L’intervista del sabato. Ljudmila Ulickaja

Arslan Saidov: Oggi, ospite di Radio Svoboda (Radio Libertà, N.d.T.) è Ljudmila Ulickaja, vincitrice del Premio Booker, scrittrice approdata alla letteratura dalla genetica e dalla medicina. “L’uomo è l’unico essere vivente che analizza se stesso”, ella afferma e questo preciso atteggiamento da scienziata si percepisce nei suoi libri. Ma, dopo aver osservato l’essere umano con accurata attenzione, tentato di indagarne il mistero, lascia libero ogni suo personaggio. E anche questo si percepisce. È la sua dominante poetica, la sua scelta personale. Ha un suo lettore, che le è grato perché è onesta senza cinismo, perché è acuta senza bramosia, perché recupera il passato privandolo del suo lato tragico e perché dà la possibilità di meravigliarsi e amare. Il nome di Ljudmila Ulickaja è apparso nella letteratura negli anni Novanta e i suoi lettori sono in continua crescita.

Marina Kulakova: Leggendo Medea e le altre opere, ricordo di essermi chiesta, quali delle radici nazionali ed etniche – armene, greche, ebree – da lei descritte, che emergono dal profondo, siano quelle che le appartengano. Mi ha colpito la propagazione, la moltitudine, l’analisi fattuale. Come considera ora la questione nazionale in Russia?

Ljudmila Ulickaja: Cominciamo dal dato concreto: di nazionalità sono ebrea, in me non scorre altro sangue. Già da un bel po’ la famiglia è stata inclusiva, in ogni senso, l’ultima ebrea rimasta sono io, perché tutti gli uomini della nostra famiglia hanno sposato donne russe, e siamo già alla terza generazione. Quindi tutti gli ebrei sono alle mie spalle, svaniti, e davanti ormai ci sono quelli più giovani di me. Per quel che concerne la storia della Crimea, le sorelle di mia nonna vi hanno vissuto e io ci sono andata sin dall’infanzia. Se dovessi scegliere una patria in senso geografico, sceglierei la Crimea. A quel tempo, quando cominciavo ad andarci, erano gli anni Cinquanta, sin da quel momento, si era quasi realizzato l’abbozzo di un paradiso etnico: russi, tartari, ucraini, greci, bulgari, crimeani, ebrei, estoni e moltissime altre genti.

E convivevano benissimo, c’era una buona struttura familiare. Era il luogo dove l’idea del cosmopolitismo sovietico aveva trovato terreno fertile. E certamente questo fu sabotato, il “padre dei popoli” (Ljudmila Ulickaja si riferisce chiaramente a Stalin, N.d.T.) lo sabotò. E quando giunsi nella Crimea del dopoguerra, ormai la metà degli abitanti era costituita da immigrati che non conoscevano quella terra né l’amavano, danneggiarono l’acqua, i vigneti, ogni cosa scomparve sotto i miei occhi. Il potere sovietico aveva questo particolare talento: trasformare tutto in slogan e in pura astrazione. In seguito, quando trascorrevo le vacanze in Crimea con i miei figli piccoli, portavo con me, in vasetti di vetro, pasta, zucchero e burro. Poi, ricordo che i tartari cominciarono a ritornare. In una stazione, quando per la prima volta udì parlare in tartaro, mi misi a piangere. Per me era una felicità inimmaginabile capire che la Crimea stava rinascendo. La Crimea sarebbe rinata.

Affrontare come argomento, oggi, la questione nazionale sul territorio russo, è semplicemente agghiacciante perché è una bomba ad orologeria, come lo è del resto in tutto il mondo. Esiste il potente concetto romano di cittadinanza, concetto che ha creato il grandioso impero di Roma e tutti gli altri imperi. Ogni stato multinazionale fu un impero, ma quel tempo si è concluso e il mondo attuale sta ritornando spontaneamente ai valori religiosi, ad un’idea religiosa di Stato. Vediamo il mondo musulmano che è coeso sui principi dell’Islam e non ammette altre società, perché ritenute infedeli. Vediamo il tentativo di fondare il futuro della Russia sulla base dell’ortodossia attraverso la ferma opposizione dell’ortodossia stessa al cattolicesimo, il che è estremamente increscioso da considerare. Ora c’è un grande pericolo perché mi sembra che soltanto lo stato secolare possa essere multinazionale e qui non scorgo nessun’altra soluzione assoluta. Se sarà trovata, il mondo avrà un futuro. Se non vi si giungerà nei prossimi decenni, le guerre nazionaliste, a mio avviso, distruggeranno tutta la popolazione del pianeta. Ci può essere una sola salvezza: un cambiamento di coscienza, che vedrà i valori umani universali prevalere sui nazionalismi.

Marina Kulakova: Ljudmila Evgen’evna, la sua prosa viene definita “prosa del dettaglio”, e talvolta “prosa del quotidiano”. Mi meravigliano un po’, come sua lettrice, questi aspetti, ma si deve ammettere che le descrizioni nelle sue opere sono sempre molto interessanti e particolareggiate. Questo per lei ha un significato preciso? Che cosa nasce prima, il soggetto, i conflitti oppure, forse, il personaggio, con le sue sfumature.

Ljudmila Ulickaja: È una domanda difficile per me perché, forse, nessuno dei tre. Probabilmente, all’inizio, c’è il personaggio, dallo scontro tra i personaggi nascono il soggetto e i conflitti. In generale, è l’uomo che mi interessa più di tutto.

Marina Kulakova: Ljudmila Evgen’evna, la sua è una famiglia di medici e in un’intervista lei afferma che i medici sono una razza a parte. Che cosa intende con una “razza a parte”?

Ljudmila Ulickaja: Come lei sa, il medico in origine era uno sciamano, hanno in comune la stessa matrice. Sia gli sciamani che i medici passavano attraverso un’iniziazione. Anche i maghi dell’antichità erano medici e, viceversa, i medici erano maghi, il confine era sottile. La medicina stessa si trova al confine tra scienza e arte, nel loro punto di incontro c’è sempre spazio per il miracolo. Mi riferisco ad una situazione ideale, non ad un qualunque pinco pallino, che arriva su chiamata dall’ospedale della zona e, senza togliersi il cappotto né lavarsi le mani, invece di tirar fuori lo stetoscopio, prende la penna e chiede al malato cosa deve prescrivergli. Non parlo di questo ma dei veri medici.

Sa’, mia madre ha speso tutta la vita in strutture sanitarie, non era un medico, era una biochimica; per tutta la vita è stata molto vicina alla medicina e ne aveva una buona conoscenza. Io ho capito molto presto, grazie a lei, cos’è un “medico per vocazione”, e questa è un’ottima definizione. Sin dall’infanzia sono stata in cura per la tubercolosi e per l’angina sempre da medici amici di mia madre, anche colleghi più anziani. Si trattava di dottori eccezionali indipendentemente dalla loro posizione sociale e gerarchica sebbene sia stata curata anche da professori e medici luminari.

Persino per una semplice appendicite mi affidarono alle cure del professor Daleckij, un famoso chirurgo che, al momento dell’intervento, aveva in equipe un assistente cinese. Fu lui a regalarmi, subito dopo, una lanternina di carta e un segnalibro cinesi. Tutto questo lo ricordo come una specie di miracolo: per tutta la vita a quella bambina sarebbe rimasto in presso il segnalibro cinese dai delicati disegni. Perciò ho sempre pensato che un vero medico fosse una persona che agisce per vocazione e non per dovere. Al giorno d’oggi di medici del genere ne sono rimasti pochi, ma ci sono. I vecchi vanno via, i giovani arrivano, sono sempre di meno in verità. Le professioni filantropiche implicano, a me sembra, precise qualità morali. Persino l’assenza di compassione in questo lavoro annulla le buonissime doti professionali.

Marina Kulakova: Chi considera siano i suoi maestri, mi riferisco alla sua Scuola?

Ljudmila Ulickaja: Ho avuto maestri straordinari benché non fossero degli scrittori. Ho studiato biologia all’università, genetica, in un periodo di cambiamento per la genetica, quando la cattedra era ancora ufficialmente diretta da un professore della Scuola di Lysenko, ma ci facevano lezione i migliori genetisti della Russia, appena tornati a quel tempo sia dai lager sia da altre aree della biologia e dove erano figure di riferimento.

Ed erano maestri straordinari, dal primo all’ultimo, semplicemente non vi era neanche un docente mediocre, erano il meglio del meglio. Efroimson si occupava di genetica umana, Alichanian di genetica dei microorganismi, Iosif Rapoport di mutagenesi chimica, talvolta Timofeeev-Resovskij veniva da Oninsk a tenere conferenze. Era una Scuola che ti metteva in relazione con uomini molto interessanti, brillanti e onesti. Invece il primo scrittore di cui mi sono innamorata è stato O. Henry, avevo dieci anni.

Lo scoprì da sola, lo leggevo da sola, lo ricordo ancora a memoria. A tredici anni feci ancora un’altra scoperta: sul retro di uno scaffale, nascosti dai bambini, c’erano due libri, li trovai subito, uno di essi era Mia sorella la vita di Pasternak. Produsse su di me un effetto sbalorditivo perché avevo scoperto quel poeta in autonomia, fino a quel momento non conoscevo il suo nome, fu una rivelazione del tutto libera da preconcetti, indipendente e sconvolgente. Il mio secondo libro fu il Decameron, altrettanto interessante per una tredicenne.

Marina Kulakova: Come si coniugano i suoi rapporti con gli editori, intendendo sia quelli stranieri che il mercato librario?

Ljudmila Ulickaja: Ad essere onesti, in maniera ottimale. Come prima cosa, non ho mai sgomitato, non ho mai allungato le mani, neanche una volta nella vita ho portato alle segretarie i cioccolatini e i fiori per la festa della donna. All’inizio le riviste mi hanno respinto, ma non per molto. In seguito mi hanno pubblicata. Fu la rivista Krest’janka la prima a dare alle stampe qualche racconto breve, poi fu la volta di Ogonëk, infine il Novyj Mir che dapprima mi aveva rifiutata.

In seguito, sul Novyj Mir uscì il primo racconto, Sonečka, e nel 1994 il mio primo libro, Parenti poveri, che contemporaneamente fu tradotto in francese e pubblicato in Francia da Gallimard. Fu un vero colpo di fortuna, fantastico, un miracolo. La Gallimard aveva preso e stampato il primo libro di un autore sconosciuto, per di più straniero; sembra che sia, in assoluto, l’unico caso nella storia della Gallimard.

Mi è andata anche bene con il primo libro perché fui raggiunta da uno sconosciuto che mi aveva telefonato, mi era stato presentato da Kaledin. Mi chiese se avessi altri racconti, in un quarto d’ora era da me e con il suo daffare il libro fu pubblicato di lì a poco. In altre parole, non sono andata io da nessuno e non ho mai detto: “Buongiorno, sono una scrittrice emergente, pubblicatemi, per piacere”.

Cioè una fortuna incredibile. La famosa legge del mercato prevede che alcuni libri, in quanto merce, non differiscano dallo yogurt. Sarebbe bello che le date di scadenza non fossero le stesse. Eppure sappiamo che il 99,9% dei libri, in base a questa legge, ha vita breve quanto un genere alimentare di consumo. Tuttavia c’è una letteratura eterna, inestinguibile e ce ne è una effimera. Penso che nessun autore, fatta eccezione del più cinico, si prefigga di scrivere per una sola stagione, ma nemmeno che, d’altra parte, possa prevedere quanti decenni i suoi libri reggeranno. Sono del tutto convinta che Shakespeare scrivesse non per l’eternità ma per un’altra stagione teatrale.

Marina Kulakova: A tal proposito, Ljudmila Evgen’evna, a metà degli anni Novanta ha fatto la sua comparsa sulla rivista Novyj Mir la sua prosa con Sonečka e poi con Medeja e i suoi figli (pubblicato in Italia da Einaudi nel 2000 con il titolo di Medea, N.d.T.). Ne sono stata subito conquistata tanto da spingermi a cercare e ad acquistare i suoi libri. Noi abbiamo condiviso un percorso: ci siamo conosciute in un laboratorio di drammaturgia di Vjatka e tuttavia questo aspetto del suo lavoro è il meno noto. Per quanto ne sappia, mantiene ancora il contatto con il teatro.

Ljudmila Ulickaja: In effetti ho dei progetti teatrali, cinematografici. Negli anni Ottanta ho scritto tante pièces ed erano per lo più lavori per il teatro dei ragazzi, per il teatro delle marionette, messinscene. È stata un’attività ben fatta ma dogmatica, ho studiato.

Non molto tempo fa Roman Vjktjuk si ricordò di uno di questi allestimenti, mi telefonò, io gli diedi il permesso per la rappresentazione: si trattava di una pièce scritta per il teatro delle marionette, una parodia dal titolo Carmen, Jose e la morte. Realizzò uno spettacolo davvero geniale, una parodia assolutamente pensata e recitata come da burattini, fu un successo. Ma Roman Grigor’evič è una persona imprevedibile e mi diverte il modo in cui tratta i materiali, con una sensibilità musicale strepitosa, ha ideato una coreografia straordinaria, secondo me, ottima. In definitiva, mi sembra, tutt’altro che un fiasco. Per quel che riguarda i progetti cinematografici, la scorsa estate ho scritto la sceneggiatura basata sul romanzo Il caso Kukockij (il romanzo è stato pubblicato in Italia da Frassinelli nel 2006, con il titolo Il dono del dottor Kukockij. (N.d.T.), mi era stata richiesta dal regista Juryj Grymov. Questo lavoro è stato molto interessante, assolutamente determinante. Cosa ne verrà fuori neanch’io lo so perché sono del tutto consapevole che il ruolo dello sceneggiatore nel cinema, oggi, non sia il principale. Una sceneggiatura deve essere puntuale, realizzata in maniera corretta, come l’algebra, ma di questi tempi sono i registi a fare i film e non gli sceneggiatori.

Marina Kulakova: Un’ultima domanda: la sua casa ha le caratteristiche e l’atmosfera di un laboratorio. Qual è per lei l’elemento essenziale e determinante della sua casa, cosa le infonde sicurezza e cosa le dà la forza?

Ljudmila Ulickaja: Tutto cambia. Prima mi sarebbe stato più facile rispondere a questa domanda, ora è diverso perché prima per me la casa coincideva con la famiglia, il marito, i figli, il tavolo, il letto, il bucato, la spesa, la cucina, le chiacchiere domestiche. Ma ora questo succede sempre meno, posso assentarmi a lungo da essa. Diviene più importante quello che è oltre la finestra, gli alberi, il silenzio, i pensieri, non fare niente, fermarsi semplicemente, guardare gli uccelli. Poi rientro a casa e sono felice; è come se le fossi meno legata. Quando lei parla di laboratorio, sì, in effetti noi viviamo in un laboratorio: mio marito è un artista, mio figlio traduttore e musicista. Cioè il quotidiano scivola via senza sosta, si allontana da noi, è sbrindellato, non è molto organizzato, tutto si sgretola di continuo. Bisogna dire che con gli anni tutto ciò ha sempre meno senso. Sembrerebbe il contrario. E invece no. Tutte le sedie e i quadri sono al loro posto, occorre talvolta riassettare qualcosa. Io ho ormai ho smesso di investirvi tutta me stessa. Il conforto domestico, ovviamente mi fa star bene: i soliti vecchi oggetti, il calore perché non sopporto quando fa freddo. Ci sono i vecchi libri che conosci quasi a memoria. Il senso profondo che ho della casa è quello di una volta.

Marina Kulakova: Quando ha capito di essere una scrittrice?

Ljudmila Ulickaja: Non mi percepisco affatto come una scrittrice, mi sento più che altro come quel cane che la sera esce a fare una passeggiata in un vicolo per conto suo. Mi va meglio vedermi in questo modo piuttosto che considerarmi una scrittrice.

 

Qui per ulteriori approfondimenti sulla letteratura russa

Fonte: Radio Svoboda 3/05/2003 – la traduzione è opera delle studentesse Serena Milella, Stefania Rizzo, Eleonora Balena del I anno del Corso di Studi Magistrale in “Traduzione Tecnico-scientifica e Interpretariato” del Dipartimento di Studi Umanistici (Università del Salento).

 

 

L’idea di una collaborazione tra Russia in Translation e i Corsi di Studio in Scienza e Tecnica della Mediazione Linguistica (Laurea di I livello) e in Traduzione Tecnico Scientifica e Interpretariato (Laurea Magistrale) dell’Università del Salento, con sede a Lecce, nasce dal desiderio di mettere alla prova e in pratica le capacità e le tecniche traduttive acquisite quotidianamente in aula degli studenti di Lingua Russa durante il loro percorso di studi e altresì di avvicinarli maggiormente al mondo e alla cultura russa. Sotto il coordinamento della Prof.ssa Gloria Politi e della Prof.ssa Iryna Shylnikova gli studenti si cimenteranno nella traduzione in italiano di articoli che spaziano dalla letteratura alla politica, dalla musica allo sport, dall’economia al cinema, dalla storia al “byt” postmoderno della Russia contemporanea. Pensiamo che tale iniziativa rappresenti una novità assoluta nella didattica della Lingua-L2 e nel cammino formativo dello studente universitario che assaporerà le gioie e i dolori del difficile lavoro della fucina traduttiva e che vedrà i propri sforzi premiati con la pubblicazione in rete del lavoro svolto.

Università del Salento

L’idea di una collaborazione tra Russia in Translation e i Corsi di Studio in Scienza e Tecnica della Mediazione Linguistica (Laurea di I livello) e in Traduzione Tecnico Scientifica e Interpretariato (Laurea Magistrale) dell’Università del Salento, con sede a Lecce, nasce dal desiderio di mettere alla prova e in pratica le capacità e le tecniche traduttive acquisite quotidianamente in aula degli studenti di Lingua Russa durante il loro percorso di studi e altresì di avvicinarli maggiormente al mondo e alla cultura russa. Sotto il coordinamento della Prof.ssa Gloria Politi e della Prof.ssa Iryna Shylnikova gli studenti si cimenteranno nella traduzione in italiano di articoli che spaziano dalla letteratura alla politica, dalla musica allo sport, dall’economia al cinema, dalla storia al “byt” postmoderno della Russia contemporanea. Pensiamo che tale iniziativa rappresenti una novità assoluta nella didattica della Lingua-L2 e nel cammino formativo dello studente universitario che assaporerà le gioie e i dolori del difficile lavoro della fucina traduttiva e che vedrà i propri sforzi premiati con la pubblicazione in rete del lavoro svolto.