Il buon Stalin – Viktor Erofeev

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«Amavi Stalin?» è la cruciale domanda che un figlio pone più volte al proprio padre. «Amavi Stalin?»: le risposte variano nell’arco degli anni, l’inequivocabile Sì degli inizi perde via via di intensità e convinzione, si attenua con l’avanzare dell’età e della Storia, ma non si trasforma mai in No.

Padre e figlio in questione sono Vladimir e Viktor Erofeev: il primo aveva esordito, nel secondo dopoguerra, come interprete dal francese di Stalin, poi, a stretto contatto con Molotov, aveva seguito la carriera diplomatica sino a diventare ambasciatore. Il secondo era cresciuto con tutti i privilegi che il potere sovietico concedeva alle famiglie dei suoi alti funzionari, aveva seguito i genitori a Parigi, per poi, munito di passaporto diplomatico, girovagare fra Mosca, Vienna, il Senegal. E il primo, a coronamento di una brillante carriera, sarebbe stato nominato vice-ministro degli esteri, se il secondo, trentenne aspirante scrittore, alla fine degli anni Settanta non avesse fatto deflagrare un’autentica bomba politica: l’antologia underground «Metropol¿» che le autorità sovietiche considerarono una intollerabile provocazione. Subito richiamato in patria, a Erofeev padre venne chiesto di fare pressioni affinché il figlio scrivesse una lettera di ritrattazione. Non lo fece: in famiglia, disse, un cadavere (politico) poteva bastare. Dopo anni di incomprensioni e distacco, i due poterono tornare a sfidarsi a tennis.

Viktor Erofeev, il figlio autore, all’inizio del libro assicura di essersi inventato tutto di sana pianta. In realtà sono profondamente veri e autentici tutti i personaggi che compaiono nel suo libro: quelli della sfera familiare, con in primo piano il padre, l’uomo che getta le basi per un’infanzia felice sotto la tutela di Stalin, e contro la cui figura il figlio si ribella, e la bella ed elegante madre, che in Francia impara ad apprezzare gli impressionisti (e lo Chanel No. 5); lo sono i personaggi del mondo politico e culturale sovietico, Stalin in primis, ma anche Molotov, Berija e a seguire tutti gli altri; lo è infine lo sfondo storico in cui il racconto si dipana (l’arco temporale va dalla Seconda guerra mondiale alla fine dell’Unione sovietica).

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Mescolando aneddoti, ricordi, documenti ufficiali, conversazioni, sogni, Erofeev compone uno straordinario mosaico, forse non dissimile dal famigerato «Metropol¿», che ci svela le contraddizioni di un modello politico e sociale che ha segnato profondamente il XX secolo.

«Erofeev è un narratore straordinario»

 

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