L’incidente del passo di Djatlov: uno degli eventi più misteriosi nella storia dell’URSS

FONTE : http://russian7.ru/ – tradotto da Giulia Romanelli

 

Nella notte del 2 febbraio 1959 un gruppo di escursionisti, con a capo Igor Djatlov, morì in condizioni misteriose sui monti Urali. Il mistero di questa tragedia non è stato ancora a tutt’oggi chiarito. Sono state tuttavia formulate molte versioni riguardo l’incidente, avvenuto sul Cholat-Sjachyl, una piccola montagna nel nord degli Urali, che da molto tempo gode di pessima fama. Infatti il nome di questa vetta nella lingua del popolo locale, i Mansi, significa “montagna dei morti”. Esiste una leggenda riguardo nove cacciatori che morirono in quel luogo molto tempo fa. Da quel momento alla montagna è stata collegata una maledizione secondo cui se un gruppo di nove persone si addentra in quei luoghi, li aspetta di sicuro la morte. Le superstizioni dei Mansi venivano considerate come delle sciocchezze, ma nel febbraio del 1959 la loro leggenda divenne realtà: su un versante della montagna, per ragioni non del tutto chiare, morirono nove giovani escursionisti, guidati da Igor Djatlov. Secondo gli ultimi appunti ritrovati nei diari dei partecipanti all’escursione, il gruppo di Djatlov aveva raggiunto il pendio del Cholat-Sjachyl il primo di febbraio e si era preparato per il pernottamento. Non ci è dato sapere cosa successe dopo. I soccorritori ritrovarono nella tenda del gruppo il cibo, le attrezzature e…le scarpe. Infatti a giudicare dagli indizi ritrovati, pare che gli escursionisti abbiano improvvisamente lasciato il loro rifugio senza riuscire neanche a mettersi le scarpe o a vestirsi del tutto. Dopo lunghe ricerche i soccorritori ritrovarono i corpi, che sembravano quasi disposti in linea retta dalla tenda fino a una distanza di 1,5 chilometri. Tutti furono colpiti dall’innaturale colore rosso-aranciato della pelle delle salme. Alcuni corpi erano orrendamente sfigurati: una delle ragazze non aveva più gli occhi e la lingua, due ragazzi avevano le costole spezzate, un altro il cranio spaccato. Cosa era successo?

 

Una valanga?

Secondo una delle versioni riguardanti l’incidente, gli escursionisti abbandonarono la tenda a causa di una valanga improvvisa, proveniente dal versante della montagna. Lo strato di neve cadde durante la notte cogliendo il gruppo di sorpresa. Questo spiegherebbe le profonde ferite di alcuni dei corpi, la confusione nei vestiti che i ragazzi indossarono (afferrarono le prime cose che trovarono sotto mano) e lo sgombero frettoloso dalla zona di pericolo. Questa versione è buona, ma anche…inverosimile. Nessuno dei soccorritori, tra i quali si trovavano molti esperti alpinisti, ritrovò tracce della valanga o di lastre gelate che avrebbero potuto schiacciare la tenda. Al contrario, il luogo scelto dagli escursionisti per il pernottamento era adatto e il rifugio era stato preparato da mani esperte. In quel modo la tenda non sarebbe mai potuta cadere sui ragazzi che dormivano all’interno. La versione della valanga è quindi assolutamente inverosimile.

 

Un conflitto con i cacciatori?

I primi sospettati furono i cacciatori del locale popolo dei Mansi. Secondo questa versione i cacciatori ebbero una lite con gli escursionisti e li attaccarono. Uno di loro riportò gravi ferite, altri riuscirono a scappare ma poi morirono per ipotermia. Alcuni Mansi furono arrestati, ma tutti rifiutarono categoricamente di dichiararsi colpevoli. Non è chiaro a che destino andarono incontro i cacciatori fermati (i rappresentanti delle forze dell’ordine sovietiche padroneggiavano alla perfezione l’arte di ottenere confessioni). Tuttavia la perizia degli esperti chiarì che le fenditure presenti sulla tenda degli escursionisti erano state praticate non dall’esterno, ma dall’interno. Non erano quindi stati gli assalitori a “sfondare” la tenda, ma gli escursionisti stessi a sforzarsi per uscirne. Inoltre non vennero trovate tracce di estranei intorno all’accampamento e gli approvvigionamenti erano intatti (il cibo era merce di gran valore per i Mansi). Fu quindi necessario rilasciare i cacciatori arrestati.

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Un errore del Ministero degli Affari Interni?

Una delle versioni dei cospirazionisti è che il gruppo di Djatlov fu eliminato dalle forze speciali del Ministero degli Affari Interni, che stavano inseguendo dei prigionieri evasi (infatti nel nord degli Urali si trovavano diverse colonie penali). Secondo questa versione durante la notte nel bosco le forze speciali si imbatterono negli escursionisti, li scambiarono per detenuti evasi e li uccisero. Per un motivo non ben specificato queste misteriose forze speciali non utilizzarono né armi da fuoco né armi bianche: sui corpi non c’erano infatti segni di pugnalate o di ferite di pistola. Inoltre negli anni ’50 inseguire detenuti evasi in notturna nel mezzo di un bosco sperduto era considerato un rischio troppo grande. In questo caso si mettevano invece in guardia le autorità dei paesi vicini e si aspettava che gli evasi uscissero e facessero ritorno alla “civiltà”, in quanto in una foresta non si può resistere a lungo senza approvvigionamenti. Inoltre gli addetti alle indagini chiesero informazioni riguardo detenuti scappati dalle colonie penali circostanti e rilevarono che tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio non c’erano state evasioni nei dintorni. Pertanto le forze speciali non avrebbero avuto nessuno da inseguire sul Cholat-Sjachyl.

 

Un’operazione per eliminare testimoni scomodi?

I cospirazionisti non trovano ancora pace: alcuni credono infatti che se la colpa non è delle forze speciali del Ministero degli Affari Interni, allora è delle forze speciali del KGB. Gli escursionisti sarebbero quindi stati eliminati in quanto testimoni scomodi del collaudo di una qualche arma segreta. Ma per quale motivo l’onnipotente KGB avrebbe dovuto tollerare la presenza di decine di soccorritori sul poligono di prova di una “superarma” o permettere loro di esaminare il territorio così attentamente? Non sarebbe stato più semplice dire che gli escursionisti erano stati ricoperti da una valanga e non autorizzare nessuna indagine? Se così fosse accaduto non sarebbe nata nessuna inquietante leggenda riguardo il “segreto del gruppo di Dyatlov”. Di questa vicenda sarebbe rimasta solo qualche colonna nei necrologi dei giornali. Dal 1959 su quelle montagne sono infatti morte molte persone, ma di quante di loro ci ricordiamo ancora oggi?

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Agenti segreti stranieri?

Ed ecco la versione più “esotica”, secondo la quale il gruppo di Dyatlov fu eliminato…da agenti segreti stranieri! Perché? Per far fallire un’operazione del KGB: sì perché l’escursione studentesca sarebbe stata solo una copertura per una “consegna controllata” di indumenti radioattivi agli agenti nemici. La spiegazione di questa stupefacente teoria non manca di umorismo. È noto che i ricercatori scoprirono tracce di sostanze radioattive sugli indumenti di tre degli escursionisti morti. I cospirazionisti hanno collegato questo elemento alla biografia di una delle vittime: Georgij Krivoniščenko. Krivoniščenko lavorava ad Ozёrsk, la città sovietica degli scienziati atomici (una città chiusa, ovvero una località sottoposta a particolari restrizioni di accesso, situata nella regione di Čeljabinsk), dove si ricavava plutonio per bombe atomiche. I campioni degli indumenti radioattivi rappresentavano un’informazione preziosa per i servizi segreti stranieri. Krivoniščenko lavorava per il KGB e doveva incontrarsi con gli agenti nemici sulla montagna del Cholat-Sjachyl e dare loro il “materiale” radioattivo. Ma il ragazzo combinò qualche pasticcio è così gli agenti nemici uccisero tutto il gruppo di Dyatlov ed eliminarono ogni traccia. Gli assassini agirono in modo sofisticato: minacciando gli escursionisti con le armi, ma senza usarle (non volevano lasciare tracce), buttarono fuori i giovani dalla tenda in mezzo al ghiaccio, senza scarpe, destinandoli a morte certa. Per un certo tempo gli agenti nemici pazientarono, poi si mossero a cercare il gruppo e brutalmente finirono quelli che non erano ancora congelati. Insomma, una scena davvero orribile.

Ora riflettiamo insieme su questa versione. Come potevano dei collaboratori del KGB pianificare una “consegna controllata” in un posto sperduto, che non potevano tenere sotto controllo, e da cui non potevano osservare l’operazione e proteggere il proprio agente? Tutto questo è assurdo. E soprattutto dove si trovava la base degli agenti nemici, quella da cui avrebbero colpito gli escursionisti nel bel mezzo degli Urali? Solo un’entità invisibile non avrebbe destato scalpore nei villaggi circostanti: gli abitanti locali si conoscevano infatti l’un l’altro e avrebbero subito notato uno straniero. E perché gli agenti nemici, dopo aver astutamente inscenato la morte degli escursionisti per congelamento, avrebbero improvvisamente perso il lume della ragione e avrebbero iniziato a torturare le loro vittime spezzandogli le costole, strappandogli via la lingua e gli occhi? E come avrebbero fatto questi maniaci invisibili a scappare dall’inseguimento dell’onnipresente KGB? I cospirazionisti non sanno dare risposta a tutte queste domande.

 

Il collaudo di un’arma nucleare o di un missile balistico?

Dopo aver analizzato le teorie riguardanti cospirazioni di agenti nemici, veniamo ora alla versione del collaudo segreto di un’arma nucleare nell’area dove si trovava il gruppo di Dyatlov (il che spiegherebbe le tracce radioattive ritrovate sugli indumenti degli escursionisti). Purtroppo però dall’ottobre del 1958 al settembre del 1961 l’URSS non ha realizzato nessuna detonazione nucleare, in osservanza con il patto sovietico-statunitense che vietava simili operazioni. Sia i sovietici che gli americani controllavano con attenzione che il “silenzio nucleare” venisse osservato. Inoltre, a seguito di una detonazione nucleare le tracce delle radiazioni sarebbero state trovate su tutti i membri del gruppo. Tuttavia secondo le rilevazioni degli esperti le tracce radioattive furono rinvenute solo sugli indumenti di tre degli escursionisti. L’innaturale colore rosso aranciato della pelle delle salme e dei loro indumenti è stato spiegato da alcuni “esperti” tramite la caduta nell’area in cui era stabilito il gruppo di Dyatlov di un missile balistico sovietico P-7. Sembra che questo avvenimento abbia spaventato gli escursionisti e che i vapori emessi dal combustibile, ritrovato sugli indumenti e sulla pelle delle salme, abbia causato questa strana reazione. Ma lo scoppio del combustibile di un missile non “rilascia colore”, bensì uccide seduta stante. Gli escursionisti sarebbero morti vicino alla loro tenda. Inoltre, come stabilito nel corso delle indagini, nessun missile è stato lanciato dal cosmodromo Bajkonur (base di lancio di missili sovietici situata in Kazakistan, N.d.t.) nel periodo dal 25 gennaio al 5 febbraio del 1959.

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Un meteorite?

Mediante un sopralluogo medico-legale in cui si analizzò la natura delle lesioni inflitte ai membri del gruppo, si arrivò alla conclusione che queste fossero “molto simili ai traumi causati da un’esplosione aerea”. Analizzando l’area dell’incidente, i soccorritori trovarono tracce di un incendio sul tronco di alcuni alberi. Si ebbe l’impressione che una qualche forza sconosciuta si fosse imbattuta sull’area, colpendo con precisione solo le persone e gli alberi.

Alla fine degli anni ’20 gli scienziati sovietici ebbero il compito di valutare le conseguenze di un fenomeno naturale simile a quello del passo di Dyatlov. Questo fenomeno era avvenuto nella regione in cui cadde il meteorite di Tunguska. Secondo le testimonianze di alcuni partecipanti a quella spedizione, nell’epicentro dello scoppio vicino ai superstiti furono ritrovati degli alberi bruciati. Gli scienziati non seppero spiegare la logica di quella strana forza “selettiva”.

Anche i ricercatori del caso Dyatlov non seppero spiegarne tutti i dettagli: infatti il 28 maggio del 1959 arrivò un comando “dall’alto” e il caso fu chiuso. Tutti i materiali vennero secretati e posti in un archivio speciale. La conclusione finale dell’inchiesta si è rivelata molto vaga: “si ritiene che il motivo della morte degli escursionisti sia stata una forza naturale, che non poté da loro essere bloccata”.

Il segreto dell’incidente del passo di Dyatlov non è stato ancora scoperto. Di tanto in tanto alcuni ricercatori scalano la “montagna dei morti” alla ricerca di risposte, ma perfino i più temerari non si azzardano ad andare sul Cholat-Sjachyl in gruppi di nove persone.

L’Est Europa, con la sua cultura e la sua mescolanza di lingue e popolazioni, è il mio interesse principale. Tutto è iniziato con una lezione sulla rivoluzione russa in quinto superiore, da lì ho deciso di studiare questa magnifica e tremenda lingua prima all’università di Urbino, poi a Bologna. Ho migliorato le mie competenze con un soggiorno a Mosca, ho svolto un volontariato in Lituania e da lì mi sono lanciata in un viaggio alla scoperta dei paesi slavi, ho vissuto 5 mesi a Varsavia dove ho avuto il piacere di studiare il polacco, a breve mi trasferirò a Praga per uno stage. Spero di sfruttare le mie conoscenze per darvi uno sguardo più approfondito sull’est Europa.

Giulia Romanelli

L’Est Europa, con la sua cultura e la sua mescolanza di lingue e popolazioni, è il mio interesse principale. Tutto è iniziato con una lezione sulla rivoluzione russa in quinto superiore, da lì ho deciso di studiare questa magnifica e tremenda lingua prima all’università di Urbino, poi a Bologna. Ho migliorato le mie competenze con un soggiorno a Mosca, ho svolto un volontariato in Lituania e da lì mi sono lanciata in un viaggio alla scoperta dei paesi slavi, ho vissuto 5 mesi a Varsavia dove ho avuto il piacere di studiare il polacco, a breve mi trasferirò a Praga per uno stage. Spero di sfruttare le mie conoscenze per darvi uno sguardo più approfondito sull’est Europa.