“Secondo te il papà è morto o no?” Lettere dei bambini alle loro madri nel GULAG

Fonte: Mediazona.ru di: Egor Skovoroda, Anna Kozkina Traduzione: Francesca Loche

Gli stivali nuovi, le commedie al cinema, l’ingresso nei Giovani Comunisti, la mancanza di carta. Scrivono di tutto questi bambini i cui padri sono stati fucilati e le madri mandate nei lager per membri della famiglia dei traditori della patria.
“Mediazona” pubblica alcune di queste lettere per gentile concessione del Memoriale (Associazione che si occupa della difesa dei diritti umani, fondata nel 1989 con lo scopo di raccogliere materiale sulle repressioni politiche avvenute in Unione Sovietica -NdT).

Genrietta Joel’son Grodzjanskaja

La ragazzina scrive a sua madre Evdokija Joel’son Grodzjanskaja che si trova nel campo di lavoro e correzione Karagandinskij (KarLag). Suo padre, originario di Minsk, Evgenij Joel’son Grodzjanskij era membro del partito comunista, direttore dell’istituto scientifico di ricerca dell’industria di refrigerazione di Mosca. Nel dicembre del 1937 viene arrestato con l’accusa di spionaggio e poi fucilato due mesi più tardi. Passati tre giorni dalla sentenza del marito, Evdokija viene a sua volta processata con l’accusa di essere un membro della famiglia di un traditore della patria e condannata a otto anni di lager. Dapprima finisce a TemLag in Mordovia, poi a SegežLag in Karelia e finalmente arriva a KarLag (o più probabilmente nella struttura all’interno di quest’ultima, chiamata Akmolinskij Lager, per le mogli dei traditori della Patria). 

28/11/’44 Car… ečka!
Ho ricevuto la tua lettera. La zia Charlotta si è ammalata. A scuola non vado molto bene, anche se mi impegno. Ho visto al cinema “La sposa ricca” (Bogataja Nevesta – NdT). Sono la redattrice del giornale di classe “L’animatore” (Zatejnik – NdT). Ho due piccole code di topo (trecce?!) ai lati della testa. Ho un album per le poesie. Quasi tutte le mie amiche ci hanno scritto qualcosa per ricordo, ma stranamente la mia vecchia amica Lera non ha scritto nulla. Ti faccio un disegno. Ti bacio forte un numero di volte pari a 10 elevato 10.

Gerta

Ps. Secondo te papà è morto o no?

Ciao mamma!

Voglio entrare nei Giovani Comunisti, scrivimi la tua opinione a riguardo e scrivimi anche tutto quello che succede lì da te. Hai dimenticato qui il tuo abito “marrontinto”. Da noi spostano la stufa. Mamma Zina a provato a farmi smettere di chiamarla mamma ma ha ricevuto un rifiuto categorico.

Tua figlia Gerta.

Viktor Sturit

Il bambino scrive alla madre, Kristina Ruben, che sconta la sua pena nel lager Akmolinskij (detto ALZHIR), per le mogli dei traditori della patria.

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Kristina Ruben era stata condannata a otto anni di lager nel 1938, sei mesi dopo che suo marito, Eduard Sturit, era stato fucilato con l’accusa di far parte di un’associazione terroristica controrivoluzionaria. I loro figli, Viktor Sturit e Avrora Ruben, finirono in orfanotrofio. Sturit era un membro del partito e gestiva la sezione scolastica della comunità culturale illuminista lettone “Prometeo”. 

Ciao cara mammina perché mi scrivi letere. Mammina tu nonsai dovè papà. Mammina sono in
seconda ellementare. Mammina o avuto il tigno pelmoltotempo. Mammina, sono vivo e vegeto. Mammina ai scrito che non avevi lacarta, mammina ti mando io lacarta. Mammina mi manci tanto. Non so più cosa scrivere.

Avrora Ruben

La figlia di Kristina Ruben scrive a sua madre ad ALZHIR. Nelle lettere parla anche di suo fratello minore Viktor. 

Mammina dimmi, hai la carta o no? Se non ce l’hai te la mando io. In orfanotrofio ci hanno portato i vestiti nuovi. A noi, cioè alle ragazze, hanno dato due paia di calzamaglie,  due pantaloni, due camicie, un paio di calzettoni e un vestito . E ai ragazzi pantaloni nuovi, biancheria, maglie, mutande. E calzettoni. Noi ragazze teniamo i vestiti con noi, li laviamo da sole e decidiamo noi quando cambiarci. Ai ragazzi invece pensano le lavandaie.
Mammina, ti mando una busta e della carta.
Per il momento ciao. Ti bacio forte forte. Saluti da pioniere! Aspetto la tua risposta.
Ancora tre anni e poi saremo insieme. Aspettiamo con ansia il 1949.

Villaggio Perekopnoe, 09/12/’42

Ciao cara e dolce mammina! Oggi mi sento più felice del solito perché ho ricevuto la tua lettera. Noi stiamo bene, siamo anche vestiti bene. A noi, cioè alle ragazze, hanno dato dei nuovi cappotti, dei nuovi colbacchi, calzamaglie, stivali con le galosce, alcune hanno avuto degli stivali di feltro. I cappotti che hanno dato ai maschi invece non sono nuovi, li hanno cuciti l’anno scorso e anche i loro cappelli sono dell’anno passato. Loro non hanno avuto le calzamaglie perché portano i pantaloni lunghi, però hanno avuto tutti gli stivali di feltro. Quindi siamo vestiti molto bene. Ora siamo sani e non ci ammaliamo. L’inverno per ora non è freddo, ma c’è molta neve. Cara mammina, sono contenta che tu sia vestita bene. Mammina, forse tu mi immagini alta, ma no, sono di statura bassa, solo 139 cm. Nella nostra settima classe sono la più piccoletta.

Viktor è molto cambiato, è più basso di me, ovviamente, ma di poco.

Mi hai chiesto come vivono i Rutman. La loro situazione è molto difficile. Ora non vivono più a Mosca ma in provincia, a Bykhovo. (Ti ricordi, mammina, ci andavamo in estate con quelli della scuola materna, e la fermata successiva è Il’inka, dove andavamo in dača). Hanno un piccolo orto e d’estate ci coltivano le verdure. La mamma di Igla lavora a Mosca, Igla studia a Mosca e tutti i giorni va avanti e indietro con il treno. Vilik, il fratellino piccolo, vive a Bykovo e va a scuola là. La loro nonna è viva. Abita con Vilik. Il fratello più grande è nell’esercito nella divisione lettone. Ora è all’ospedale. Ecco come stanno. Mamma ho già dimenticato quasi del tutto il lettone. Ricordo solo poche parole. Per esempio pane.

La figlia di Zoja Marčenko.

Alla stenografa Zoja Marčenko, dopo il secondo arresto, scrive la figlia dal centro di raccolta per prigionieri in attesa della destinazione definitiva. Il Memoriale non è ancora riuscito a scoprire il suo nome. La prima volta Marčenko fu arrestata nel luglio del 1931 e condannata a tre anni di lager correttivo di lavoro. La seconda volta fu arrestata nel 1937 e mandata per otto anni nello stesso lager. Il terzo arresto avvenne nel gennaio 1949 e questa volta la donna venne mandata in esilio a vita. Di cosa fosse accusata non si sa. Nel 1956 fu liberata e riabilitata. Il suo primo marito, l’ingegnere membro del partito comunista German Tubenberger, fu arrestato nel 1936 e fucilato nel 1937. Era stato accusato di fare parte di un’associazione terroristica anticomunista. Cosa fu del secondo marito della Marčenko non si sa.

La lettera è stata scritta quando la Marčenko si trovava in uno dei lager chiamati Dal’stroj di Magadan (letteralmente Dal’nij stroj significa “costruzione lontana” – si tratta di diversi lager nella regione di Kolyma, i cui prigionieri venivano impiegati nella costruzione di strade ed estrazione dell’oro – NdT).

02/11/’38

Mammina, io oggi finalmente vado più lontano. Sono felice che potrò lavorare. Forse presto mi metterò in contatto con te. Sto bene.

Viola Gollender

La quindicenne Viola Gollender scrive a sua madre, Elena Gollender, che al tempo si trovava già da otto anni ad ALZHIR in quanto membro della famiglia di un traditore della patria. Il padre di Viola, Alexandr Gollender, era stato l’ingegnere capo nella costruzione della fabbrica di trattori di Stalingrado. Nel 1936 lo avevano arrestato con l’accusa di fare parte di un’associazione terroristica controrivoluzionaria e fucilato nel 1937.

   

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27/09/’45

Ciao cara mamma! Saluti da Mosca! Mamma, solo 7 giorni fa ho compiuto 15 anni. Già 15! È incredibile. Ovviamente non è stata una giornata diversa dal solito, assomigliava a tutte le altre. La sera quando sono andata a dormire ho pianto, non so perché… (qui il foglio è strappato e la lettera continua nella pagina successiva)… ma alla fine arriverà. Mamma, come sei ora? Sarai vecchia sicuramente, non riesco a immaginarti. Ti ho già dimenticata. Dopottutto allora avevo sette anni e ora quindici. Non mi immagino già più come sia vivere con una mamma.

 

 

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione.

francesca.loche@gmail.com

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com