I poveri in Russia: vita al limite della sopravvivenza

Ogni anno in Russia aumenta il numero dei poveri. Poveri in senso letterale: ovvero quelli con un’entrata minore di 9828 rubli al mese. Alcuni non riescono a comprare neanche il necessario, cibo e medicinali. “Gazeta.Ru” ha cercato di capire come sopravvivono le persone al limite della povertà assoluta.

Il numero di persone povere in Russia continua a crescere in modo lento ma costante. Lo dimostrano i dati di Rosstat, pubblicati alla fine di dicembre dello scorso anno. Secondo queste informazioni, alla fine del 2016 19,6 milioni nella Federazione Russa, ovvero il 13,4% della popolazione totale avevano un’entrata inferiore al minimo per la sussistenza, che secondo i dati del ministero ammonta a 9828 rubli. L’anno precedente erano 19,5 milioni, i cittadini russi con un’entrata simile, mentre nel 2014, erano 15,4 milioni gli abitanti della Federazione Russia alla soglia di povertà.

Le regioni più povere alla fine del 2016 erano l’Oblast’ autonoma ebraica (più del 25% dei suoi abitanti vivono alla soglia della povertà, l’Oblast’ di Pskov (19%), l’Oblast’ di Tomsk (17,2%) e la Cecenia (17%). In tutte e quattro le regioni il numero di poveri cresce costantemente dal 2014.

Neanche i dati sul disagio economico della popolazione infondono ottimismo. Secondo il capo della Corte dei conti Tat’jana Golikovaja, nel primo trimestre del 2017 la percentuale di cittadini alla soglia di povertà era il 15% della popolazione del Paese, ovvero 22 milioni di persone. Più di quanto mostrassero i dati del 2016, ha detto Golikova in uscita da una riunione del Consiglio della Federazione.

“Gazeta.Ru” ha incontrato alcune persone che non possono permettersi neanche il necessario e che spesso sono costrette a indebitarsi. Per rispetto dei protagonisti di questo articolo, quasi tutti i loro nomi sono stati cambiati.

Veronika Kovaleva, 30 anni, di Chot’kov (Oblast’ di Mosca)

Ho studiato fino alle medie, ma non le ho finite, sono arrivata solo alla nona classe della scuola secondaria. Faccio l’imballatrice in una delle aziende tessili dell’Oblast’ di Mosca, ma ora sono in maternità. Come è successo che la nostra famiglia diventasse povera? Beh, non ho mai avuto una vita particolarmente agiata. È andata così: a 19 anni sono rimasta incinta del mio ragazzo, almeno sembrava che stessimo insieme. Invece alla fine ho cresciuto da sola il mio figlio maggiore fino a quando ha avuto due anni. È stata dura, ho dovuto affittare un posto per vivere. I rapporti con la mia famiglia infatti sono peggiorati perché i miei hanno iniziato a darmi un sacco di consigli: “Non devi metterlo al mondo”, “lascia stare” ecc.

Poi ho incontrato Jurij, il mio attuale marito. Tutto sembrava andar bene. Lui è un pittore, aveva un lavoro stabile e amava molto me e mio figlio. Abbiamo avuto altri 2 figli a distanza di tre anni uno dall’altro. Dopo, però, Jura ha iniziato a chiudersi in se stesso, a ricordare gli anni da soldato in Cecenia (per richiamo alle armi) e in Tagikistan (pagato), in entrambi le situazioni ha riportato ferite e contusioni. Mio marito ha iniziato a sparire da casa per un mese-due, a fare il giro del Paese in autostop. In quel periodo è nata nostra figlia, e dopo un anno, mio marito è sparito per sei mesi. Lo hanno cercato persino i volontari dell’unità di soccorso “Liza Alert” e la polizia.

Lo hanno trovato con difficoltà, e dopo sei mesi è sparito di nuovo, ed ecco ora è quasi un anno che non è più con noi. Nel frattempo ho pregato i servizi sociali, l’amministrazione locale e altri enti per un sostegno materiale. Ma a parte i sussidi per i bambini e quelli del mio lavoro, per legge non mi spetta nulla.

Mi hanno spiegato che da noi non esiste un articolo di legge a cui si collega direttamente il mio caso. “Aspetti, quando sarà passato un anno e mezzo dalla sparizione di suo marito, faccia la denuncia per assenza senza preavviso e poi vediamo”, mi dicono tutti così.

Vivo con i bambini nell’appartamento di due stanze di mio marito. Io dormo con le due bambine in sala, i tre bambini nell’altra stanza. Ci sono state volte in cui non avevo neanche un soldo per comprare da mangiare e nella dispensa c’era solo un pacchetto di semolina. Non scorderò mai quei giorni.

Risparmio soprattutto sul mio guardaroba, e i vestiti per i bambini li compro nei negozi dell’usato. Non succede spesso che riesca a viziarli con dei dolci. Mangiamo le cose più comuni: semola, verdure, pollo, latte. A volte gli compro la frutta. Molti soldi se ne vanno in medicine perché si ammalano spesso di infezioni alle vie respiratore.

Compro il cibo nelle catene di negozi più economiche. Raramente uso i mezzi, e in generale solo la maršrutka o l’električka (maršrutka: servizio di taxi collettivo con piccoli bus, električka: servizio ferroviario suburbano, *NdT). Qui passano pochi autobus e sono più cari. Non ho mai pensato di andarmene in un’altra città, questa è la mia città natale, sono nata e cresciuta qui. In un altro posto a nessuno importerebbe di noi.

In generale la situazione a Chot’kov non è facile. Ci sono tre grandi aziende: due pubbliche, la CNIISM (Istituto centrale scientifico e di ricerca per la costruzione di macchine speciali) e Elektroizolit, e la Novlajn che è privata. Per prima cosa entrarci è molto difficile, assumono solo per conoscenza. Poi non c’è niente da fare, gli stipendi ritardano sempre e in generale queste aziende crollano e vengono comprate da privati per creare aziende più piccole. Poi prendono soprattutto i giovani e le persone della Comunità degli Stati Indipendenti (*Confederazione di 15 ex-repubbliche sovietiche, NdT), c’è un continuo cambio di personale, “lasciano a piedi” le persone per i soldi.

Ora da noi hanno aperto tanti supermercati di vario tipo, ma anche lì c’è un cambio continuo di personale. Le persone corrono a Mosca per guadagnare, perché nella nostra città prendono 25 mila rubli al mese, una miseria. Sono aumentati ancora di più gli alcolisti negli ultimi tempi. Eppure la città di per sé è molto accogliente, tutti i servizi sono raggiungibili a piedi, c’è un nuovo asilo, una nuova scuola, un nuovo complesso sportivo (che purtroppo è diventato a pagamento), due parchi e un cinema.

Il prossimo anno per me sarà decisivo, ci sono molte questioni da chiudere. In particolare, mio figlio deve operarsi, devo saldare i debiti per l’appartamento, mia figlia deve iniziare l’asilo e dalla maternità devo tornare a lavoro. È difficile, ma me la caverò.

L’esperienza più brutta per me restano le visite dei servizi sociali per la tutela dei bambini. Vedono che non ho niente per mantenerli e minacciano di portarmeli via. Ma farò di tutto perché questo non succeda.

Sergej Kozyrev, 31 anni, villaggio Vorgašor (Repubblica dei Komi)

Ho finito solo la scuola dell’obbligo, non ho fatto il servizio militare, è andata così perché sono orfano di entrambi i genitori. Per l’incompetenza degli organi di tutela, non ho avuto quasi niente di quello che mi spettava da parte della mia tutrice. Fino al 1996 ho vissuto con lei a Gatčin, vicino Pietroburgo. L’appartamento di due stanze era intestato metà a me e metà alla mia tutrice, Ljubov’ Dmitrievna. Lì, oltre a noi era registrato anche il marito della donna, Michail, che è morto nel 1996.

Dopo la sua morte, il nostro appartamento è stato assegnato a persone straniere e ci hanno trasferiti nel villaggio di Myza-Ivanovoka, sempre nell’Oblast’ di Leningrado. Da lì la mia tutrice mi ha portato nell’Oblast’ di Novgorod, nella campagna di Sjabrenica. Andava tutto bene, ma nel 2006 Ljubov’ Dimitrievna è morta. La casa era intestata in parti uguali a me e a lei. Lei non ha fatto testamento, e siccome io non ero un suo familiare, solo una parte dell’appartamento è mia.

Poi volevano togliermi sia la casa che il terreno, c’erano degli zingari che vivevano in quella campagna. Ho dovuto andarmene e dal 2008 faccio il nomade. Mi sono rivolto alla procuratura e al Ministero degli affari interni, tutto inutile.  Ora non c’è più nemmeno la casa, o è crollata o l’hanno demolita. Per me è ancora difficile tornare lì, per quanto mi hanno traumatizzato quando mi hanno minacciato di bruciarmi vivo e mi hanno intimorito in altri modi.

Mi è capitato di lavorare a Mosca, nel Monastero Savino-Storoževskij, come tuttofare sotto contratto. Ora vivo a Vorgašor da alcune persone che mi ospitano temporaneamente, vista la mia situazione. Oltre a me in questo appartamento vive un’altra persona. La maggior parte degli abitanti di questo villaggio lavora nelle miniere miniere di carbone.

Il salario medio aVorgašor è di 12.800 rubli, ma molti si lamentano che non basta. L’anno scorso a Vorkut c’è stata una riunione degli abitanti del villaggio che volevano un aumento del salario. Per farvi capire, una bottiglia di latte, ad esempio, nel nostro villaggio costa almeno 70 rubli, e il pane più economico costa 48 rubi a filone.

Da noi i prezzi di tutti i prodotti principali costano il doppio o il triplo rispetto alle regioni centrali della Russia. Molta gente beve e molto. Tra i giovani ci sono tanti drogati, e poco tempo fa c’è stata un’ondata di omicidi. Un bambino è stato investito da un’auto. Due persone sono state assalite. Al primo hanno sparato, il secondo è stato ferito con un coltello. Uno è morto, l’altro è all’ospedale. Hanno assalito una ragazza poco lontano da un negozio.

Quanto a me, devo risparmiare letteralmente su tutto. Mi capita di dover rinunciare alle medicine, anche se ho problemi alle gambe e soffro di gastrite. Spesso prendo soldi in prestito ma non riesco mai a restituirli. Compro sempre il cibo più economico e i vestiti non li compro proprio. Ogni tanto la gente me li regala. Da tanto tempo non so più cosa siano i trasporti, vado a piedi dappertutto. Però non mi arrendo, e il mio scopo primario ora è procurarmi almeno un posto per vivere.

[…]

FONTE: Gazeta.Ru – 13/01/2018, di Valdimir Vaščenko, Traduzione di Marta Natalini

Sono nata a Recanati. Mi sono laureata in Lingua e letteratura russa all’Università di Macerata. Ho trascorso un periodo a San Pietroburgo e ho vissuto a Lipsia. Con la lingua russa è stato “amore al primo suono”. Da allora grazie ai viaggi e alla letteratura, alla musica e a fortunati incontri ho continuato ad osservare e seguire la Russia, con le sue contraddizioni e il suo fascino. Partecipare a questo progetto significa per me avvicinarla sempre un po’ di più, parola dopo parola. Nella vita insegno, traduco e scrivo canzoni.

Marta Natalini

Sono nata a Recanati. Mi sono laureata in Lingua e letteratura russa all'Università di Macerata. Ho trascorso un periodo a San Pietroburgo e ho vissuto a Lipsia. Con la lingua russa è stato "amore al primo suono". Da allora grazie ai viaggi e alla letteratura, alla musica e a fortunati incontri ho continuato ad osservare e seguire la Russia, con le sue contraddizioni e il suo fascino. Partecipare a questo progetto significa per me avvicinarla sempre un po' di più, parola dopo parola. Nella vita insegno, traduco e scrivo canzoni.