Il committente ha un alibi. Politico.

Novaja Gazeta tradotto da Iris Karafillidis, Sergej Sokolov

Oggi, trascorsi undici anni dal 7 ottobre 2006, possiamo ancora dire con assoluta sicurezza che l’omicidio di Anna Politkovskaja non è stato risolto, e non lo sarà nel futuro né prossimo né lontano. Non si tratta di un segnale di debolezza del sistema inquirente: è una questione politica. Per compiacere un qualche tornaconto tra uomini di potere, un reciproco “check and balance”, oppure, ancora, un certo affare pseudo-legale, agli investigatori non è stato dato alcun ordine di cercare il mandante dell’omicidio. Pare, addirittura, che sia avvenuto il contrario.

Da questo, però, non possiamo che trarne una conclusione: il committente dell’omicidio occupa tuttora un ruolo non marginale, all’interno della gerarchia del potere russo. E ci sono, evidentemente, persone altolocate che sanno il suo nome, o quantomeno lo immginano.

È stato chiaro praticamente da subito che le cose sarebbero andate esattamente così, non appena (e non era passato nemmeno un mese dall’assassinio) certi alti funzionari della Procura, alcuni investigatori, e, subito a seguire, anche il Presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov, cominciarono a dire che conoscevano, di fatto, il mandante del delitto.

Si trattava di un oligarca, di quelli che si nascondono all’estero e accarezzano, di certo, l’idea di destabilizzare la situazione nel paese. In seguito comparve anche il cognome, che di per sé non sorprese nessuno: Berezovskij.

Mito n.1: Berezovskij.

Fin quasi dai primissimi giorni, gli inquirenti del Comitato investigativo della Federazione Russa ricevettero una chiara disposizione da parte di importanti funzionari ministeriali: cercare il “giusto” committente del delitto, e il cognome di questa “comparsa” era Berezovksij.

Questo non vuol dire che l’indagine non abbia considerato possibilità diverse, ma la richiesta era di trovarne solo una. Quanto tempo prezioso è stato perso, e più si va avanti, più diventa difficile colmare questa perdita. In sostanza, ci sono tonnellate di carta straccia che riguardano questa versione imposta all’indagine, e niente a proposito dei possibili indagati.

Anche quando gli esecutori dell’assassinio furono condannati e messi in prigione, le indagini continuarono a confermare che all’epoca Berezovksij era già morto ma che era il fantoccio principale dell’omicidio di Anna Politkovskaja (in effetti, non appena fu annunciata la morte dell’eminenza grigia della politica russa, nel Comitato investigativo ci fu quasi un lutto, poiché si sgretolava, così, non solamente il caso Politkovskaja, ma anche quello di Chlebnikov e di Litvinenko, per i quali era stato individuato come mandante sempre Berezovksij).

Tuttavia, nonostante gli interrogatori di Kovtun (lo stesso dell’affare Litvinenko), del capitano ucraino Mel’ničenko (colui che aveva reso pubbliche le intercettazioni sull’omicidio del giornalista Gongadze ed era stato protetto da Berezovskij), di certi imbroglioni ucraini nascosti all’estero, ex funzionari che non avevano avuto paura di andare subito al Comitato, infischiandosene della possibilità di estradizione; nonostante la folla di depistatori che avrebbero sentito “qualcosa da qualche parte”, e le cui dichiarazioni non sono mai state confermate…non è stato possibile trovare nessuna traccia di Berezovskij. Fatto che, dopo lo scoppio dello scandalo, l’allora portavoce del Comitato investigativo, Vladimir Markin, era stato costretto a denunciare.Gli inquirenti, però, si sono impuntati fino all’ultimo. La conferma più chiara proviene dalle dichiarazioni dell’unico condannato per il caso, il tenente colonnello della Polizia di Mosca, Dimitrij Pavljučenkov (ricordatevi questo nome), che aveva iniziato a collaborare alle indagini. Secondo le condizioni della trattativa, Pavljučenkov avrebbe dovuto indicare nome e cognome del mandante (che conosce bene): alla fine, però, non ha rispettato i propri impegni, raccontando tutto a proposito del sopracitato Berezovskij senza essere capace, tuttavia, di portare qualche prova fondata. Cosa che, tra l’altro, non gli ha impedito di ottenere l’indulgenza dal tribunale, perché nessuno si è deciso a sciogliere la trattativa, nonostante le proteste dei figli di Anna Poltikovskaja e dei loro avvocati.

Mito n.2: il 7 ottobre

L’omicidio di Anna Politkovskaja è avvenuto il giorno del compleanno del Presidente (Putin, ndT), e questo ha generato, in alcune menti isolate, “l’unica versione possibile”, che fino ad oggi non ha perso la propria vena complottista, nonostante tutto quello che è stato reso noto nel corso del processo pubblico.

In realtà, la commentatrice della “Novaja Gazeta” doveva essere uccisa ben prima, già ad agosto-settembre, ma a causa delle sue continue missioni gli esecutori non si erano preparati adeguatamente, non avendo calcolato i suoi viaggi e i suoi movimenti, mancando, in sostanza, di “un piano”.

Tutto ciò è stato reso noto grazie alle intercettazioni presenti tra le prove del caso: uno degli organizzatori del delitto, Lom-Ali Gajtukaev, faceva pressione su i suoi nipoti, i fratelli Machmudov, alludendo al fatto che il mandante avesse già perso la pazienza.

Bisognava accelerare gli eventi. In base ad una prova video, già dai primi giorni d’ottobre il futuro killer si aggirava vicino all’ingresso del palazzo. Anna lo aveva addirittura incontrato uscendo di casa, come mostra la telecamera sul cortile. Avrebbero potuto ucciderla già il 5 ottobre, ma si è messo di mezzo un vicino di casa a cui stavano portando un mobile, e gli scaricatori hanno spaventato l’assassino. In parte a causa di questa fretta, ma anche per colpa della loro tircheria (non hanno buttato le sim del telefono e non si sono liberati della macchina), i fratelli Machmudov sono stati presi.

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Domanda senza risposta n.1

L’inchiesta non è riuscita a chiarire come il killer si sia introdotto nell’androne del palazzo il giorno dell’omicidio. Nelle immagini del video si vede un uomo di media statura che per alcuni secondi sta fermo davanti alla porta, e poi la apre. La versione ufficiale sostiene che dentro ci fosse il complice, ma non è stata né confermata né confutata. Infatti, non si è trovato alcun inquilino dell’edificio che fosse in quell’androne.

I depistatori

Alle indagini hanno portato via molto tempo i depistatori. Oggi, dopo diversi anni, si è formata l’impressione che quella corposa corrente di disinformazione, piombata sull’inchiesta fin dai primi giorni, non può essere stata casuale.

Questi depistatori non avevano fornito solamente delle notizie su Berezovskij, ma avevano cercato di suggerire chi avrebbe finanziato il delitto e chi avrebbero potuto essere gli esecutori e gli intermediari: le loro false testimonianze di frequente erano costruite, ponderate e professionali. Tutto ciò ha decisamente confuso la faccenda, facendo perdere tempo e forze, ma, purtroppo, questi signori non sono stati “torchiati”, sebbene, del tutto verosimilmente, avrebbero potuto condurre a coloro che stavano cercando di ostacolare le indagini.

Arresti affrettati

Durante l’estate del 2007 ci furono due avvenimenti direttamente collegati all’inchiesta. In primo luogo, grazie allo studio scrupoloso dei tabulati telefonici e alla stupidità degli assassini, che avevano attivato una sim “per l’omicidio”, erano stati identificati degli indiziati. In secondo luogo, dall’autunno le indagini erano passate del tutto dalla Procura al neo-convocato e autonomo Comitato investigativo. A qualcuno venne voglia di sbattere forte la porta e, così, “risolvere” la faccenda con le forze dei magistrati.

Di fatto, al gruppo investigativo e agli ufficiali della squadra operativa non fu dato il tempo di raccogliere prove a carico degli indiziati: né con le intercettazioni, né con i pedinamenti, né con l’accertamento dei loro rapporti reciproci. Gli arresti furono fatti senza preparazione e frettolosamente. Risultato: si dovette liberare la maggior parte dei fermati per estraneità ai fatti, oppure per insufficienza di prove che dimostrassero la partecipazione al delitto. Tutte le accuse e, in alcuni casi, molti sospetti fondati caddero necessariamente.

Un destino altrettanto felice è stato quello di Pavel Rjaguzov, tenente colonnello dei Servizi segreti di Mosca, sotto la cui responsabilità si trovava l’omicida di Anna Politkovskaja, Rustam Machmudov. L’agente l’aveva reclutato, quando viveva con un cognome straniero e dei documenti falsi, per le sue operazioni di servizio, e divenne assieme a lui la figura di una delle verifiche effettuate dalla polizia russa, per questioni o di racket o di contraffazione.

Seconda cosa. Il killer riuscì a nascondersi: all’indagine non bastò letteralmente un mese per stabilirne l’identità reale. Ma a poca distanza dalle perquisizioni, Rustam Machmudov andò anche negli appartamenti dei suoi fratelli e iniziò un andirivieni dal proprio domicilio, subito dopo l’inizio delle operazioni d’indagine.

Non riuscirono a raccogliere sufficienti prove nemmeno contro uno dei co-organizzatori del delitto, Lom-Ali Gajtukaev, un altro ben conosciuto dai colonnelli Rjaguzov e Pavljučenkov. Alla fine, questi prese parte al primo processo in qualità di…testimone dell’accusa. Come lo stesso Pavljučenkov.

Ultimo punto. Quando nemmeno uno dei complici dell’assassinio (a parte il già citato Pavljučenkov) fornisce delle dichiarazioni, l’assenza di informazioni operative incide sulla qualità della base probatoria. E in maniera molto significativa.

Le talpe

Tutto il tempo “scorre”. Subito dopo i fermi, vennero ascoltate le famiglie degli indagati da membri ufficiali del Tribunale di Mosca e della polizia, per cui il Generale Kupražkin, il responsabile della sicurezza alla Lubjanka (il palazzo dei servizi segreti a Mosca, ndt), convocò ad hoc una conferenza stampa speciale, sebbene fino a quel momento non era stato noto al pubblico. Per un qualche motivo, nessuno pensò al fatto che tutta la cerchia dei complici non era stata scoperta affatto. E a qualcuno, del tutto verosimilmente, proprio questo fu d’aiuto per nascondersi o per fare perdere le proprie tracce.

Durante i processi per il prolungamento della custodia cautelare, che vennero fatti a porte aperte, uscirono sui giornali sempre da fonti ufficiali i nomi di indiziati nuovi, ancora non arrestati, in special modo l’identità del possibile intermediario.

Venne pubblicata la targa della macchina, non ancora ritrovata, con cui si erano mossi gli assassini, dopo che ne venne ordinata la ricerca. E solamente un miracolo permise di rinvenire rapidamente un reperto “importantissimo”, come se non ci fossero stati altri ritrovamenti e la perizia che avevano confermato la partecipazione all’omicidio dei fratelli Machmudov.

Di che cosa si trattò? Del classico disordine oppure di una cosa pianificata? Non abbiamo una risposta per questa domanda.

Il primo, inutile, giudizio

Le persone che si trovavano al banco degli imputati erano le seguenti: i due fratelli Machmudov, Džabrail e Ibragim, l’ex ufficiale del Comando regionale per la lotta al crimine organizzato Sergej Chadžikurbanov, e il tenente colonnello Pavel Rjaguzov, che, però, era accusato di un altro reato insieme a Chadžikurbanov, secondo la versione delle indagini (per lui le accuse di partecipazione all’omicidio di Anna Politkvoskaja erano cadute).

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I testimoni chiave dell’accusa erano quelli che sarebbero poi stati condannati per l’omicidio della nostra colonnista, il tenente colonnello Pavljučenkov e lo zio dei Machmudov, Lom-Ali Gajtukaev. Il primo si confuse nelle deposizioni perché tentò di difendersi, ragion per cui apparve assai poco convincente. Il secondo trollò i pubblici ministeri e la corte, creando l’incantevole figura di un mafioso sicuro di sé.

Al banco degli imputati non c’era né il killer, né l’intermediario, né il mandante. Le prove non erano solamente poche, ma proprio inconsistenti. (Può essere che per questa ragione abbiano voluto rifare il processo da capo, a porte chiuse, facendo pressione sui giurati?) E il risultato logico fu un verdetto univoco e assolutorio. In seguito, i giurati raccontarono ai giornalisti della “Novaja Gazeta” che, del tutto verosimilmente, tutti gli imputati erano compartecipi del delitto, ma non essendovi la sicurezza non si erano presi l’arbitrio di rispondere “colpevole” alle domande che gli ponevano. E se in quel momento avessero condannato tutti, allora nessuno avrebbe più fatto ricerche.

Testimone-assassino

Perché il tenente colonnello Pavljučenkov è stato difeso così a lungo e così bene?

Ci sono due spiegazioni. In primo luogo, era l’unico che aveva fatto delle dichiarazioni, nonostante tutto. Le sue motivazioni erano comprensibili: piantare in asso il complice, tentare di cavarsela da sé, non dividere con nessuno i soldi ottenuti dall’acconto per l’omicidio e, magari, prendere anche il resto. Se Pavljučenkov non avesse iniziato a parlare in cambio di certi accordi, al processo non ci sarebbe stato assolutamente nulla da riportare. Ma anche se non avesse parlato, è poco probabile che sarebbe diventato un indiziato.

Tutta la questione ruotava intorno al suo incarico. Era un ufficiale della sezione segreta della polizia moscovita, con un grado abbastanza elevato, ed era responsabile della sorveglianza. Gli addetti del comando operativo di ricerca sono coperti da segreto di Stato (persino i colleghi degli altri comandi non sanno chi siano, i dettagli della loro vita, le facce) e lavorano con un regime di assoluta segretezza: dei metodi e delle condizioni del loro operato, per non parlare dei compiti da svolgere, sono informate solo poche unità.

I subalterni di Pavljučenkov, per l’appunto, seguivano Anna Politkovskaja durante i loro turni, nelle automobili di servizio e per cento dollari all’ora. Proprio questi avevano appurato l’indirizzo preciso dell’abitazione della giornalista, i percorsi giornalieri e i grafici dei suoi movimenti. Tutti, poi, divennero testimoni, ma a nessuno venne contestata la responsabilità del delitto, nemmeno per abuso d’ufficio. Si giustificarano (e si scagionarono) dicendo che non avevano mai pensato che la questione fosse un omicidio.

Quando, però, avvennе l’assassinio, nessuno di questi uomini condivise delle informazioni con gli investigatori, anche anonimamente. Quanto gli avevano dato per quel lavoretto “extra”, per ordine di chi e a chi avevano consegnato i risultati dei pedinamenti: questi erano precisamente i misteri più custoditi dei servizi segreti.

Così Pavljučenkov, colui che aveva ricevuto l’ordine dell’omicidio, reclutato i propri subalterni per i pedinamenti, trovato gli esecutori e dato loro i risultati delle osservazioni esterne, risultò essere solamente un testimone. In realtà, subito dopo il processo, fu vittima di un attentato, a cui sopravvisse per miracolo.

“Il secondo cerchio”

Alla “Novaja Gazeta” divenne noto che fu organizato ancora un altro pedinamento di Anna Politkovskaja, durante l’estate del 2006. Per ordine dei servizi segreti di stanza nella Repubblica di Cabardino-Balcaria, Anna era al centro dell’attenzione dei čekisti moscoviti. Una domanda a questo proposito venne fatta durante il primo processo: i professionisti della polizia non potevano non aver notato un altro pedinamento, messo in atto dai colpevoli dell’omicidio.

Prese così forma l’arcano del “secondo cerchio d’osservazione”, di cui si è molto discusso e scritto. Eppure era ancora poco chiaro fino a che punto questo pedinamento era in corso.

Ora questo enigma ha quasi cessato di esistere, e, anche se i čekisti ammettessero un interesse estraneo per il loro obiettivo, soltanto i “subappaltatori” del Ministero degli interni potrebbero esserne disturbati.

Il piede di porco

Da diverso tempo si sarebbe potuto citare in giudizio Lom-Ali Gajtukaev, membro attivo dell’organizzazione criminale di Lazan, a suo tempo strettamente legata ai membri della polizia. Già nell’agosto del 2006, Gajtukaev si trovò sotto inchiesta con l’accusa di aver partecipato all’organizzazione dell’attentato all’oligarca ucraino Gennadij Korban (anche Pavljučenkov, tra parentesi, secondo alcune informazioni, aveva a che fare con la preparazione di questo delitto).

Il telefono di servizio dell’agente Gajtukaev, che più di una volta venne usato per certe macchinazioni, fu intercettato, ma la polizia, alla richiesta degli investigatori, rispose che le trascrizioni erano state distrutte, perchè non rappresentavano un motivo di interesse nell’operazione. Poi, per il secondo processo, riuscirono miracolosamente a trovarle: mancavano, tuttavia, i dati di un solo giorno, il 7 ottobre 2006. E proprio quelle intercettazioni divennero una delle prove fondanti che permisero di condannare all’ergasotolo Gajtukaev.

Dopo il termine delle indagini, che non riuscirono a trovare il mandante dell’omicidio, nessuno si interessò più a Gajtukaev, che morì l’estate dello stesso anno nell’ospedale del carcere, senza che dicesse nulla a nessuno. La “Novaja Gazeta” capì che se ne erano semplicemente dimenticati, fino alla morte. Non è stato ancora possibile chiarire i motivi per cui questo accadde: durante gli ultimi mesi di vita, Gajtukaev respinse tutti i tentativi di contattarlo. Oppure non gli permisero proprio di farlo.

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Il killer

Rustam Machmudov se ne andò in Cecenia, dandosi con successo alla macchia fuori da Mosca, dove aveva vissuto con dei documenti falsi ed era sia ricercato sia in amicizia con i čekisti, di cui eseguiva gli ordini. Laggiù, senza difficoltà, si procurò un documento generale con un terzo nome, e poi un passaporto internazionale. Mandò in Belgio la famiglia e se andò anche lui: per un po’ visse in Europa, per un po’ in Turchia. Le possibilità di arrivare a lui sembravano molto remolte, poi, tutto d’un tratto, l’improvviso arresto.

Domanda senza risposta n.2

Perché il killer tornò in Russia? Perché alla fine decisero di farlo arrestare comunque, rivelando agli investigatori il suo indirizzo e permettendo la sua cattura, per giunta in Cecenia, cosa che è notoriariamente infattibile?

Il testimone misterioso

Il secondo processo aveva tutte le carte in regola per essere a sua volte inutile, poiché non era prevista la presenza al banco degli imputati né di Pavljučenkov né di Gajtukaev: contro quest’ultimo non c’erano abbastanza prove, e il tenente colonnello aveva dato tutte le colpe ai complici, visto che non lo avevano “torchiato” poi così tanto.

Poi, invece, comparve un teste, che per tutto il tempo si trovava vicino a Pavljučenkov ed era al corrente di molte cose. Gli inquirenti sapevano di lui e lo avevano interrogato, ma senza risultati. Lo portò alla redazione della “Novaja Gazeta” la paura, anzi, tre “paure”.

La prima a causa del fatto che lo avevano minacciato di “far spuntare fuori” il suo concorso nell’omicidio.

La seconda rispetto ai colpevoli già noti, soprattutto Pavljučenkov, che era in libertà e aveva molti cotatti tra le forze dell’ordine e la criminalità.

La terza giocò un ruolo fondamentale per l’istruttoria: la paura rispetto agli agenti della polizia, che erano di scorta alle indagini. Secondo le parole del teste, proprio questi lo avevano “indotto” a farnire le prove “giuste”; nelle quali non ci sarebbe stato posto per il tenente colonnello Pavljučenkov. E quando tentarono di impigliarlo in certe faccende della criminalità organizzata, decise di fare come “Vabank”, raccontando alcune cose ai giornalisti e fornendo delle dichiarazioni preliminari agli avvocati dei figli della Politkovskaja.

Fu necessario nasconderlo, e non dagli assasini ancora in libertà, ma soprattutto dai čekisti (in effetti, sia gli uni che gli altri erano stati licenziati da non molto tempo per motivi discrezionali, come se avessero avuto a che fare con l’autorità dello Zio Chasan ed erano persino andati a trovarlo poco prima dell’arresto).

Il testimone, con la promessa di potersi sistemare fuori dalla Russia, venne portato inizialmente in Ucraina. Raccontò tutto quello che sapeva, avendo giurato di fornire una testimonianza ufficiale nel territorio del consolato russo a Kiev. Lo trovarono e per poco non andò tutto in fumo. Gli agenti della polizia ucraina iniziarono a pedinare lui e i lavoratori della “Novaja Gazeta”, su richiesta dei čekisti moscoviti. Solamente la paura di uno scandalo pubblico permise di eliminare quella sorveglianza, e si ottennero le dichiarazioni.

Si fecero avanti nuovi testimoni che comprovarono la pista armata e vennero scoperte ulteriori prove della colpa del killer: Rustam Machmudov e Pavljučenkov furono costretti a dire la verità e gli investigatori dovettero ascoltarla.

Che cosa succede ora?

Niente.

Da quel momento, dopo che Lom-Ali Gajtukaev, Sergej Chadžikurbanov, Dmitrij Pavljučenkov, Rustam, Džabrail e Izbragil Machmudov vennero incarcerati, non si sa più nulla delle indagini preliminari riguardanti le altre persone presenti durante l’omicidio.

L’ispettore generale per questioni di particolare importanza del Comitato investigativo, il generale Petros Garibjan, è andato in pensione e l’indagine è stata affidata ad una sezione subordinata, con a capo un maggiore. Né gli avvocati né i giornalisti della “Novaja Gazeta” hanno idea di chi, ora, deve cercare il mandante dell’omicidio e l’intermediario: a tutte le richieste rispondono “non sono affari vostri”. Le parti lese non sono state informate né della formazione di un nuovo gruppo inquirente, né delle azioni portati avanti dall’inchiesta, né delle perizie stabilite.

Questo perché anche il generale Garibjan è stato lasciato solo ad affrontare la questione, senza giudici istruttori e senza una squadra operativa.

Pavljučenkov e gli altri detenuti tacciono, sebbene sia poco probabile che gli chiedano qualcosa.

Hanno ucciso Gajtukaev, l’indagato per l’intermediazione del delitto si occupa di piccoli affari in Cecenia e nell’oblast’ di Mosca, gli addetti alla sorveglianza o sono andati in pensione oppure continuano il loro lavoro. L’indagine non è seguita da nessuno e non infiamma più l’opinione pubblica: sembra che la situazione attuale accontenti tutti. Ma non la famiglia di Anna Politkovskaja e nemmeno i suoi colleghi.

Di radici ibride, mi divido tra Firenze, Ferrara e Salonicco, dove non rimango mai abbastanza. Sono cresciuta bilingue e con una grande passione per le città sul mare, motivo per cui, penso, ho avuto grande empatia per San Pietroburgo, dove ho insegnato italiano e vissuto fino a pochi mesi fa. Sto
scrivendo la tesi magistrale e ogni giorno capisco quanto ancora ci sia da scoprire, imparare e comprendere della lingua russa e di tutti i suoi splendidi e tremendi cavilli.

Iris Karafillidis

Di radici ibride, mi divido tra Firenze, Ferrara e Salonicco, dove non rimango mai abbastanza. Sono cresciuta bilingue e con una grande passione per le città sul mare, motivo per cui, penso, ho avuto grande empatia per San Pietroburgo, dove ho insegnato italiano e vissuto fino a pochi mesi fa. Sto
scrivendo la tesi magistrale e ogni giorno capisco quanto ancora ci sia da scoprire, imparare e comprendere della lingua russa e di tutti i suoi splendidi e tremendi cavilli.