La figlia del capitano – Aleksandr Puškin

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Negli anni Trenta dell’Ottocento, quando il grande poeta di Onegin decide di volgersi alla «dimessa prosa», il romanzo è, in Russia, un genere quasi esclusivamente d’importazione. La scelta di Puškin assume così il carattere di un grandioso sforzo di invenzione e fondazione. Asciutta e nitida nello stile, la sua prosa si segnala per la lievissima patina di ironia che sempre la caratterizza. Nei temi essa predilige il passato remoto o prossimo – celebre la ricostruzione della rivolta cosacca capeggiata dal ribelle Pugačëv ne La figlia del capitano, superba risposta alla moda del romanzo storico alla Scott – ma non disdegna le atmosfere romantiche e allucinate.

Pubblicato nel 1836, il romanzo – che narra l”iniziazione” del giovane Grinev sullo sfondo della rivolta di Pugacev – sfugge a classificazioni precise, perché sospeso tra generi diversi. Prevalgono tuttavia in esso l’ironia, il superamento delle convenzioni romantiche e un interesse così acuto per la storia che sembra presupporre, da parte dello scrittore, una presa di posizione di tipo ideologico. Ma Puškin non era un rivoluzionario, né un ammiratore del popolo russo in quanto forza progressista.

Nel “Capitolo omesso” si legge infatti: “Quelli che da noi progettano impossibili rivolte o sono giovani e non conoscono il nostro popolo oppure sono persone dal cuore crudele, per le quali la testa altrui vale un quarto di copeco e la propria pelle ne vale uno”.

 

 

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