L’appello che non ha avuto risposta. “Matilda” come fenomeno sociale

fonte: Forbes.ru di Aleksey Firsov – traduzione di Sydney Vicidomini.

Leggi l’articolo di Russaliana.me sul film.

“Matilda” è diventato un film poco appetibile, guardarlo è come prendere parte a una scena di massa o a una messinscena politica. Il film ha smesso di essere visto come un’opera cinematografica, perché è stato sovraccaricato di un contenuto simbolico che non interessa quasi a nessuno.

Il film non ha corrisposto alle aspettative né dell’una, né dell’altra parte della vivace polemica pubblica. L’atteggiamento critico della comunità professionale e gli scarsi risultati finanziari ne hanno causato la pubblica autocodificazione: del film parlano male già tutti perché fin dall’inizio delle proiezioni aveva cominciato a dominare un umore negativo e adesso non si riesce più a pensare in modo diverso. Nei primi giorni di proiezione nelle sale, incluso il weekend, gli incassi sono ammontati a circa 200 milioni di rubli. Da un lato si tratta di un risultato pienamente accettabile per il cinema russo – tutto sommato, non è di molto inferiore a quello del più pubblicizzato “Viking” (249 milioni di rubli nel primo weekend). Tuttavia le prognosi precedenti alla distribuzione prevedevano il doppio degli incassi. E sebbene i colleghi di Aleksey Uchitel parlino di successi a livello locale, come in Germania, dove il film è stato ricevuto in maniera molto positiva, l’immagine nel complesso risulta sfuocata.

Inoltre, il quadro ha perso il potenziale di catalizzatore della polemica pubblica – molte fobie e speranze hanno poi mostrato di essere soltanto degli schizzi iniziali che non si sono sviluppati in seguito. C’era di che parlare prima dell’uscita del film, ma non c’è niente da dire dopo. In altre parole, il principio secondo il quale “lo scandalo è il motore del commercio” in questo caso ha mostrato di non essere sempre applicabile. Qual è stata la causa di questo disguido? In fondo, si potrebbe supporre che la critica da parte del famigerato gruppo di Poklonskaya abbia agito in entrambe le direzioni: sia sulla diminuzione della domanda da parte della fazione tradizionalista, sia sull’aumento della curiosità nell’altra. La polemica scaldatasi per un anno intero avrebbe potuto dare vita ad un flusso stabile di spettatori e di entrate.

 

 

Si parla molto dei punti deboli del film: il mix di generi, le scene e la lingua innaturali, il distaccamento dalla realtà e dal fondamento della storia (l’azione è facilmente trasferibile in un regno immaginario qualsiasi), il casting sbilanciato, il carattere di vaudeville della rappresentazione eccetera. Ad ogni modo, accanto ai calcoli della regia hanno fatto il loro gioco anche condizioni indipendenti dagli autori. Tra queste figurano le opinioni formatesi prematuramente, le aspettative elevate, la ricerca nervosa, e non necessaria all’arte, di corrispondenze storiche – come se poi Alexandre Dumas o Walter Scott avessero creato delle ricostruzioni precise.

Si è accumulata la stanchezza di un dibattito eccessivamente lungo e complicato. Se ne è parlato così tanto, che si è perso l’effetto sorpresa. Per un determinato tipo di pubblico “Matilda” è diventato un film poco appetibile, guardarlo è come prendere parte a una scena di massa o a una messinscena politica. Il film ha smesso di essere visto come un’opera cinematogrefica, perché è stato sovraccaricato di un contenuto simbolico che non interessa quasi a nessuno.

A dire il vero, il regista Aleksey Uchitel parla di altre ragioni, per esempio l’assenza di pubblicità. Ma nell’epoca del web questa è una debole giustificazione. Esistono molti prodotti che godono di un successo colossale senza investire nella pubblicità, che è sostituita dall’onda mediatica, dal movimento di idee in rete. In realtà “Matilda” di pubblicità ne ha avuta anche troppa: molti invidierebbero una promozione così attiva. Un altro conto è, invece, che Uchitel non ha colto il momento in cui sarebbe stato possibile giocarsi questa carta: diventare non un semplice regista, ma anche la voce principale di un dibattito pubblico significativo, prendere parte attivamente alla partita dello scontro di idee. Il film non è diventato il messaggio che tutti si aspettavano. E nonostante ciò, indipendentemente dai risultati attuali, questa storia, fine a se stessa, si manifesta come un fenomeno sociale estremamente interessante. La vicenda ha messo allo scoperto una serie di tendenze e ha inasprito le reazioni, confermando le particolarità dello spazio pubblico nella Federazione Russa. Anche sotto questo aspetto la produzione del film si è rivelata necessaria.

Consideriamo, per cominciare, i vincenti e i perdenti di questo progetto. Si possono annoverare tra i vincenti: Natalia Poklonskaya (per lo sviluppo della propria immagine, per aver rafforzato il suo target e per essersi imposta a livello federale), il blocco ideologico dell’amministrazione del presidente (per la trasposizione dello scomodo dibattito riguardante il centenario della rivoluzione a un livello marginale), l’ala ortodosso-patriottica della società (per il consolidamento, il raggiungimento di una maggiore compattezza intorno a simboli unificanti). Infine, potremmo considerare un vincente simbolico la stessa Matilda Kshesinskaya (sotto forma di concentrato di memoria storica), uscita dal dimenticatoio e resuscitata in una forma esteticamente invitante.

Dalla parte dei perdenti, invece: il regista Aleksey Uchitel (per le valutazioni scarse ricevute dal prodotto, per aver giocato debolmente sulla linea dell’opinione pubblica), la parte liberale della società (a causa degli scarsi meriti artistici del film, non è stato possibile mostrare gli oppositori come degli indiavolati), il cinema russo e il ministero della cultura (perché si conferma la versione sulla crisi profonda in ambito cinematografico). Sul piano simbolico di può aggiungere alla schiera dei perdenti l’imperatore Nicola II: il suo ruolo è stato rappresentato in maniera abbozzata e non ha reso efficacemente il prototipo storico.

La divisione tra vincenti e perdenti potrebbe sembrare assurda rispetto a un’opera d’arte, ma non lo è in Russia, dove il film ha avuto un ruolo provocatorio. Ha contribuito a confermare un fenomeno tipico della nazione: l’arte assume la funzione di consolidare le posizioni dell’opinione pubblica. Una mostra fotografica, un concerto, una prima teatrale o cinematografica, una performance, si circondano ben presto di significati rilevanti per la società, dividendo il pubblico in “noi” e “loro” e richiedendo un’azione diretta: la protesta, le denunce all’ufficio del procuratore e tutto il resto. Questo fenomeno è nato in Russia già due secoli fa e si è ripetuto diverse volte. “E così il mondo si è diviso tra quelli a cui piace e a cui non piace, che so, Pasternak”, come ha scritto il poeta Aleksandr Kushner.

Perché avviene questa trasformazione dell’arte nei fatti di rilevanza pubblica? Perché gli istituti della società, che possono adempiere a questa funzione, non sono sufficientemente sviluppati. Se, per esempio, Poklonskaya non ha la possibilità di concettualizzare la sua mappa del mondo a livello politico (non essendoci una struttura riconosciuta della parte conservatrice), lo fa cogliendo la situazione, seguendo l’istinto politico. La sua vittima sacrale diventa un’opera abbastanza innocente e mediocre. Tuttavia questa vittima dà solo inizio a un processo che non si sa dove porterà.

La differenza tra le fazioni che i partecipanti della polemica hanno messo alla luce e che spiega la loro fatale divisione, è caratteristica di questo fenomeno. Le parti hanno usato diverse modalità di descrizione della realtà in uso nella pratica culturale: quella simbolica e quella realista.  La modalità simbolica è sulla linea di Poklonskaya. Secondo questo approccio le cose non sono uguali a se stesse, alla propria evidenza empirica. Molti dettagli che si possono incontrare nella vita quotidiana di un personaggio sono cancellati o spostati al di là dell’orizzonte della percezione.  Lo stesso oggetto è valutato soltanto nella misura in cui serve all’idea superiore ad esso affidata. Per questo tipo di coscienza sono come minimo indifferenti, e come massimo disgustose, le manifestazioni più basse della vita reale di un personaggio al quale è capitato il ruolo di simbolo. Le storie d’amore, i capricci della vita, l’hobby di sparare ai corvi (per il quale era noto l’ultimo imperatore), il modo comico in cui sono mostrate le sedute spiritiche e molto altro: tutto questo non può in alcun modo entrare nel campo visivo di questa modalità di percezione.

La stessa “Matilda” ha finito per essere spremuta tra modi diversi di ragionare, il che ha disorientato il pubblico. L’Imperatore nel film ha smesso di essere un simbolo, ma non è diventato un personaggio storico. Tuttavia la coscienza collettiva attuale sente l’esigenza di determinatezza, di argomenti spiegati chiaramente. Un’altra sua caratteristica è l’annullamento dei mezzi toni, il desiderio di un rigido sistema di coordinate, il senso latente di appartenenza al gruppo. “Da che parte state, maestri della cultura?” Il carattere di vaudeville dell’opera, nella quale tutti volteggiano in una specie di vortice danzante, priva il pubblico di questi punti fermi. Sopraggiunge quel fenomeno che in psicologia si chiama dissonanza cognitiva (la non corrispondenza delle impostazioni mentali con ciò che viene osservato, il conflitto dei significati interiori).

 

Se dovessimo fare una prognosi degli scenari a venire – non più nel caso di “Matilda”, ma in quello delle future rappresentazioni di altri autori, – potremmo supporre che si svilupperanno due tendenze. Una di esse è quella in cui si spegne l’interesse verso opere che non sono capaci di accogliere in sé una vasta gamma di idee rilevanti per la collettività. Il pubblico, in un film, vuole vedere più di un film: la via di uscita da una situazione nella quale è difficile orientarsi e manca una prospettiva definita. In questo contesto l’utilizzo della risorsa storica è stato sperimentato a sufficienza: non perché non ci siano più soggetti da rappresentare, ma perché è lo stesso concept che stanca – riciclare la storia per risolvere i problemi attuali. La seconda tendenza è quella in cui l’arte comincia a caricarsi seriamente, e non per finta, come è successo con “Matilda”, di un elevato contenuto di significati, compensando la mediocrità dello spazio politico.

E adesso una breve conclusione lirica. Se io, come autore di questa rubrica, avessi la vocazione e le possibilità, farei un film intitolato “Rivoluzione”. Mostrerei come nell’uomo maturano la volontà di agire, la capacità di decidere e di non voltarsi indietro. Come i simboli del passato perdono simbolismo. Come lo spazio improvvisamente si allarga, e in questa grandezza si gettano correnti e vortici di persone, carretti in corsa, lo sferragliamento degli otturatori, i destini capovolti, i decreti e le condanne. L’idea principale è che tutto si può ribaltare nel giro di un’ora. Il mondo è fragilissimo e sotto di esso, come sotto una lastra di ghiaccio, si nascondono energie completamente diverse. Il film mostrerebbe gli eventi di cento anni fa sul piano di quelle energie che non rientrano nella scala di misurazione abituale. Al posto di tutto questo, ci hanno rifilato una ballerina.

 

Insegnante, traduttrice, poliedrica. Curiosa del mondo e appassionata divulgatrice. Autrice di Russaliana – appunti russi di un’italiana su russaliana.me
sydney.vicidomini@gmail.com

Sydney Vicidomini

Insegnante, traduttrice, poliedrica. Curiosa del mondo e appassionata divulgatrice. Autrice di Russaliana – appunti russi di un’italiana su russaliana.me
sydney.vicidomini@gmail.com