Parliamo, ma ci capiamo?

Sembrerà strano fare un discorso sulla “Russia in traduzione” partendo da una citazione in inglese e fuori contesto, ma i versi della canzone di Simon e Garfunkel The Sound of Silence calzano a pennello:

People talking without speaking / People hearing without listening / People writing songs that voices never share (Gente che parla senza dire / Gente che sente senza ascoltare / Gente che scrive canzoni che le voci non condividono mai).

Simon e Garfunkel The Sound of Silence

A cosa serve, infatti, la traduzione? Si pensa spesso a questo procedimento come al semplice trasferimento di significati da una lingua all’altra, e i non addetti ai lavori la maggior parte delle volte diffidano della complessità di un procedimento che non ha semplicemente a che fare con le parole, quelle messe in lista nel dizionario, ma con l’osservazione del pensiero umano e della visione del mondo mediando tra sistemi diversi di rappresentazione, diverse eredità culturali e diversi sistemi di valori. Spesso si crede che basti tradurre una frase correttamente, magari rispecchiandone il significato letterale, perché quelle persone dall’altro lato della frontiera smettano, ai nostri occhi, di “parlare senza dire”, ma così si cade nel tranello che ci fa diventare persone che “sentono senza ascoltare”. Non basta tradurre correttamente una frase: un russo che a colazione mischia ricotta e panna acida, raccontato a un italiano, fa un effetto quasi disgustoso che a un altro russo non farebbe. “Cornetto e cappuccino sono una cosa normale a colazione, non la ricotta con la panna acida,” pensa l’italiano, ma per il russo, magari, il cornetto e il cappuccino sono il dessert dopo l’insalata. Come tradurre, quindi, senza creare straniamento?

L’Europa Unita, per quanto riguarda il multilinguismo, ci ha abituati male. La generazione Erasmus è stata abbagliata dall’illusione di aver conosciuto il mondo fuori dalla propria patria, e adesso che l’Erasmus l’abbiamo fatto in moltissimi e che le capitali europee sono dietro l’angolo, l’Europa è diventato un grande villaggio in cui ci conosciamo e ci capiamo meglio di quanto crediamo. Per quanto un italiano sia diverso da un tedesco, i valori e i pezzi di storia condivisa sono molti di più di quelli che ci accomunano al resto della gente del mondo. Parliamo tutti in inglese, una lingua che perde progressivamente il suo tratto identitario assumendo il ruolo esclusivo di lingua franca: una lingua in cui, in parole povere, stiamo tra di noi, e basta tradurre il cappuccino con il cappuccino, non c’è bisogno di trasformarlo in ricotta con la panna acida. La vicinanza degli Stati Uniti a livello mediatico è un altro elemento che, appiattendo le distanze a Occidente, le allarga a Oriente: stiamo tra di noi, e anche se parliamo lingue diverse, ci (sembra che) ci capiamo (e se non ci capissimo veramente?).

Il resto del mondo è una provincia desolata: lì ci sono miliardi di persone che parlano lingue incomprensibili con sistemi di scrittura incomprensibili, con culture politiche incondivisibili, tradizioni assurde (o al massimo curiose) e sistemi di valori recriminabili. Ma sono loro che “parlano senza dire”, o siamo noi che “sentiamo senza ascoltare”? Nel caso della Russia, come in molti altri, spesso l’opinione pubblica è influenzata dal pregiudizio politico, pregiudizio che si forma, tra l’altro, grazie a fonti non sempre corrette nel reperire e riprodurre l’informazione.

Mi viene in mente, a questo proposito, un errore di traduzione passato alla storia. Nel 1959 nel parco Sokolniki a Mosca si tenne la prima mostra degli Stati Uniti in Unione Sovietica e in quell’occasione il vice-presidente americano Richard Nixon e il presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS Nikita Chruščëv si confrontarono sul futuro di comunismo e capitalismo. Secondo il racconto di Viktor Sukhodrev, traduttore personale di Chruščëv, il presidente disse a Nixon che i suoi nipoti avrebbero vissuto nel comunismo, e Nixon replicò che, al contrario, sarebbero stati i nipoti di Khrushchev a vivere nel capitalismo. A questo punto, difendendo il proprio sistema politico, Chruščëv ribatté (traduciamo letteralmente): “Vi faremo vedere la madre di Cosimo!” Secondo, Sukhodrev, i traduttori di Nixon si confusero e riportarono qualcosa sulla mamma di un certo Cosimo, che risultò molto sospetta agli americani. Di bocca in bocca, di racconto in racconto, la madre di Cosimo è diventata una leggenda metropolitana, al punto che ancora oggi nel web molti russi chiamano in questo modo la “Zar-Bomba”, usata in esperimenti nucleari successivi a quell’incontro: si dice che non a torto gli americani interpretarono la “madre di Cosimo” come una minaccia nucleare. Eppure, seppur vicini storicamente, i due fatti non sembrano essere direttamente connessi. Inoltre, l’espressione “la madre di Cosimo” non l’ha inventata Chruščëv, è esistita nella lingua russa per secoli e lo stesso presidente, che amava questa espressione, durante un viaggio negli Stati Uniti spiegò a Sukhodrev che intendeva semplicemente dire: “Vi faremo vedere quello che non avete mai visto”. In italiano potremmo dire: “Ve ne faremo vedere delle belle!”, “Vi lasceremo a bocca aperta”.

incontro Chruščëv Nixon

In un’epoca in cui l’informazione corre ancora più velocemente e incontrollata, parlare senza dire e sentire senza ascoltare è un rischio ancora più frequente: si danno per scontate le categorie di conoscenza abituali e raramente ci si spinge a un’indagine approfondita della genesi stessa dell’informazione. A che cosa serve quindi Russia in Translation?

In russo ci sono due parole per dire “verità”: istina è la verità ultima di tutte le cose, la Verità con la “V” maiuscola dei vangeli, la verità che va oltre lo scibile umano; pravda è la verità fattuale, quella che puoi vedere con i tuoi occhi. La istina è una sola, mentre di pravda ce ne possono essere tante quanti sono gli sguardi e le prospettive.

Più di una volta il progetto è stato accusato di fare propaganda filo-russa o anti-russa, a seconda dei contenuti che condivideva. Eppure l’obiettivo di Russia in Translation non è di raccontare tutta la verità (istina) o, per citare i titoli altisonanti di certe pubblicazioni online: “LA VERITÀ CHE NESSUNO VI DIRÀ MAI!!!” I traduttori del progetto, vicini per motivi di studio o di lavoro alla cultura russa, sono a conoscenza delle diverse fonti di informazione in Russia, delle diverse correnti di pensiero, e provano a tradurre l’informazione che circola in Russia per un pubblico che legge in italiano. Non si tratta, quindi, di dare notizie di prima mano, né si ha la pretesa di raccontare fatti che non si sono necessariamente visti con i propri occhi; piuttosto si fa quello che mi piace chiamare “metagiornalismo”: si propongono al lettore strumenti diversi per analizzare da soli i movimenti della vita politica, sociale e culturale di un paese lontano, e le influenze che queste vite hanno sulle nostre; gli si mostra, lasciando al traduttore la scelta dei materiali, che cosa succede nel panorama dell’informazione di un altro paese. Non c’è la presunzione, poi, che quest’informazione sia “senza filtri” perché già tradurre significa apporre un filtro – un filtro, però, che fa in modo che quella canzone cantata lontano lontano venga condivisa da una voce e possa essere ascoltata.

Che cosa fanno questi russi? Sono veramente gli stessi che vediamo marciare sulla Tverskaja in televisione? Si dice che leggano solo propaganda: sarà vero? Leggere Russia in Translation è un po’ come aprire una finestra sulla Russia con una lente che permette di capire, grosso modo, che cosa sta dicendo la gente in giro per la piazza. Ed è magari un’opportunità di confrontare le fonti, di analizzare la provenienza delle informazioni, di domandarsi se è poi così assurdo che alcuni russi mangino la ricotta mischiata con la panna acida a colazione, o se questa strana abitudine non ha invece la sua ragione di esistere in una parte di mondo in cui la vita umana si manifesta un po’ diversamente.

A cosa serve, la traduzione: a fare in modo che quella massa informe di persone della canzone di Simon e Garfunkel, che si inchinano e pregano davanti a una luce al neon, prendano colore e comincino a fare rumore, e mostrino le proprie differenze, non solo rispetto a noi che li osserviamo, ma all’interno del loro stesso gruppo, che improvvisamente non appare più omogeneo come ci sembrava. La traduzione serve a dare una forma al suono del silenzio, ad avvicinare un po’ quelli che sono così lontani; a mostrarci che anche se non stanno nello stesso clan con lo sfondo blu e le stelle in cerchio in cui siamo cresciuti, forse possiamo comunque fare insieme un girotondo.

Insegnante, traduttrice, poliedrica. Curiosa del mondo e appassionata divulgatrice. Autrice di Russaliana – appunti russi di un’italiana su russaliana.me
sydney.vicidomini@gmail.com

Sydney Vicidomini

Insegnante, traduttrice, poliedrica. Curiosa del mondo e appassionata divulgatrice. Autrice di Russaliana - appunti russi di un'italiana su russaliana.me sydney.vicidomini@gmail.com