Nonna Ljuba, la pattinatrice del Bajkal

La pensionata Ljubov Morekodova vive da sola nel remoto villaggio di Chaly sulle rive del lago Bajkal. In posti del genere non ci sono strade normali, nè tanto meno mezzi pubblici. Quando, durante l’inverno, la donna deve raggiungere un posto, ecco che indossa i vecchi, ma ancora resistenti, pattini e si avventura sui ghiacci trasparenti del lago Bajkal.

“Il mio cognome da nubile è Markova, da sposata Morechodova. Sono nata nel maggio del 1941- racconta Ljubov Nikolaevna. – Prima della guerra. Vivo nella località di Chaly.”

“I miei pattini vengono dal 1943. Ma sapete come hanno fatto a reggere così? Sono stati fatti bene a loro tempo! – racconta fiera la donna a proposito della sua vecchia attrezzatura. – Io li chiamo i miei “norvegesi” oppure pattini da gara”.

La Morechodova dice che sui pattini qualsiasi distanza viene coperta velocemente, perfino alla sua età.

“Fino a là sono quattro chilometri ad andare e quattro a tornare, otto in tutto” – conta – Noi siamo abituati fin da molto piccoli a tutto questo: anche il percorso fino alla scuola era di quattro chilometri. Sin dalla prima elementare d’inverno andavamo ogni giorno a scuola correndo sui pattini, mentre durante la primavera e l’estate a piedi”.

“Ecco, io ho problemi alla schiena, ma quando corro sui pattini la schiena non mi fa più così male – racconta la pensionata. – È molto bello poi quando ho il vento a favore, semplicemente volo. Apro il cappotto – come fosse la vela di una barca. Hai anche paura, perché se il pattino finisce in una fessura è finita. Ti spaccheresti la faccia”.

Chaly si trova a 5481 Km da Mosca. La Morechova racconta che la sua famiglia è sempre vissuta in questi luoghi, nella vecchia Ulanchan.  Negli anni ’50 iniziarono a costruire nelle vicinanze di dove vivevano la centrale idroelettrica di Irkutsk, e la famiglia fu costretta a trasferirsi a causa del rischio inondazioni.

“Dissero a mio padre: qua sarà tutto allagato – ricorda la donna. – Dunque eccovi ottomila rubli e trasferitevi dove volete. Mio padre trovò questo posticino e ci trasferimmo, erano gli inizi degli anni ’50. Da allora viviamo qua. Mio padre è sempre stato un tipo alla vecchia maniera, prerivoluzionario, picchiava mia madre per ogni sciocchezza. Mia mamma era analfabeta, ma era una donna molto buona”.

Dalla fine degli anni ’50 fino al 2002 la Morechova ha lavorato in una fabbrica e ha vissuto ad Irkutsk.

“All’inizio facevo la stampatrice: producevamo letti con la rete metallica. Poi ho lavorato come saldatrice, ho frequentato una scuola professionale e in seguito sono diventata tornitrice, – elenca lei. – In seguito sono entrata al Politecnico nella facoltà di Ingegneria meccanica e sono diventata ingegnere”.

“Mi sono sposata, ho fatto quattro figli, e nel 2011 sono andata in pensione e di nuovo ho lasciato tutto e sono tornata a vivere a Chaly, nella vecchia casa paterna.”

“Quando mio marito è andato in pensione, ci siamo trasferiti quaggiù, abbiamo comprato una mucca, abbiamo iniziato a occuparci della fattoria, – racconta la donna. – Qui non c’era nemmeno la luce! Solo nel 2011 abbiamo piantato un palo e tutto da soli abbiamo portato qui la corrente – Non conosco nessuno che viva qua da solo. Ma io vivo lo faccio e non ho paura di nulla”.

La donna si prende cura degli animali e taglia la legna senza l’aiuto di nessuno.

“La mattina mi sveglio alle 5:30, accendo la stufa, mangio, cucino qualcosa per me e per i cani, – elenca lei. – Poi aspetto fino a quando la stufa non scalda per bene, per poi chiuderla. Vado alla stalla, ripulisco dal letame, appiattisco il fieno. La mattina e la sera do il fieno alle mucche, poi spazzo via il letame. D’inverno scavo una buca e do da bere ai vitelli. D’estate semplicemente prendiamo l’acqua dal Bajkal e la beviamo”.

“Taglio sempre la legna da me, anche i tronchi più grossi, – dice lei. – Da quando ero piccola ho sempre fatto la legna molto bene e insegnavo come fare a tutti i miei amichetti. Ho insegnato a tutti anche come pescare con le reti. Prima lo facevo da sola, ma adesso non ci sono pesci, e non vado da sola al mare. In effetti è anche vietato da noi, non si può pescare con le reti.”

La donna ammette che si stanca molto:

“La spina dorsale non regge e a volte soffro di tachicardia. Ne soffro da tanto tempo, da quando ero giovane, – lamenta la donna. – E sono diventata mezza sorda: non sento niente. Ho sempre paura di prendere freddo alle orecchie, se capitasse diventerei sorda del tutto”.

In ogni caso la donna si rifiuta categoricamente di lasciare il Bajkal per andare a vivere in città.

“E’ severo, il Bajkal. E cambia sempre colore. Lo guardi – e se ne sta lì come uno specchio. Oppure fa un’increspatura, che subito svanisce, – descrive la Morechova poeticamente. – Siedo da sola in cucina e l’osservo – e immediatamente che gioia che mi prende! L’umore è buono. E penso sempre: se solo ci fosse qualcuno a fianco a me a guardare questa incredibile bellezza”.

Ammette che questa casa e questo fazzoletto di terra sulla riva dell’enorme lago sono tutto per lei.

“Forse avrei potuto lasciare tutto e andarmene dopo la morte di mio marito. Ma non sono stata in grado di farlo. Sapevo che qui la vita è molto difficile, in fondo ci vivo fin dall’infanzia. Ma tutto questo era di mio padre, e mi sarebbe spiaciuto per lui. Mio padre ha lavorato sodo qui con la mamma, come potrei lasciare tutto questo?”

Purtroppo, secondo lei, la maggior parte delle persone che vengono a visitare il Bajkal non ne vedono la vera bellezza e trattano il bellissimo lago come se fosse un bene di consumo.

“D’estate, quando ci sono molte persone che arrivano, a volte vado da loro e gli dico: Tenete pulito, non lasciate la spazzatura in terra, perché va tutta a finire nel Bajkal! – S’innervosisce la donna. – Davvero non si può bruciare la spazzatura, o raccoglierla e portarla via? Loro la lasciano sempre qua, la disseminano in giro, e tutto questo va a finire nel lago. Tutto ciò mi deprime, mi arrabbio, mi da molto fastidio. Questa maleducazione mi fa imbestialire. A volte mi tocca spegnere dei falò. Capita che la gente va via, lascia lì il falò acceso, il vento soffia e brucia tutto. Come si fa a comportarsi così?”

Fonte: Nastojaščee vremja – 07.02.2018 – di Ekaterina Ponomareva – tradotto da Marta Terzoli

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