Perché c’è nuovamente così tanto scalpore riguardo all’uccisione della famiglia imperiale?

È vero che qualcuno di loro sia sopravvissuto? Domande scomode riguardo alla fucilazione dei Romanov.

Alla fine di Novembre i mass media hanno nuovamente ricominciato a parlare delle circostanze della morte della famiglia reale. Questo argomento viene discusso anche dal consiglio episcopale della Chiesa Ortodossa Russa a Mosca. La dichiarazione dell’inquirente capo del Comitato Investigativo della Federazione Russa (SK) ha richiamato l’attenzione sul tema riguardo al caso particolarmente importante di Marina Molodcova, la quale il 27 Novembre ha raccontato che l’indagine tiene in considerazione, tra le varie versioni, quella dell’ “omicidio rituale”. La fucilazione della famiglia imperiale è indubbiamente uno degli episodi più importanti nella storia della Russia del ventesimo secolo. Su richiesta di Meduza, la giornalista e docente della RANEPA (Accademia presidenziale russa dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione) Ksenja Lučenko, autrice di molte pubblicazioni a riguardo, ha risposto a delle domande chiave sull’uccisione e il seppellimento dei Romanov.

Nel complesso come è avvenuta la fucilazione? Quante persone sono state uccise?

La fucilazione della famiglia reale e delle persone a loro vicine è avvenuta nella notte del 17 Luglio 1918 nella casa dell’ingegnere Ipat’ev a Ekaterinburg. Sono state uccise undici persone, lo zar Nicola II, sua moglie, l’imperatrice Aleksandra Fedorovna, le quatro figlie, Ol’ga, Tat’jana, Marija e Anastasija, l’erede al trono Aleksej, il medico di famiglia, Evgenij Botkin, il cuoco Ivan Charitonov, il cameriere Aloizij Trupp e la cameriera Anna Deminova.

La disposizione riguardo alla fucilazione non è ancora stata rinvenuta. Gli storici possiedono un telegramma da Ekaterinburg dove si dice che lo zar è stato fucilato secondo la decisione del Soviet degli Urali (organo di potere provinciale) a causa dell’imminente arrivo in città del nemico e della scoperta di un complotto da parte della guardia bianca. Gli esperti ritengono che la decisione non sia stata presa dal Soviet degli Urali, bensì dai dirigenti del partito. Coordinò la fucilazione il comandante della casa di Ipat’ev, Jakov Jurovskij.

La granduchessa Ol’ga e l’erede al trono Aleksej sulla nave Rus’ nel tragitto da Tobol’sk verso Ekaterinburg. Maggio 1918, l’ultima fotografia nota ©Wikimedia Commons

È vero che lo zarevič Aleksej fu l’ultimo a morire?

Sì, se si dà credito alla versione del guardiano Pavel Medvedev, testimone della fucilazione. Durante l’assassinio Jurovskij lo mandò fuori a controllare che non si sentissero gli spari. Quando Medvedev tornò nella stanza, riuscì a vedere tutti già morti, tranne lo zarevič che ancora gemeva, perciò Jurovskij diede il colpo di grazia con una pistola sotto gli occhi del guardiano. Negli archivi ci sono le memorie di un’altra persona che partecipò all’omicidio, Aleksandr Strekotin: “Gli arrestati giacevano a terra dissanguati, ma l’erede al trono era ancora seduto sulla sedia. Per una qualche ragione egli era seduto e non era ancora morto.” Jakov Jurovskij nella sua relazione (nota come “Relazione di Jukovskij”) racconta che dovette “finire” non solo Aleksej, ma anche tre sue sorelle, la “dama di compagnia” (la cameriera Deminova) e il dottore Botkin.

Si dice che i proiettili rimbalzarono sui diamanti delle cinture delle figlie dello zar. È una leggenda?

Evidentemente è accaduto davvero. In ogni caso Jurovskij scrisse che “i proiettili sbalzarono da qualche parte, deviarono e, come grandine, rimbalzarono per la stanza. Quando tentarono di conficcare con la baionetta una delle ragazze, la baionetta non riusciva a perforare il corpetto.” Secondo la testimonianza di Jurovskij, gli agenti della Čeka che avevano preso parte alla fucilazione subito cominciarono a impadronirsi degli oggetti delle vittime, ed egli dovette minacciarli di fucilazione affinchè restituissero le cose trafugate. Sono stati rinvenuti degli oggetti anche presso Ganina Jama, dove la squadra di Jurovskij bruciò gli effetti personali delle persone uccise (nei registri sono elencati diamanti, orecchini di platino, tredici perle preziose, etc.).

Granduchesse Marja, Ol’ga, Anastasija e Tat’jana a Carskoe Selo, dove furono arrestate. Con loro il cavalier king charles spaniel Gemmy e il bulldog fancese Ortino. Primavera del 1917 ©Pierre Juliar / Wikimedia Commons

È vero che furono fucilati anche i cani della famiglia reale?

Dei tre tre cani che appartenevano ai figli dello zar e che si trovavano nella casa di Ipat’ev nella notte del 17 Luglio 1918, ne sopravvisse solo uno, lo spaniel di Aleksej, Joy. Riuscirono persino a spedirlo in Inghilterra, dove passò i suoi ultimi giorni presso la corte del re George, cugino di Nicola II. Il 25 luglio 1919 nelle due cave di Ganina Jama sono stati trovati nel ghiaccio i cadaveri ben conservati di un piccolo cane, il quale aveva la zampa destra spezzata e la testa perforata. Il maestro d’inglese dei figli dello zar, Charls Hibbs, il quale aiutò Nikolaj Sokolov nelle indagini, riconobbe Gemmy, il cavalier king charles spaniel della gran duchessa Anastasija. Fu ucciso anche il bulldog francese Ortin, appartenente alla granduchessa Tat’jana.

Come sono stati trovati i resti della famiglia imperiale?

Poco dopo l’uccisione della famiglia reale, Ekaterinburg fu presa dall’esercito di Aleksandr Kolčak. Egli ordinò di indagare riguardo all’omicidio e di ritrovare i corpi. L’inquirente Nikolaj Sokolov studiò il terreno e trovò frammenti degli abiti bruciati dei membri della famiglia zarista e descrisse il “ponticello delle traverse”, sotto al quale una decina di anni dopo trovarono i corpi seppelliti, ma egli giunse alla conclusione che i corpi fossero stati completamente distrutti presso Ganina Jama.

Cava aperta durante l’estrazione. Ekaterinburg, 1919. Foto n° 70 ©Nikolaj Socholov/Wikimedia Commons

Nel 1918 i bolscevichi portarono alla “tomba dei Romanov” Vladimir Majakovskij, il quale aveva pregato che gli mostrassero “dove il popolo aveva posto fine alla monarchia”. Egli scrisse una poesia “L’imperatore”, nella quale sono presenti questi versi: “Qui il cedro è stato tagliato con l’accetta/Intagli sotto la radice della corteccia,/Presso le radici sotto il cedro c’è la via,/e in essa l’imperatore è sotterrato.”

I resti della famiglia imperiale sono stati trovati alla fine degli anni Settanta, e i versi di Majakovskij hanno giocato un ruolo importante nel ritrovamento. Questi versi hanno dato l’idea riguardo a come dovesse apparire il luogo del seppellimento allo sceneggiatore cinematografico Gelij Rjabov, il quale si era entusiasmato all’idea di ritrovare i resti. Senza dubbio i versi di Majakovskij furono una fonte unica nel suo genere. Rjabov produsse la sceneggiatura del film “Figlia della rivoluzione” e scrisse molto riguardo alla polizia sovietica, perciò dovette trovare protezione presso il Ministro degli Affari Interni Nikolaj Ščelokov e ottenere l’accesso alla documentazione segreta. Egli vide i materiali pubblicati in Europa dal registro dell’inquirente Sokolov.

Nel 1976 Rjabov venne a Sverdlovsk, dove fece la conoscenza dell’etnografo e geologo locale Aleksandr Avdonin. È chiaro che anche agli sceneggiatori ben voluti dai ministri non era possibile in quegli anni andare apertamente in cerca dei resti della famiglia reale. Perciò Rjabov, Avdonin e i loro aiutanti per alcuni anni cercarono i luoghi di seppellimento segretamente.

Luogo di seppellimento della famiglia reale a Porosenkov Log. Ekaterinburg, 1919 ©Nikolaj Socholov / Wikimedia Commons

Il figlio di Jakov Jurovskij diede a Rjabov gli scritti di suo padre, dove descriveva non solo l’omicidio della famiglia zarista, ma anche la conseguente preoccupazione di nascondere i corpi. La descrizione del luogo di sepoltura sotto la tavolata delle traverse vicino alla strada per gli autocarri coincide con le “indicazioni” di Majakovskij. Essa era la vecchia strada Kontjakovskaja e il posto si chiamava anche Porosenkov Log. Rjabov e Avdonin con delle sonde esplorarono lo spazio che avevano delineato con l’aiuto della comparazione fra le cartine e altri documenti. Nell’estate del 1979 scoprirono il luogo di sepoltura e lo aprirono per la prima volta, togliendo da lì tre crani. Essi si ricordarono che non era stata fatta nessuna perizia a Mosca, era quindi pericoloso tenere i crani per sé, per questo i ricercatori li misero in una cassa e un anno dopo tornarono nuovamente sul posto. Custodirono il segreto fino al 1989. Nel 1991 furono ufficialmente ritrovati i resti di dieci persone e nel 2007 furono trovati a poca distanza due corpi gravemente danneggiati dal fuoco (fu subito chiaro che si trattava dei corpi dello zarevič Aleksej e della granduchessa Marija).

È vero che i resti della famiglia reale potrebbero non essere veramente loro? Dicono che qualcuno sia riuscito a sopravvivere e a fuggire.

È escluso. Il 23 Gennaio 1998 la procura generale presentò alla commissione governativa, sotto la direzione del vice premier Boris Nemcov, le informazioni dettagliate riguardo all’esito dell’indagine sulle circostanze della morte della famiglia imperiale e delle persone al loro seguito. Nel documento sono presenti i risultati di ogni genere di perizia (storica, micro-osteologica, balistica, tracceologica, di odontoiatria forense, antropologica, di genetica molecolare e così via). Anche la conclusione generale è univoca. Sono morti tutti, i resti sono stati identificati correttamente.

Il 18 Luglio 1998 i componenti della famiglia imperiale sono stati seppelliti nella cappella di Santa Caterina nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. Dopo il ritrovamento dei corpi dello zarevič Aleksej e della granduchessa Marija nel 2007, la maggior parte delle perizie passò nuovamente in primo piano.

Pur tenendo conto della validità delle altre perizie, quella genetica è risultata come la più convincente. Sono stati decifrati completamente i DNA mitocondriali,  rilevati dai resti dei corpi (sequenze di 16 nucleotidi) e dagli oggetti messi a confronto del principe consorte Filippo, del duca di Edimburgo, del nipote del fratello della zarina Aleksandra Fedorovna e dei discendenti della dinastia dei Romanov, la duchessa Ksenija Šeremetebaja-Sfirja e il rappresentante ducale della famiglia Fife (che ha espresso il desiderio di mantenere l’anonimato), distanti rispettivamente quattro e cinque generazioni dall’imperatore Nicola II.

Resti della famiglia reale nel deposito della sezione della perizia di medicina legale. Ekaterinburg, 1997 ©Sovfoto / Universal Images Group / REX / Vida Press

In seguito una’equipe di genetisti, sotto la direzione di Evgenij Pogaev, a sua volta guidato dal capo del dipartimento di Genetica Umana dell’Istituto di Genetica Generale dell’Accademia Russa delle Scienze (RAN), ha condotto una ricerca, che non era stato possibile compiere negli anni Novanta, anche sul cromosoma Y. Ciò ha permesso di rintracciare una parentela nella linea paterna. Inizialmente hanno accertato la parentela tra i resti di Nicola II e quelli dell’erede al trono Aleksej e hanno confrontato due linee indipendenti di parenti con i Romanov. Anche in questo caso coincideva tutto, compresa una rara mutazione, l’eteroplasmia. Hanno poi confrontato il DNA di Nicola II con dei campioni di quello di suo fratello Georgij Aleksandrovič e del nipote, il figlio della sorella Ol’ga Tichona Nikolaeviča Kulikovskaja-Romanova, e con il sangue trovato sulla camicica dello zar, conservata all’Ermitage. Fu poi nuovamente decifrato il genoma mitocondriale: il DNA estratto dal sangue di Nicola II coincideva con il DNA dell’osso dello scheletro dei resti a lui attribuiti.

Negli anni Novanta gli esperti avevano condotto delle ricerche in quelli che al tempo erano i migliori laboratori genetici del mondo: il Centro per gli Studi Criminologici della Segreteria di Stato per gli Affari Esteri a Aldermaston, Regno Unito, e l’istituto di medicina militare del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Washington. Per quanto riguarda i risultati nulli bisogna invece fare riferimento a Michael Cobble, direttore del Laboratorio di Identificazione del DNA delle Forze Armate degli Stati Uniti, e al laboratorio di Walther Parson dell’università di Medicina di Innsbruck, Austria. Il Professor Evgenij Rogaev lavorò presso l’Istituto Generale di Genetica a Mosca e presso la Medical School dell’università del Massachusetts.

Tutti questi ricercatori sono sicuri che le undici salme ritrovate siano certamente attribuibili alla famiglia reale e alle persone al loro seguito e nessuno sia sopravvissuto.

La Chiesa Ortodossa Russa ha canonizzato la famiglia imperiale. Perché non riconosce l’autenticità dei resti?

In effetti la Chiesa parla dei “cosiddetti resti di Ekaterinburg.”

A metà gennaio 1998 Boris Nemcov (vicepremier del governo di Boris El’cin, N.d.T.), il suo consigliere Viktor Aksjučik e il ricercatore Vladimir Solov’ev incontrarono il patriarca e parlarono con lui per due ore riguardo alle indagini della commissione governativa e alle conclusioni tratte. Sia Solov’ev, sia Aksjučik ricordano che il patriarca rispose: “Mi avete convinto.” Ma dopo alcuni giorni il metropolita Juvenalij, il quale parlava in nome della Chiesa, comunicò che i risultati della ricerca “non potevano essere accettati con assoluta attendibilità”. In seguito il Sinodo stabilì che la decisione della commissione “suscitava seri dubbi e persino delle divisioni nella Chiesa e nella società”. Il patriarca inoltre non si recò ai funerali a San Pietroburgo. Si continua a ritenere che “la Chiesa non riconosce le salme”. La risposta alla domanda sopra citata tuttavia si diffuse in quei giorni di metà Gennaio, sicuramente lo sapeva anche il metropolita Juvenalij. Ma egli tacque.

Nell’autunno del 2015 un Comitato d’Inchiesta riprese nuovamente il caso, chiuso già due volte, riguardo alla fucilazione della famiglia imperiale. L’indagine è ancora in corso. Sono stati già esumati i resti di Nicola II e Aleksandra Fedorovna nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ed è stata dissigillata la tomba di Alessandro III per confrontare il suo Dna con quello del figlio e dei nipoti; inoltre sono stati nuovamente condotti esami, compreso quello genetico. Tutto ciò è avvenuto in presenza di un rappresentante del patriarcato, il quale ha creato una commissione appositamente per la questione dei resti della famiglia imperiale.

Molto probabilmente lo stato ha deciso di andare incontro alla Chiesa per chiudere definitivamente la questione e seppellire Aleksej e Marija. Gli esperti del Comitato Investigativo della Federazione Russa (SK) hanno poi presentato i risultati (molti dei quali rivisitati per vent’anni) agli alti dignitari della Chiesa Ortodossa Russa. I componenti della commissione ecclesiale sono anonimi, il Comitato Investigativo non ha rilasciato commenti, non si sa nemmeno quali ricerche siano state presentate e chi le abbia condotte.

La posizione ufficiale di tutti i rappresentanti ecclesiastici, a partire dal patriarca, può essere riassunta in questa frase: “L’unica cosa che ci trattiene dal riconoscere i risultati delle perizie condotte è la mancanza di trasparenza del processo di ricerca e la riluttanza nell’includere in questo processo la Chiesa. Ci siamo proposti di dare credito alle ricerche condotte, ma non conveniva che fosse presente la Chiesa.”

C’è anche una posizione non ufficiale. Per esempio, in una conferenza avvenuta il 27 Novembre al monastero di Stretenskij, i rappresentanti della comunità ortodossa hanno detto che la popolazione è consapevole che quelle non sono le salme della famiglia imperiale, non vogliono recare omaggio alla loro potenza, provano repulsione. Inoltre sono molto diffuse teorie complottistiche, in parte legate alla versione dell’ “omicidio rituale”, in parte al fatto che il governo negli anni Novanta riconobbe troppo frettolosamente i resti come autentici. Dopo la canonizzazione di Nicola II e della sua famiglia è nato il culto nei loro confronto: i luoghi sacri sono la chiesa edificata al posto della casa di Ipat’ev e Ganina Jama, dove i corpi sono stati bruciati. Invece non rientrano nei luoghi di culto né la cappella di Santa Caterina presso la cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, né Porosenkov Log, dove sono stati trovati i resti dei corpi.

Cosa si può dire riguardo all’ “omicidio rituale” della famiglia imperiale?

Esiste una leggenda antisemitica ricorrente secondo cui gli ebrei ucciderebbero persone a scopi rituali. Anche riguardo alla fucilazione della famiglia reale c’è una versione “rituale”.

Durante le emigrazioni degli anni Venti, tre partecipanti all’inchiesta, il ricercatore Nikolaj Sokolov, il giornalista Robert Vil’ton e il generale Michajl Diterichs scrissero libri a riguardo.

Socholov cita una scritta vista sul muro dello scantinato della casa di Ipat’ev, dove avvenne l’assassinio: “Belsazar ward in selbiger Nacht Von seinen Knechten umgebracht” citazione di Heinrich Heine che si traduce come “Questa notte Baltazar è stato ucciso dai suoi servi.” Inoltre egli menziona di aver visto una certa “indicazione formata da quattro segni”. Vil’ton nel suo libro giunge alla conclusione che i segni siano “cabalisti” e che tra i membri del plotone di esecuzione ci fossero degli ebrei (di coloro che parteciparono direttamente alla fucilazione in verità c’era un solo ebreo, convertitosi al luteranesimo, Jakov Jurovskij) e giunse alla versione dell’omicidio rituale della famiglia imperiale. Anche Diterichs segue la versione antisemitica.

Vil’ton scrive che nel periodo delle inchieste Diterichs ipotizzò che alle vittime fossero state tagliate le teste portate poi a Mosca in qualità di trofeo. Molto probabilmente questa ipotesi è nata nel tentativo di dimostrare che i corpi furono bruciati presso Ganina Jama: nel luogo con i residui del falò non sono stati trovati i denti, i quali sarebbero dovuti rimanere, pertanto non c’erano nemmeno le teste.

Questa versione dell’omicidio rituale ha cominciato a circolare tra gli emigrati appartenenti agli ambienti monarchici. La Chiesa Russa Ortodossa straniera canonizzò la famiglia imperiale già nel 1981, quasi vent’anni prima di quella presente in Russia, perciò molti miti riguardo allo zar-martire che fecero in tempo a circolare in tutta Europa, arrivarono in Russia dopo.

Nel 1998 il patriarcato ha posto dieci domande riguardo all’inchiesta, alle quali rispose in modo completo colui che l’aveva coordinata, Vladimir Solov’ev, direttore procurator-criminologo dell’amministrazione della Procura Generale della Federazione Russa. La domanda numero 9 riguardava il carattere rituale dell’omicidio, la domanda numero 10 la decapitazione delle teste.  Solov’ev rispose che, nella pratica legale russa, non era stato tenuto in considerazione come criterio valido per lo studio del caso l’ “omicidio rituale”, ma solo “le circostanze della morte della famiglia, le quali ci dicono che le azioni di coloro che hanno preso parte all’esecuzione diretta della condanna (la scelta del luogo della fucilazione, il plotone d’esecuzione, le armi usate, il luogo della sepoltura, la manipolazione dei cadaveri), hanno preso forma in circostanze casuali. Persone di diverse nazionalità hanno partecipato alla fucilazione (russi, ebrei, ungheresi, lettoni e altri)”. Le cosiddette “scritte cabalistiche non hanno analoghi nel mondo, e la loro scrittura è interpretata in modo arbitrario e i dettagli notevoli vengono messi da parte”. Tutti i crani delle vittime sono integri e al sicuro, in una certa misura, inoltre ulteriori ricerche antropologiche hanno confermato la presenza di tutte le vertebre cervicali e la loro corrispondenza con ciascun cranio e il resto delle ossa dello scheletro.

Fonte: meduza.io  01.12.2017 di Ksenja Lučenko. Traduzione: Angela Zanoletti

               

Potrebbe interessarti

Studentessa di Scienze Linguistiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, la passione per la letteratura e per la musica mi ha fatto avvicinare alla Russia, col desiderio sempre maggiore di conoscere ogni aspetto di questa cultura, meno lontana da noi di quanto possiamo credere.

Angela Zanoletti

Studentessa di Scienze Linguistiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, la passione per la letteratura e per la musica mi ha fatto avvicinare alla Russia, col desiderio sempre maggiore di conoscere ogni aspetto di questa cultura, meno lontana da noi di quanto possiamo credere.