Le misure contro il riscaldamento globale colpiranno il PIL russo

Sull’economia della Federazione Russa incombe la minaccia del carbonio

Il pieno raggiungimento dell’obiettivo dell’accordo di Parigi sul contenimento del riscaldamento globale a 2° rispetto ai livelli dell’epoca preindustriale minaccia di arrecare all’economia russa perdite considerevoli a causa del calo repentino della domanda di combustibili fossili. Questo è uno degli scenari della riduzione delle emissioni di gas serra da parte dei Paesi firmatari descritto nel nuovo studio di E3-Modelling. Gli esperti ritengono che al fine di ridurre tali rischi la Federazione Russa debba diversificare in maniera sostanziale la propria struttura economica e sostenere programmi di efficienza energetica e di sviluppo a basse emissioni di CO2.

L’analisi, condotta dal laboratorio di modellizzazione economico–energetico–ecologica E3-Modelling in Grecia, è stata presentata dall’Organizzazione nazionale per il sostegno ai progetti di assorbimento del carbonio (NOPPPU) presso il Centro di analisi del Governo russo e in una seduta del Comitato per l’ecologia dell’Associazione dei manager. I ricercatori hanno calcolato le potenziali conseguenze sull’economia russa dell’attuazione delle misure di politica climatica da parte di 46 Paesi (compresa la stessa Federazione Russa) nella prima metà del secolo. Calcoli analoghi erano già stati svolti precedentemente per tutta una serie di Paesi, compresi USA, Cina e UE nel suo complesso.

Le varianti di sviluppo degli eventi che vengono considerate sono tre. Nell’ambito dello scenario base, i Paesi operano basandosi sulla politica climatica esistente senza tener conto dell’accordo di Parigi. Esso presuppone tassi di crescita del PIL russo al 2% annuo nel periodo 2020-2030 e un rallentamento fino all’1,4% nel 2030-2040 e fino allo 0,4% nel 2040-2050. Il secondo scenario prevede l’adempimento da parte dei Paesi firmatari degli obblighi previsti dall’accordo di Parigi. Tutto ciò non avrà un impatto significativo sul consumo globale di petrolio e gas (entro il 2030 le esportazioni di combustibili fossili dalla Federazione Russa diminuiranno del 4%, il PIL si ridurrà dello 0,1% rispetto allo scenario base).

Il terzo scenario considera una situazione in cui i Paesi si fanno carico di obblighi aggiuntivi per la riduzione delle emissioni di gas serra al fine di impedire l’aumento della temperatura globale oltre i 2° rispetto ai livelli dell’epoca preindustriale (i piani di riduzione delle emissioni presentati all’accordo di Parigi ammettono un aumento della temperatura di 3°). Proprio la realizzazione di questo scenario comporterebbe conseguenze estremamente drammatiche per l’economia russa. In esso per il carbonio verrebbe stabilito un costo universale (sotto forma di tassa sul carbonio o sistema di quote di emissioni), i Paesi firmatari ridurrebbero le emissioni di gas serra entro il 2030 e il 2050 rispettivamente del 43% e del 73% e la domanda di combustibili fossili risulterebbe del 28% inferiore allo scenario di base. In questa variante l’export russo di combustibili diminuirebbe del 17% entro il 2050, mentre il PIL crescerebbe dell’1% annuo fino al 2035, per poi rallentare il passo e scendere fino a zero nel periodo 2040-2050. Come affermato nello studio, in tal caso la Russia “perderebbe competitività praticamente in tutti i settori, tranne in quello dei servizi”. Questo scenario porterebbe anche a una crescita della disoccupazione del 145% nel periodo dal 2020 al 2045.

“Per scongiurare tali rischi, alla Federazione Russa sono necessari passi in avanti nel campo della trasformazione della propria struttura economica e misure per l’aumento dell’efficienza energetica; è necessario inoltre definire gli obiettivi e gli strumenti per la riduzione delle emissioni di gas serra”.

Così Oleg Plužnikov, Direttore per lo Sviluppo della NOPPPU, ha commentato i risultati della ricerca. Igor’ Makarov della Scuola Superiore di Economia rileva che per la Russia l’accordo di Parigi contiene non soltanto delle sfide relative alla necessità di ridurre le emissioni, ma in misura ancor maggiore dei rischi di perdere vantaggi concorrenziali a causa delle politiche climatiche degli altri Paesi. L’unica risposta ragionevole, secondo le sue parole, è la diversificazione.

Secondo Michail Julkin, capo del gruppo di lavoro sul clima del Comitato ambientale dell’Unione Russa degli Imprenditori e degli Industriali, “ad oggi la Federazione Russa dispone di una buona combinazione di carburante ad alta percentuale di gas, centrali idroelettriche e centrali elettronucleari”. “Tuttavia, i rischi associati alla fine dell’epoca degli idrocarburi e alla contrazione dei mercati della produzione energetica sono reali, e non dipendono dalla ratifica dell’accordo di Parigi da parte della Russia”, aggiunge. Secondo i calcoli del direttore del Centro per l’efficienza energetica Igor’ Bašmakov, l’introduzione da parte di altri Paesi dei costi del carbonio entro il 2030 potrebbe costare all’economia russa 10 miliardi di dollari l’anno. Egli crede inoltre che la Russia debba sostituire entrate potenzialmente decrescenti investendo nell’economia verde, e in particolare nel risparmio energetico.

Nondimeno, Georgij Safonov della Scuola Superiore di Economia, considera le conclusioni dello scenario “due gradi” eccessivamente catastrofiste. “Non conosciamo la struttura economica, i costi delle risorse energetiche e lo stato della tecnologia russa della metà del nostro secolo”, afferma l’esperto. Egli mette in dubbio le previsioni sulla disoccupazione, soprattutto in considerazione del calo di popolazione previsto in Russia. “Forse per la Federazione Russa sarebbe più importante puntare su strumenti di sviluppo ecologico relativamente poco costosi, inclusa la sostituzione progressiva di tecnologie obsolescenti con alternative prive di carbonio”, ritiene il signor Safonov.

Fonte: Kommersant tradotto dagli studenti del Master ELEO: Lisa Melis, Matteo Gozzi, Silvia Zerboni, Arianna Vivolo, Giada Fornasier.

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