.

Un operaio era pagato decisamente poco: agli inizi degli anni Ottanta un autista di un mezzo pesante o un tagliaboschi guadagnava 50-80 rubli al mese, ossia cinque volte meno di quanto avrebbe guadagnato per lo stesso lavoro un cittadino dell’URSS. All’operaio però era offerto vitto e alloggio e siccome questi soldi non venivano spesi, dopo due anni, esattamente quanto durava quel tipo di viaggio di lavoro, l’inquilino spesato di tutto accumulava diverse migliaia di rubli sovietici.

Con questi soldi si acquistavano le merci che soddisfacevano la domanda in DPRK, dai frigoriferi alle motociclette (a quei tempi simboli di grande lusso, come una “Porsche” o un aereo privato), ai televisori, ai vasi smaltati alle pentole. Tutto ciò veniva stipato in container e inviato a casa nell’ottica di un’ulteriore rivendita, dato che due anni in Siberia garantivano 58 anni di vita tranquilla e di sazietà a tutta la famiglia. Certamente per “vita di sazietà” si sottintende la possibilità di mangiare ogni giorno riso e qualche volta la carne di maiale, ma nella Corea del Nord del 1970 questo non era da tutti.

Beninteso che per il diritto di essere selezionati bisognasse pagare anche allora: come ricompensa fissata da dare al capo che ti raccomandava per un lavoro in URSS serviva un televisore, prima in bianco e nero e poi, grosso modo negli anni 80-85, a colori.

Certo non era possibile considerare la vita dei lavoratori come un vero e proprio idillio. I campi di lavoro dei tagliaboschi si presentarono fin dall’inizio come uno stato nello stato; c’erano anche rappresentanti dei servizi segreti nordcoreani che tenevano d’occhio l’umore e la condotta dei lavoratori. A infrazioni delle regole prescritte del comportamento dei tagliaboschi corrispondeva una pena severa. Laddove possibile i sospettati e i colpevoli venivano portati fuori dall’URSS e ricondotti in patria; già lì le prigioni erano attrezzate per la loro detenzione nei più grandi campi di lavoro nordcoreani. Nei casi in cui l’estradizione era difficoltosa ma il sospettato rappresentava un’effettiva minaccia, gli organi competenti nordcoreani ricorrevano senza esitazione anche all’eliminazione fisica: il governo sovietico annunciava che l’uomo era stato vittima di un evento infausto o che era del tutto disperso.

D’altra parte però casi simili accadevano raramente. I lavoratori nordcoreani non erano in prevalenza predisposti a discutere le notizie della stampa revisionista sovietica o a dialogare di tematiche politiche; cercavano solamente di non infrangere le leggi. Il loro problema principale era semplice ed evidente: guadagnare soldi per la famiglia e con questi soldi tornare felicemente a casa. Giocava un ruolo significativo il fatto che all’inizio venissero inviati a lavorare solamente coloro i quali avessero moglie e figli da lasciare a casa; c’era quindi qualcuno da cui ritornare e da prendere in ostaggio sotto disposizione delle autorità nel caso di un atteggiamento indesiderato del lavoratore.

La Perestrojka influenzo incredibilmente poco la situazione dei lavoratori nordcoreani. La necessità di manodopera a basso costo non era svanita. Sebbene negli anni Novanta il numero dei lavoratori nordcoreani sia comprensibilmente diminuito, dopo il 2000 lo stesso ha cominciato a crescere di nuovo e al momento ha raggiunto circa le trentamila unità.

Chiaramente il tipo di lavoro è cambiato: ora i tagliaboschi comprendono appena una piccola parte di tutti i lavoratori. I cittadini della DPRK lavorano nell’edilizia, nell’agricoltura, nell’industria alimentare, nell’industria leggera, nell’ambito dell’offerta dei servizi per la popolazione.

Il governo nordcoreano tenta di controllare il più strettamente possibile i suoi cittadini all’estero, quindi solitamente trova loro alloggio in modo compatto in ostelli oppure, nel caso di zone rurali, nei famigerati campi di lavoro. Una parte considerevole di questi lavoratori in Russia, dalla fine degli anni Novanta, risulta essere “libera dal tributo” (ndr. l’“obrok” era un tributo personale che il contadino maschio doveva dare al suo padrone; dapprima veniva pagato con la produzione agricola, poi con i soldi). Gli è permesso non solo di spostarsi liberamente sul territorio russo ma anche di cercarsi lavoro da soli.

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Sottointeso è il fatto che dovranno poi corrispondere una qualche somma di denaro allo stato, mentre il rimanente rimarrà a loro. Nella maggior parte dei casi si servono di questa legge squadrette di agricoltori o lavoratori edili che sbrigano piccole faccende di privati. Di solito cerca questi lavori complementari e fuori orario chi lavora per gruppi organizzati in grosse imprese o nell’edilizia.

La quantità del nuovo “oborok” è fissata e dipende da una serie di fattori, inclusa la qualifica del lavoratore e le condizioni del luogo di lavoro dove si trova (ad esempio le retribuzioni a Sachalin, con la sua prosperità di gas e petrolio, sono solitamente più alte rispetto a quelli sulla terraferma). In Russia la maggior parte di quei contributi che vengono formalmente definiti come “somma pianificata”, al momento consistono dai 500 ai 900 dollari al mese.

Una parte di questi soldi si trova nelle tasche dei manager e degli agenti dei servizi segreti nordcoreani, i quali si occupano di rifornire i lavoratori, ma essenzialmente vanno nel budget dello stato nordcoreano. Esattamente questi introiti, la cui somma raggiunge qualche centinaia di milioni di dollari all’anno, rappresenta anche la principale ragione per cui la Corea del Nord invia lavoratori all’estero. Ad ogni modo il DOS sta tentando di proibire questa pratica.

Del resto quelli che la relazione del DOS definisce come schiavi non rimarranno sul territorio. Una situazione tipo per la Russia è quella dove il lavoratore, fatti i dovuti pagamenti, rispettate le tasse dei servizi quotidiani (vitto e alloggio), riesce a mettere da parte 150-300 dollari al mese. Per avere un’idea di quanto valga questa somma basti pensare che in DPRK lo stipendio medio di un lavoratore maschio è di 50-70 dollari al mese (con i quali bisogna ancora provvedere alla propria famiglia). Tenendo conto che la maggior parte dei lavoratori si trova sul territorio russo per un periodo di due tre anni, è pienamente realistico che tornino a casa con 4000-6000 dollari.

Questa somma è decisamente cospicua per gli standard nordcoreani, ma negli ultimi tempi è praticamente enorme. Nella maggior parte dei casi il lavoratore compra alla moglie un punto vendita, il cui valore minimo a Pyongyang al momento si aggira intorno ai 5000 dollari (in provincia un punto vendita standard, 75 centimetri di banco al mercato, costa notevolmente di meno). Se la situazione è particolarmente propizia allora con questi soldi è possibile aprire qualcosa di più impegnativo, come un ristorante o un negozio di abbigliamento.

Questi soldi possono anche essere usati diversamente: pagare per la formazione dei figli, potendo offrire ripetizioni e così migliorare le loro possibilità di accedere in un buon istituto. Infine è possibile utilizzarlo per la casa. Certamente però negli ultimi anni i prezzi degli immobili nelle grandi città nordcoreani è cresciuto incredibilmente e 5000 dollari non bastano neanche per una casupola nella periferia più inoltrata. Nelle zone rurali però per la stessa somma si può ancora soddisfare la domanda abitativa.

Evidente è che andare semplicemente all’estero non è possibile. Sono finiti i vecchi tempi in cui un televisore sovietico dato al segretario del comitato di partito rappresentava un’adeguata espressione di riconoscenza. Adesso serve l’equivalente generale (ndr. termine tecnico, indica il denaro in ogni sua forma): il dollaro americano o il suo compagno, lo yuan cinese.

La mazzetta standard per acquisire il diritto di andare a lavorare in Russia è di 500-700 dollari. Questo è, a proposito, decisamente di più di quanto si paga per andare in un altro paese che accetta lavoratori nordcoreani: per andare in Cina ci vogliono 200 dollari, per il diritto ai “lavori da schiavo” in uno dei paesi del Vicino Oriente la cifra per gli aspiranti lavoratori si aggira dai 400 ai 500 dollari.

Tra i lavoratori nordcoreani la Russia è considerata il paese con i salari e le con le condizioni di vita migliori. Alla sua attrattiva contribuisce anche la libertà che la Russia dà ai lavoratori nordcoreani: in Cina ad esempio gli è praticamente proibito uscire dal comprensorio dell’impresa. Si capisce che molti in Corea del Nord sono disposti a pagare caro per il diritto di lavorare in Russia.

Operai nordcoreani in un’azienda di lavorazione del pesce sull’isola di Sachalin. | Foto di Oleg Savin / ТАСС

In seguito al ritorno dall’estero i lavoratori fanno dei corsi intensivi di formazione ideologica che devono neutralizzare la concezione negativa del mondo circostante che inevitabilmente si insinua nelle loro teste. Poi per circa un anno gli tocca lavorare nel loro precedente posto di lavoro e dopo di ciò possono di nuovo essere selezionati per un viaggio all’estero. La schiacciante maggioranza desidera proprio essere quest’ultima variante dato che i soldi avanzati dal viaggio precedente facilitano il rapporto con i superiori e gli organi competenti.

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D’altra parte però anche un piccolo outlet gestito dalla moglie di un nordcoreano che è riuscito ad andare all’estero porta alla famiglia delle entrate considerevolmente maggiori della media; in questo caso anche un solo viaggio è abbastanza per garantire alla famiglia un modesto benessere.

Questa è una questione importante anche perché in Corea del Nord sono finiti i tempi dello “sturm und drang”, quando per un verso saresti davvero potuto morire di fame e per un altro avresti potuto bucarti per strada con una probabilità “maggiore al 3%” per la mancanza dei contatti giusti. Al giorno d’oggi anche per cominciare un piccolo business c’è bisogno di un capitale iniziale e la maggioranza della popolazione non possiede questo capitale. Per un nordcoreano ordinario senza contatti particolari o un’istruzione specifica, ma con mani esperte e la disponibilità, lavorare molto (laddove necessario fino a 20 ore al giorno, qui il DOS non sbaglia) all’estero è praticamente l’unica possibilità di scalare di un paio di gradini la scala sociale, garantire alla famiglia una stabilità economica, dare ai figli un’istruzione e comprare gli antibiotici per i genitori malati.

Inutile nutrire illusioni: le condizioni in cui lavorano i nordcoreani sono molto dure ma sono, di norma, comunque notevolmente più leggere delle stesse nelle quali gli è toccato lavorare in patria e anche per meno soldi. Non c’è alcun dubbio che un giorno lavorativo dura “tanto quanto è necessario”; inoltre le attrezzature per la sicurezza sono decisamente da irresponsabili. Il fatto è che qui non ci sono i cattivi agenti dei servizi segreti nordcoreani che costringono gli operai a lavorare gratis per due turni: i lavoratori lo fanno volontariamente perché fare questo gli è pagato più di quanto non avrebbero mai guadagnato a casa loro.

Proprio così, gli agenti segreti nordcoreani monitorano minuziosamente il comportamento dei lavoratori e ogni manifestazione di libero pensiero viene punita molto crudelmente. Ma sia il libero pensiero che le fughe sono sorprendentemente pochi tra i lavoratori. Da un lato gli operai sanno che in caso di fuga sarà punita la famiglia che è rimasta in patria; ai nostri tempi liberali la moglie e i figli dei fuggitivi non vengono più inviati nei lager, ma possono sognarsi un lavoro particolarmente buono o il diritto di vivere in una grande città. Dall’altro la maggioranza dei lavoratori, inclusi coloro i quali non hanno buoni rapporti con l’attuale regime della DPRK, vanno all’estero per guadagnare i soldi per la risoluzione dei problemi familiari e non vogliono mettere a repentaglio quest’importante attività.

Tuttavia al momento, come possiamo osservare, gli operai hanno dei difensori: come quelli nel DOS e quelli tra i liberali occidentali che vogliono proibire la migrazione nordcoreana per motivi lavorativi.

Secondo gli USA è tutto molto chiaro: l’amministrazione Trump ha puntato sul denaro in circolo in Corea del Nord. Il progetto è quello che Pyongyang dopo aver fatto fronte alle sanzioni e al peggioramento della situazione economica, decida di rinunciare all’arma atomica. Questo piano è evidentemente errato: la DPRK non rinuncerà all’arma atomica per nessuna ragione, anche se la conservazione del piano di armamento nucleare significherebbe nuova carestia e la morte di una parte considerevole degli abitanti del paese.

Tuttavia a Washington restano intatte molte illusioni e tuttora la diplomazia americana lavora senza sosta al fine di chiudere tutti i canali finanziari del regime nordcoreano, compresa la fornitura di forza lavoro che rappresenta per Pyongyang una fonte notevole di entrate.

Allora, come si suol dire, gli americani hanno le loro ragioni: hanno paura, come gli altri paesi (compresa la Russia), sia del programma nucleare della Corea del Nord sia dell’influenza negativa che questo programma determina sulla stabilità del progetto di non proliferazione nucleare. Naturalmente per gli esperti è evidente che le sanzioni non condurranno al risultato sperato, ma il fatto della loro introduzione è comprensibile e non solleva particolari obiezioni.

L’obiezione è sollevata verso altro: bisogna fare degli sforzi finalizzati allo strangolamento finanziario della Corea del Nord ma nell’ottica di una salvaguardia dei diritti degli abitanti nordcoreani. L’interruzione della migrazione per lavoro non significherà che i lavoratori torneranno a casa e lì lavoreranno in officine con aria condizionata per otto ore al giorno e con l’osservanza di tutte le norme di sicurezza. No, le condizioni lavorative saranno con ogni probabilità nettamente peggiori a casa rispetto a quello che troverebbero in Russia e gli stipendi sarebbero di molto minori. I loro figli non potranno ricevere un’educazione di qualità, i loro genitori moriranno prima del tempo senza le medicine di importazione e la loro famiglia si nutrirà con del disgustoso granturco bollito invece del riso tostato o della carne di maiale.

Studente di lingue e letterature straniere all’Università degli Studi di Salerno. Sono appassionato di politica e relazioni internazionali.

Francesco Fantucchio

Studente di lingue e letterature straniere all’Università degli Studi di Salerno. Sono appassionato di politica e relazioni internazionali.