Brežnev: “Finché sarò vivo, non scorrerà sangue”

Intorno agli anni ’80 l’Unione Sovietica occupava il primo posto in Europa ed il secondo posto al mondo, dietro soltanto agli Stati Uniti, per volumi di produzione agricola e industriale. Producevamo più cemento di tutti al mondo e le macchine agricole sovietiche, nonostante fossero lontane dalla perfezione, erano esportate in 40 paesi.

Negli anni di governo di Leonid Brežnev i redditi reali dei cittadini sovietici crebbero una volta e mezzo in più, inoltre la popolazione aumentò di 12 milioni di persone.

I piani di Leonid Brežnev erano molto più che realistici e per molti aspetti realizzabili. Il principale traguardo raggiunto in politica estera fu la firma del trattato ABM (Trattato anti missili balistici) del 26 maggio 1972 che limitava le capacità delle due superpotenze, USA e URSS, nel campo della difesa missilistica ed eliminava di fatto la possibilità di un attacco nucleare impunito.

Fu il governo di una persona che in ogni modo sostenne la conservazione di relazioni pacifiche e amichevoli tra i paesi. E, forse, fu questo il principale merito di Leonid Il’ič da Segretario Generale.

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Leonid Il’ìč Brežnev -segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e, de facto, capo dell’URSS, dal 1964 al 1982.

Brežnev evitò crudeltà e conflitti. Voleva soltanto essere diverso, a differenza dei precedenti Capi di Stato dell’URSS. Una volta, lo scrittore Konstantin Simonov scrisse a Brežnev, poco dopo la sua elezione come primo segretario, riguardo i suoi timori di una rinascita di una forma di stalinismo. Leonid Il’ič lo accolse e gli disse:

“FINCHÉ SARÒ VIVO, – SI CORRESSE, – FINCHÉ SARÒ IN QUEST’UFFICIO, NON SCORRERÀ SANGUE.”

Leonid Brežnev era un uomo ragionevole. Su di lui non ebbe effetto neanche l’attentato del 22 gennaio 1969, giorno in cui incontrava gli astronauti di ritorno dai voli spaziali a bordo dei “Sojuz-4” e “Sojuz-5”.

Mentre la colonna dei veicoli con gli astronauti e Brežnev si stava dirigendo verso il Cremlino, si sentirono degli spari dalla folla. Le trasmissioni radiofoniche e televisive in diretta della cerimonia d’incontro con gli astronauti furono interrotte. Neanche gli spettatori riuscivano a capire cosa fosse successo. Ad aprire il fuoco fu uno spettatore che si trovava presso la porta Borovitskij, un sottotenente dell’esercito, Viktor Ivanovič Il’in, che si era laureato presso il collegio tipografico di Leningrado. Nella primavera del 1968 fu arruolato nel servizio militare.

Il’in arrivò a Mosca alla vigilia dell’incontro di Brežnev con gli astronauti, rubò un’uniforme della polizia da un suo parente, si cambiò i vestiti e nessuno gli prestò attenzione. Era armato di due pistole modello Makarov rubate dalla cassaforte dove erano custodite le armi di ordinanza degli ufficiali nel quartier generale dell’unità militare, in cui prestava servizio.

Quando il corteo di automobili iniziò ad entrare nel Cremlino attraverso la Porta Borovitskij, Il’in si lasciò sfuggire volontariamente la prima “preda”, pensando che nella prima automobile vi fossero gli astronauti, così aprì il fuoco contemporaneamente dalle sue due pistole sulla seconda auto, sicuro che dentro ci fosse Brežnev. Sparò un totale di 16 proiettili.

Il vetro antiproiettile non resse. Nonostante ciò nessuno dei passeggeri dell’auto presidenziale, per fortuna, fu colpito, perché nell’automobile scelta come bersaglio da Il’in non c’era Brežnev, bensì sedevano gli astronauti.

“Accanto all’autista sedeva un agente della Čeka, io ero seduto sul sedile centrale dell’auto – disse Aleksej Leonov[1], in un’intervista a “Ogonёk” – alla mia destra c’era Beregovoj, sui sedili posteriori sedevano Tereshkova[2], e Nikolaev. Siamo stati i primi ad entrare nel Cremlino attraverso la Porta Borovitskij.

Non appena la nostra macchina apparve egli iniziò a sparare. Il primo proiettile distrusse il vetro e ferì l’agente della Čeka sull’arcata sopracciliare. All’inizio pensai che avessimo violato qualche regola perché, dopotutto, l’uomo era in uniforme di polizia. Il secondo proiettile si conficcò nel collo dell’autista.

A quel punto Georgij Beregovoj, scavalcato lo schienale del sedile, tirò il freno a mano. La macchina si fermò.

Guardavo fissamente quel pazzo negli occhi, ci vidi paura ed imbarazzo, egli capiva che qualcosa non andava, ma ormai non poteva più fermarsi.

Dopo che il proiettile aveva colpito l’autista, voltai la testa bruscamente. Se non fosse stato per questo movimento, come l’esame balistico stabilì in seguito, il proiettile che ne seguì mi avrebbe colpito sulla tempia. Il terzo proiettile mi rasentò il cappotto all’altezza del petto, il quarto mi rasentò la pancia, il quinto e il sesto mi sfiorarono la schiena. Se la velocità della raffica fosse stata maggiore avrei ricevuto un proiettile in testa e uno sul petto, se invece fosse stata minore sarei stato colpito all’altezza della schiena.

In seguito, dopo gli esami mi fu detto che sarei dovuto morire. Il’in ferì mortalmente l’autista, il sergente maggiore Il’ja Efimovič Žarkov, il quale morì il giorno dopo. Žarkov era l’autista della rappresentanza sovietica presso l’ONU. Fu al servizio di Chruščёv, quando questi si recò alla seduta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York nel 1960. L’autista piaceva a molti, per questo il capo della nona direzione del KGB, il generale Nikolaj Stepanovič Zacharov, trasferì Žarkov preso il GON[3]. Gli agenti di sicurezza arrestarono Il’in quando questo aveva ormai finito di sparare.

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La ZIL-111 coinvolta nel tentativo di attentato, al cui bordo sedevano gli astronauti.

Aleksej Leonov crede che i servizi segreti sapessero dell’imminente attentato alla vita del presidente, per questo l’auto di Leonid Brežnev lasciò passare avanti “la preda” con a bordo gli astronauti:

“Gli agenti della Čeka erano consapevoli che un uomo con due pistole era fuggito. Lo stavano cercando ma non lo avevano ancora trovato. Per questo cambiarono l’ordine d’ingresso delle vetture. Invece di aggiungere un’auto di agenti in giubbotti anti-proiettile, ci presero e ci lasciarono senza difesa…”.

In realtà la polizia lo sapeva che per la città vagava un ufficiale scappato dall’unità militare armato di due pistole. Ma a nessuno venne neanche in mente che questo ufficiale avesse concepito un atto terroristico contro il Segretario Generale. Proprio per questa ragione nessuno avvertì Brežnev che la sua automobile si sarebbe dovuta tenere lontana dalla testa della colonna. Quando il sottotenente Il’in iniziò a sparare, Brežnev infuriato disse al capo di guardia: “Che porcheria è mai questa! Una sparatoria al Cremlino!”

Ma le sue guardie non avevano ancora capito cosa era successo…

Si decise di non sottoporre a giudizio Il’in. I medici gli diagnosticarono la schizofrenia, anche se non è ancora chiaro come uno schizofrenico possa diventare un ufficiale nell’esercito. Per diciotto anni è stato tenuto in un ospedale psichiatrico di tipo chiuso a Kazan’ e due anni a Leningrado. Dopo 20 anni di trattamento curativo obbligatorio, nel 1990 fu rilasciato sotto decisione del Collegio Militare della Corte Suprema dell’URSS. Ottenne un monolocale a Leningrado e la pensione di invalidità. Poiché in precedenza non era stato formalmente espulso dall’esercito, il suo avvocato riuscì ad ottenere per lui il pagamento di un’indennità monetaria per 20 anni come pagamento per il congedo per malattia.

Dopo questa vicenda fu aumentato l’organico delle guardie del corpo dei membri del Politbjuró. Ma la condotta di Brežnev non cambiò, di questo bisogna dargli atto. Non divenne né pavido, né eccessivamente sospettoso. Non è difficile immaginare il destino “dello schizofrenico” Il’in, se egli avesse commesso un attentato alla vita di Stalin o di Chruščёv, ma anche su questo Brežnev rimase fedele alle sue parole: “Finché sarò vivo, non scorrerà sangue.”

Il caso di Taškent

Esiste ancora un altro caso dimostrativo di come Loenid Brežnev sia rimasto fedele alle sue parole.

Il 23 marzo 1982 Brežnev si trovava in Uzbekistan. In quel giorno era stata programmata una visita allo stabilimento dove erano in costruzione le navicelle spaziali “Buran”. Tuttavia, la mattina di quel giorno fu deciso che Brežnev non sarebbe più andato in visita alla fabbrica, in quanto non era stato allertato alcun servizio di sicurezza.

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Brežnev in visita a Taškent nel 1982.

D’un tratto Brežnev disse al Capo della Repubblica Uzbeka Rašidov:

– C’è tempo prima di pranzo. Abbiamo promesso di visitare lo stabilimento. La gente si è preparata all’incontro, si è riunita e ci aspetta. Non è corretto. Sorgeranno dei sospetti.. correranno delle voci.. Dai andiamo.

Rašidov rispose allegramente:

– Certamente, Leonid Il’ič.

Si intromise il capo della guardia del corpo di Brežnev, il generale Rjabenko:

– Leonid Il’ič, non è possibile recarsi allo stabilimento. La sicurezza è stata rimossa, ci vuole tempo per ristabilirla.

Brežnev rispose rigidamente:

– Ti do 15 minuti per ristabilire il servizio di guardia.

Ma già dopo 10 minuti era impaziente di partire:

– È tutto, andiamo. Lei ha avuto abbastanza tempo per preparare.

Il gruppo moscovita della Nona Direzione del KGB riuscì a raggiungere lo stabilimento, mentre gli agenti della Čeka uzbeki erano in ritardo. Presso la fabbrica fu annunciato attraverso la trasmissione radiofonica interna dell’arrivo del Segretario Generale. Tutti lasciarono il lavoro per recarsi ad incontrare Brežnev.

Nel reparto di montaggio i lavoratori, pur di vedere Brežnev, si arrampicavano sui ponteggi montati intorno alle navicelle in costruzione. Le guardie trattennero con difficoltà la folla. Ed ecco che improvvisamente una grande piattaforma in legno non resse e crollò sotto il peso delle persone e cadendo coprì Brežnev e Rašidov. Quattro ufficiali della guardia del corpo della Nona direzione del KGB sollevarono la pedana con un incredibile sforzo e la ressero, fino a quando le forze di sicurezza del posto non intervennero in aiuto. Se gli ufficiali non avessero potuto far questo, il Segretario Generale del Comitato Centrale del PCUS e il Primo Segretario del Partito Comunista Uzbeko sarebbero semplicemente rimasti schiacciati.

Nessuno morì, rimasero feriti sia Brežnev che Rašidov, ed alcune guardie. Brežnev fu ferito all’orecchio dallo spigolo di un cono metallico. Lo curarono, il medico preoccupato gli chiese:

– Leonid Il’ič come si sente? Riesce a camminare?

Brežnev si reggeva stabilmente in piedi, ma lamentava un dolore alla clavicola. L’incontro con i lavoratori fu cancellato. Fu condotto all’uscita attraverso la folla. Il capo della sicurezza Rjabenko si fece strada con una pistola in mano.

Brežnev non voleva andare all’ospedale. Fu, per questo, portato alla sua residenza, fu fatto stendere e gli furono effettuate alcune radiografie dalle quali si scoprì una frattura alla clavicola destra.

Seppur a letto Brežnev fu messo in contatto con Andropov a cui disse:

– Jura (diminutivo di Jurij, nome di Andropov, ndr.), qui alla fabbrica mi è successo un incidente. Ti chiedo solo una cosa, non far fuori nessuno, non punire nessuno, è stata colpa mia. Mi sono recato allo stabilimento incurante del pericolo, nonostante me lo avessero sconsigliato.

I medici provarono a convincere Brežnev a tornare immediatamente a Mosca, ma il giorno successivo gli sarebbe toccato tenere un discorso ad un evento solenne a Tashkent. Egli rimase, tenne il suo discorso. Fu un atto coraggioso per una persona anziana e molto malata. A moltissimi telespettatori che seguivano la trasmissione dalla capitale dell’Uzbekistan ed a molti abitanti di Tashkent presenti in sala sembrò che Brežnev prima del discorso avesse bevuto qualcosa, poiché era un po’ lento nel parlare. Soltanto i suoi accompagnatori sapevano che anche un leggero movimento della mano destra gli sarebbe costato forte dolore, per questo Brežnev dovette far uso di antidolorifici.

Dopo Taškent, Leonid Brežnev iniziò a spegnersi e prima della fine dell’anno, nella notte del 10 novembre 1982, presso la dacia statale “Zarec’e-6”, Brežnev volò all’altro mondo come in un sogno, in tranquillità e senza soffrire. Questo tipo di decesso è da sempre considerato il più felice.

Il referto medico dichiarò che Brežnev morì di insufficienza cardiaca: “Brežnev L.I., nato nel 1906, affetto da aterosclerosi all’aorta con lo sviluppo di un aneurisma della porzione addominale, aterosclerosi coronarica, ischemia del cuore e aritmie, cicatrizzazione del miocardio dopo gli infarti subiti. Tra le ore 8 e le ore 9 del 10 novembre 1982 fu colpito da un arresto cardiaco improvviso…”

Il paese non fu informato della morte di Brežnev, ma la gente lo aveva indovinato. Per tutti i canali radio veniva trasmessa triste musica classica, fu annullata la trasmissione televisiva del concerto dedicato al Giorno della Polizia.

Il 12 novembre il Plenum del Comitato Centrale si riunì nella Sala Sverdlovskij del Cremlino. Ad aprire la seduta fu Jurij Vladimirovič Andropov: “Il partito e il paese hanno subito una pesante perdita. La più grande figura politica, il nostro compagno e amico, un uomo dalla grande anima dedito agli affari è andato via..:”. In seguito la parola fu data a Černenko. A nome del Politbjuró propose di eleggere Jurij Vladimirovič Andropov a Segretario Generale. Nonostante il lutto, i membri del Comitato Centrale si alzarono e applaudirono il nuovo capo del paese.

Alle 12:30 tutti i partecipanti del plenum si recarono alla Sala delle Colonne della Casa dei Soviet per accompagnare la bara di Brežnev. I membri del Politbjuró con a capo Andropov apparvero per diversi minuti. Dissero alcune parole ai parenti del defunto e sparirono mentre Viktorija Petrovna Brežneva (la moglie di Brežnev ndr.) e Jurij Leonidovič Brežnev (il figlio di Brežnev ndr.) piangevano.

Il 15 novembre 1982 ebbero luogo i funerali. La cerimonia funebre fu aperta da Andropov. Brežnev fu sepolto presso le mura del Cremlino sotto il fragore degli spari d’artiglieria.

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J.L. Andropov (a sinistra) e K.U. Černenko (al centro) accompagnano la bara di Brežnev.

Secondo testimonianze furono i funerali più sfarzosi e pomposi dopo quelli di Stalin del marzo del 1953, alla presenza dei Capi di Stato e di Governo di oltre 35 paesi del mondo.

George Bush Sr., allora vicepresidente degli Stati Uniti, si recò ai funerali di Brežnev. Raccontò qualche tempo dopo:
– Ero nella tribuna degli ospiti e, avendo una visuale estremamente buona, vidi come, afflitta dal dolore, la vedova del defunto si avvicinò alla bara di Brežnev per l’ultimo addio. Lei la guardò, si chinò su di essa e poi, senza alcun’ombra di dubbio, fece il segno della croce sul corpo del marito. Rimasi sbalordito.

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I funerali di Brežnev, Mosca 15/11/1982.

Tutt’oggi il ricordo di Brežnev nella maggior parte delle persone dell’ex Unione Sovietica resta uno dei più radiosi, è percepito come un simbolo di tranquillità, affidabilità e stabilità. Secondo i sondaggi del centro di analisi “Levada-Center” (ONG russa che effettua ricerche sociologiche, ndr.), quasi un terzo dei russi considera gli anni 70’ sotto la guida di Leonid Brežnev da Segretario Generale del Comitato Centrale del PCUS come la migliore epoca nella storia del paese negli ultimi 100 anni. Il 29% dei cittadini ha votato per Brežnev. Quasi la stessa percentuale, il 32%, ha dichiarato che la miglior epoca della storia russa è la attuale, sotto la guida di Vladimir Putin. L’epoca di Stalin è stata votata da appena il 6% della popolazione, quella di Eltsin solo dall’1%.

[1]astronauta sovietico, è stato il primo essere umano a lasciare la sua capsula spaziale per rimanere sospeso liberamente nello spazio; (https://it.wikipedia.org/wiki/Aleksej_Archipovič_Leonov).

[2]ex cosmonauta e politica sovietica, prima donna nello spazio nel 1963; (https://it.wikipedia.org/wiki/Valentina_Tereškova).

[3]Гараж особого назначения – Garaž osobovo naznačenija, un’unità del KGB che si occupava degli spostamenti in macchina dei dirigenti dell’URSS e dei leader stranieri in visita.

 

Fonte: moiarussia.ru 17/02/2017 – di Andrej R., tradotto da Francesco Pellegrino

 

 

Innamorato della Russia, dei suoi colori e delle sue sfumature, interessato della sua politica, attratto dalla sua continua misteriosità, incuriosito dalla sua cultura, affascinato dalla sua lingua.

Francesco Pellegrino

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