Credo nel cinema tanto quanto altri credono in Dio. Intervista a Claude Lelouch

La leggenda del cinema francese Claude Lelouch parla di uomini, donne e di un viaggio in
URSS

È disponibile per il noleggio “Chacun sa vie”, 47 o lungometraggio del classico vivente del cinema
francese Claude Lelouch. Gloria e riconoscimenti arrivarono al regista già nel 1966, quando il suo
melodramma “Un uomo, una donna” non solo vinse la Palma d’Oro di Cannes e due Oscar, ma
divenne anche uno dei film più popolari al mondo di tutto il decennio. Inoltre, questa storia d’amore
fra due vedovi prematuri – lui gareggia in corse automobilistiche, lei si occupa di sceneggiature –
ancora oggi rimane uno degli esempi più espressivi di cinema romantico, spudorato, sentimentale,
disarmante anche per gli spettatori più cinici.
Il mezzo secolo passato dalla prima di “Un uomo, una donna” non ha scosso la fedeltà di Lelouch
al tema e all’intonazione trovati: egli fotografa instancabilmente, una dopo l’altra, storie sui
sentimenti e i fenomeni più universali del mondo: amore e desiderio, vita e morte, la fugacità della
felicità e l’ineludibilità della solitudine. Non fa eccezione “Chacun sa vie”, interpretato da una
dozzina di star francesi, tra cui Jean Dujardin, Christopher Lambert e il compianto Johnny
Hallyday, un ritratto delle passioni della borghesia moderna in dodici storie che si sviluppano sullo
sfondo di un festival jazz in Borgogna con la partecipazione di giudici, avvocati e prostitute,
affaristi e infermieri, una vecchia rockstar e un’intera brigata di suoi sosia. Prima dell’uscita del
film, Lenta.ru ne ha parlato con Claude Lelouch, ricordando al tempo stesso il suo leggendario
viaggio in URSS all’età di 20 anni, con il quale iniziò effettivamente la carriera di uno dei più
famosi registi francesi.

Da dove è nata l’idea per “Chacun sa vie”?

Claude Lelouch: Già da tempo volevo fare un film sulla giustizia e sul suo rovescio, l’ingiustizia.
Mi ha sempre sorpreso quanto facilmente le persone siano pronte a giudicare e condannare chi li
circonda. Ma dopotutto ciascuno di noi ha un giardino segreto, un giardino dell’anima, dove
sveliamo i nostri segreti, le cattive azioni, le bugie e le loro ragioni, e questo vale per tutti senza
eccezione. Volevo mostrare che un uomo al banco degli imputati non sempre è il più colpevole in
aula, e tutti quelli che lo condannano potrebbero facilmente essere al suo posto. Mi ha sempre
molto ferito l’ingiustizia. Come si può giudicare un’altra persona, uguale in tutto e per tutto a te
stesso?

Per di più chi giudica è inevitabilmente disumanizzato da questo processo, scendendo un gradino sotto a coloro che giudica.

Assolutamente vero. Sì, certo, ci sono persone che rappresentano un reale pericolo, e abbiamo
bisogno di essere difesi da loro, ma solo se si parla di manifestazioni estreme del male. In tutti gli
altri casi la storia è sempre più complessa e multilaterale di quello che appare in tribunale o nei
pettegolezzi altrui, se non si tratta di un caso criminale, ma di situazioni ordinarie della vita.
Personalmente io amo la vita con tutti i suoi lati sgradevoli, con tutti i suoi difetti umani. Perciò
inorridisco quando noto come la gente giudica velocemente e senza riflettere altra gente, come da
questa condanna deriva l’intolleranza. “Chacun sa vie”è nato proprio da queste osservazioni:
all’inizio è stata elaborata la storia intorno alla causa giudiziaria, e poi, intorno a essa, tutti gli
altri soggetti che compongono il film.

Scena del film “Chacun sa vie”

Perché ha deciso di fermarsi proprio a questa struttura: un caleidoscopio di dettagli, uniti solo dal tempo e dal luogo delle storie che gradualmente iniziano a intersecarsi fra loro?

Sono convinto che un filo invisibile ci lega tutti l’uno all’altro. Era proprio questo filo che volevo
mostrare nel mio film. Volevo che “Chacun sa vie” parlasse non solo dei personaggi effettivi, ma
anche di tutti gli altri, tutti quelli per cui non si è trovato posto sullo schermo. A questo mondo
vivono sette miliardi di persone. Sono sette miliardi di storie miracolose e ammalianti. Ognuno di
noi è la star della propria affascinante storia, che ha anche sette miliardi di artisti extra! (Ride)
Proprio per questo mi è sempre piaciuto girare film corali. Io amo i film in cui non sei mai solo,
che sono densamente popolati di personaggi. Diventiamo sempre di più su questo pianeta, e quante
più sono le persone, tanto più difficili diventano le cose un tempo semplici e ordinarie. Mi
meraviglia molto questo processo. La vita in generale è un grande regista che dirige
contemporaneamente sette milioni di storie. Nel mio film i soggetti sono in tutto dodici: dunque io
sono un regista abbastanza piccolo.

Una gran parte di questi soggetti ruota intorno al tema delle relazioni romantiche. Sembra che l’amore sia la base su cui si costruiscono tutti i suoi film già da molti decenni. Cosa ne pensa, perché?

Tutto è abbastanza semplice. L’amore per un’altra persona è la più chiara, la più aperta
manifestazione d’amore per la vita in quanto tale. Io non mi stanco di amare la vita, ancora non me
ne sono stufato neanche una volta. Amo le montagne e il mare, amo le città e la natura, amo le
persone intelligenti e ancor di più quelle stupide, perché sono molto più simpatiche e con loro ci si
diverte di più. Dunque la mia motivazione è sempre stata il desiderio di condividere con chi mi
circonda questo amore per la vita. Ci dimentichiamo troppo spesso che miracolo è essere
semplicemente vivi, e abbiamo bisogno che ce lo si ricordi. Proprio questo è quello di cui mi
occupo in tutta la mia carriera cinematografica.

Le sue opinioni sul cinema stesso, sulla sua lingua e le sue tecniche, sono molto cambiate nei quasi sessant’anni che fa cinema?

Esse cambiano continuamente. È un processo naturale e assolutamente normale, credo. In tutto ho
fatto 47 film, cioè per 47 volte sono andato e riandato a studiare cinema. Fino a oggi continuo a
imparare le possibilità del cinema, a scoprire sempre di più le sue sfaccettature. Credo
sinceramente che il cinema possa cambiare il mondo. Un giorno apparirà un film così bello,
potente, toccante, che cambierà moltissimo, nelle persone, nella società, nel mondo in generale. E
tutte quelle grandi immagini che conosciamo sono bozze originali di questo ideale film futuro,
schizzi con l’aiuto dei quali il cinema si avvicina ad esso. Mi interessa molto chi girerà questo film,
ma penso che, chiunque sia, sarà una persona che ha visto e conosce bene tutte le opere d’arte del
passato e del presente, e che quindi può estrarre da esse l’essenza del cinema, la sua anima. Credo
nel cinema tanto quanto altri credono in Dio.

Scena del film “I miserabili” di Claude Lelouch

“Chacun sa vie” inizia con un episodio musicale: una scena a un concerto di Johnny Hallyday. Molti registi avrebbero concluso il film con questo episodio, utilizzandolo come culmine. Perché ha deciso, al contrario, di metterlo all’inizio del film? Per onorare così la memoria di Hallyday?

Non proprio. Ho voluto in questo modo mostrare allo spettatore già all’inizio del film che siamo
tutti ugualmente importanti. Sì, in questo episodio si svolge un concerto e sulla scena c’è una star
che attrae su di sé tutti gli sguardi del pubblico. Ma la mia cinepresa è rivolta quasi tutto il tempo
non a lui, ma alle persone in sala. Certo, a tutti nel mondo interessa la vita privata di questa o di
quella celebrità: in questa scena ho voluto ricordare che i destini e le storie della gente comune
non sono meno interessanti. A me stesso interessano assolutamente tutte le persone. Sono convinto
che la vita e le azioni di ognuno di noi influenzano tutti gli altri. È l’effetto farfalla. In generale la vita, a mio parere, è un gioco, con opportunità e regole uguali per tutti. L’unico suo problema è chi
non gioca secondo le regole: imbroglioni, ingannatori, manipolatori. L’ironia è che proprio loro
sono spesso i più cinegenici.

Uno degli episodi più conosciuti della sua biografia è il viaggio in URSS negli anni ‘50 e le riprese con una telecamera nascosta nella manica. Può dirci come l’ha influenzata
quest’esperienza e che cos’ha visto in Russia?

Avevo 20 anni e guardavo ancora tutto quel che mi circondava con occhi innocenti e ingenui.
Allora ero appena tornato da un viaggio in America. Forse non serve raccontare quanto erano
diverse allora l’America e la Russia e come erano contrapposte l’una all’altra. E ho deciso che per
me era fondamentale capire perché queste due nazioni, questi due popoli si odiassero tanto. E come
fare, se non guardandole coi miei stessi occhi? Dall’America sono rimasto fortemente deluso.
Amano troppo il denaro! Arrivano a giudicare le altre persone in base ai soldi che hanno. Il
viaggio in Russia è stato molto più felice e mi ha restituito la fiducia nell’umanità che avevo
perduto in America. Se mi fosse capitato allora di scegliere dove vivere – in Russia o in America –
avrei scelto sicuramente la Russia. In quel viaggio ho visto e appreso davvero molto, e questo senza
contare il bellissimo cinema sovietico, che ho scoperto allora e che mi ha influenzato molto, in
particolare Michail Kalatozov (sceneggiatore, regista e direttore della fotografia sovietico,
vincitore della Palma d’oro con “Quando volano le cicogne” del 1957, NdT). Ma soprattutto, ho
capito che per i russi il cuore è più importante della borsa. Questo mi ha per sempre reso caro il
suo popolo. Allo stesso tempo, sono contento di essere nato francese: la via di mezzo mi è sempre
piaciuta più di ogni estremo, e la Francia è in molti modi al centro tra Russia e America. La
Francia mi ha dato tutto: in primo luogo, la libertà di girare il tipo di film che voglio. Non potrei
mai girare un film in America: lì gestiscono tutto i produttori e i botteghini. Io invece sono abituato
a prendere tutte le decisioni cruciali, e a portarle avanti con i sentimenti e non col calcolo.

Fonte: Lenta.ru 8/2/2018. Articolo originale di Besedoval Denis Ruzaev, tradotto da Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.

Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.