La propaganda russa fa paura all’Europa?

Quando ero uno studente, di sera attraverso il rumore delle interferenze radio cercavamo di sentire almeno qualche frammento delle trasmissioni di Radio Libertà, BBC, La Voce dell’America e di altre “voci nemiche”. Le autorità ne avevano paura per cui spendevano enormi quantità di denaro in apparecchiature per disturbare le rediofrequenze. Allora non potevamo immaginare che un giorno le parti si sarebbero invertite.

L’idea di libertà era talmente incontestabile e attraente da non poter essere sconfitta dal patriottismo sovietico, il quale si basava su una fede senza riserve nel radioso avvenire e sulla sottomissione collettiva alle «avanguardie progressiste». Ad essere attraente era non solamente l’idea in sè, ma anche le sue manifestazioni materiali: i jeans, le salsicce, le automobili…

L’influenza esercitata dalle notizie che i cittadini ricevevano dall’altro lato della cortina di ferro contribuì, in modo non secondario, a provocare il crollo di un sistema costruito su una falsa ideologia.

Da allora il mondo è profondamente cambiato. I disturbatori di radiofrequenze sono ormai inutili ed internet può essere usato in modo anonimo ed irresponsabile per rilanciare una qualsiasi notizia falsa. Il nuovo capitalismo russo ha creato una società dei consumi simile a quella occidentale, ed ha permesso a russi più o meno di successo, di accedere agli iPhone, alle marche straniere e ai mari caldi. Allo stesso tempo però è rimasto il patriottismo basato su una fede senza riserve e sulla sottomissione collettiva alle «avanguardie progressiste». Oggi, più che altro, al «leader nazionale».

La combinazione di queste due circostanze ha fatto si che, in un momento critico di isolamento internazionale in cui tutti sono diventati nemici, venissero imbracciate le armi della propaganda.

Ai miei tempi, all’università, nessuno pensava seriamente che la propaganda potesse essere efficace in senso lato. Durante i corsi di educazione militare, ci insegnavano l’arte della corruzione morale dell’avversario. Si tratta di una disciplina abbastanza comune nell’esercito, dove l’uso della menzogna viene giustificato purché sia funzionale alla vittoria.

Il Commissario Europeo con delega alla sicurezza Julian King, durante una sessione dell’Europarlamento di Strasburgo, ha fatto notare che le autorità russe non peccano di modestia riguardo agli obiettivi della campagna di disinformazione messa in atto contro l’Occidente. Quello che negli ambienti militari viene considerato uno strumento legittimo per la diffusione di notizie false e di propaganda destabilizzante è diventato in Russia parte della comune politica “civile”. «L’informazione è oggi un’arma da guerra» ha concluso il Commissario.

«Secondo i sondaggi è evidente che molte persone prendono per buona la disinformazione diffusa dalla Russia e dal Cremlino: possiamo purtroppo trarne la conclusione che questa campagna può essere efficace» ha detto Julian King.

L’Unione Europea, che oggi non sta attraversando il suo momento storico migliore, non era pronta a questa svolta negli avvenimenti in quanto sicura della propria arma principale: il «soft power» attraverso il quale aveva esercitato una forte attrattiva sull’Europa centro-orientale. La fede nei valori occidentali da parte degli ex prigionieri del lager socialista si indebolì non appena la crisi economica causò una drastica riduzione del sostegno materiale dell’occidente. Si scoprì che per qualcuno quei valori non erano nemmeno così affascinanti. Non solamente nell’Europa centro-orientale, ma anche in occidente, è evidente una ritirata verso il mondo del passato: autoisolamento nazionale, xenofobia, statalismo. La crisi migratoria ha influito in modo ancora più distruttivo di quella economica sull’opinione pubblica.

Quando il «soft power» si è rivelato insufficiente, l’Europa si è resa conto che il proprio arsenale propagandistico versava in condizioni pietose se confrontato con quello della Russia che le aveva dichiarato guerra.

 

Il cristiano-democratico spagnolo Esteban González Pons è intervenuto nella stessa sessione dell’Europarlamento sottolineando come il Cremlino abbia destinato un budget incomparabilmente più solido alla propaganda: un miliardo di euro all’anno di soldi pubblici a fronte di un milione di euro stanziato dall’Unione Europea. Il Cremlino dispone di un esercito di addetti alla propaganda schierati contro le diciassette persone che compongono l’East StratCom: il gruppo di lavoro per la comunicazione strategica creato due anni fa dall’Unione Europea.

«Siamo praticamente indifesi» ha dichiarato lo spagnolo. «Si tratta di una minaccia alla democrazia. È necessaria una reazione più forte.»

Il cristiano-democratico austriaco Othmar Karas ritiene che «la propaganda russa voglia polarizzare il dibattito interno all’Unione Europea, compromettere il confronto democratico e sostenere gli euroscettici»

«Il Cremlino sostiene sistematicamente i populisti, l’ultradestra e l’estrema sinistra nella loro propaganda antieuropea. Abbiamo le prove di tale cooperazione.» ha dichiarato Karas.

Le possibili contromisure non sono molte. Prima di tutto l’ampliamento e rafforzamento del gruppo di lavoro per la comunicazione strategica e l’aumento del suo budget; é improbabile però che questo giochi un ruolo decisivo. In secondo luogo contrapporre la libertà di parola a chi «attacca i valori fondanti dell’Unione Europea». E ancora, la totale trasparenza dei finanziamenti ricevuti da partiti politici e mezzi di informazione.

Sandra Kalniete, eurodeputata della Lettonia e relatrice del rapporto in questione, ha dichiarato: «I parlamentari europei chiedono che si indaghi sui casi di finanziamento a partiti politici di paesi comunitari da parte del Cremlino e sul suo sostegno a forze antidemocratiche e antieuropee presenti nella nostra società. É necessario indagare meglio sui casi di riciclaggio di denaro da parte di società e banche europee e fare tutto quanto è in nostro potere per impedire le ingerenze del Cremlino nell’attività dei mass media europei.»

In Russia non è un segreto che lo stato controlli i mass media più influenti e che paghi generosamente la loro attività propagandistica con i soldi dei contribuenti. In Europa questo non accade. Per questo motivo, nel rapporto Kalniete e negli interventi dei parlamentari è stato esplicitamente proposto di sostenere materialmente la stampa di qualità, in contrapposizione ai social network pieni di troll.

Sandra Kalniete, relatrice del rapporto, ritiene che serva «un giornalismo basato sui fatti. Facebook ha trasformato la figura del redattore in un robot che deve guadagnare miliardi attraverso i click. É necessario sostenere il giornalismo perchè altrimenti scomparirà, a tutto vantaggio del Cremlino e dei troll addestrati per operare sui social network».

A sostegno della Russia sono come sempre intervenuti parlamentari di orientamento comunista e, ancora più numerosi, nazionalisti di estrema destra, populisti ed euroscettici. Molti di questi contrassegnano provocatoriamente i propri seggi all’Europarlamento con le bandierine nazionali, allo scopo di mostrare il loro disprezzo nei confronti dell’Unione Europea. Si tratta di quegli stessi schieramenti con cui la politica del Cremlino punta ad allearsi. Hanno un unico scopo: indebolire l’Unione Europea, riportare l’Europa al passato, all’epoca delle nazioni rivali.

Il comunista spagnolo Javier Couso Permuy chiama «una patetica paranoia» tutto il chiasso intorno alla propaganda russa e alle infiltrazioni informatiche. Secondo lui l’obiettivo è «impedire dei rapporti amichevoli tra Russia ed Unione Europea».

Hanno preso le difese della Russia nei loro interventi anche Steeve Briois del Front National francese e Gerard Batten del UKIP, il partito che più di tutti ha orchestrato la Brexit. Questi partiti  ostili ai valori liberali europei hanno, sull’onda della crisi, visibilmente rafforzato la propria presenza nel Parlamento di Strasburgo e sperano di modificare nettamente la composizione dell’assemblea rappresentativa dell’Unione Europea.

Jörg Meuthen di AfD, il terzo partito più influente in Germania, ha dichiarato che «la Russia è divenuta l’oggetto di qualsiasi tipo di attacco. In molti qui hanno parlato dell’influenza (della Russia) sull’estrema destra, ma tutto ciò è ipocrita perché nel 2019 si terranno le elezioni dell’Europarlamento e arriveranno nuovi deputati, ognuno dei quali porterà la sua propria verità».

Il rafforzamento di partiti che prima venivano considerati marginali è difficilmente ascrivibile alla propaganda russa ed i riferimenti ad essa fatti da alcuni politici europei sfiorano effettivamente la paranoia.

L’esponente della sinistra italiana Barbara Spinelli ha dichiarato che, pur non difendendo il regime politico russo, è contraria a considerarlo responsabile di tutti i problemi politici nella vita dell’Unione Europea, e che molte delle accuse fatte alla Russia di ingerenze nelle elezioni in occidente sono infondate.

Effettivamente, se un elettore europeo vota per la Brexit, per Marine Le Pen oppure per l’Afd, questo non dipende dal fatto che si sia guardato tutte le trasmissioni di Russia Today. Le cause in Europa sono altre. La propaganda di stato russa attecchisce sul terreno fertile, favorisce le forze populiste sia di destra che di sinistra perchè in esse vede degli alleati contro un establishment politico ostile al Cremlino. Esse si sdebitano poi attraverso visite ostentate in Crimea, l’invio di «osservatori» durante le elezioni e dichiarazioni sulle sanzioni.

A dire il vero, il rapporto Kalniete non pretende di descrivere in modo esaustivo l’influenza della propaganda russa sulla società europea, e non attribuisce ad essa una potenza illimitata. Come dichiarato dalla stessa relatrice, si tratta semplicemente di un tentativo di evidenziare un problema, allo scopo di attirare su di esso l’attenzione dell’opinione pubblica. Bruxelles senza dubbio rafforzerà i meccanismi, fino a poco tempo fa inesistenti, atti a smascherare quelle che considera bugie e fakenews create ad arte.

Fonte: Novaja Gazeta 18/01/2018     Autore: Aleksandr Mineev     Tradotto da: Paolo Zirulia