Il culto del corpo

Come il culto del corpo traghetta lo sport dell’Unione Sovietica verso la rivoluzione sessuale.

Il “Moskovskij komsomolec” è il nome di uno dei giornali più popolari negli anni ‘80. A quel tempo aveva una tiratura altissima: decine di milioni di copie e pubblicava tutto quello che interessava ai giovani: hit parade, interviste a rocker e carrellate di combattenti occidentali. Inoltre, il “Moskovskij komsomolec” fu il primo ad organizzare un concorso di bellezza.

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Iscrizioni al concorso di bellezza “Moskovskaja Krasavica”, 1988.

La bellezza come nuova tendenza

Negli anni ‘80 in occidente vi era un vero e proprio culto del corpo e dell’aspetto esteriore. Nelle pettinature e nell’abbigliamento c’erano provocazione e aggressività. Muscoli molto in rilievo, sorrisi abbaglianti. In America ci fu il boom del silicone, ma nessuno confessava ancora le operazioni di chirurgia plastica. Già molto tempo prima della Perestrojka il culto del corpo aveva iniziato a penetrare in Unione Sovietica.

“Si trattava di un virus che proveniva dall’esterno, non è iniziato da noi. Era il desiderio di apparire. Soprattutto nei ragazzi, quando hanno conosciuto questo modo per gonfiare bicipiti e tricipiti per diventare come Schwarzenegger”, ha raccontato la campionessa olimpica di ginnastica sportiva e maestra benemerita dello sport dell’URSS, Lidija Ivanova.

“La questione della libertà del corpo, del body building e dei concorsi di bellezza era il risultato in qualche modo di quel desiderio sociale di libertà assoluta”, ha spiegato la giornalista Marina Parusnikova.

Nel 1988 le ragazze sovietiche già da tempo non desideravano più lavorare nel reparto di una fabbrica. Preferivano comprare sciocchezze per il concorso “Moskovskaja krasavica” (“La più bella di Mosca”, N.d.T.). Da quel momento in poi sugli schermi iniziarono a comparire spettacoli che solo tre anni prima sarebbero stati impensabili.

“L’entrata nella nostra vita di un concorso di bellezza proprio in quel momento era un segno molto chiaro. L’era della Perestrojka era appena iniziata e già nascevano tutti questi concorsi. Non era altro che un piccolo passo per un Paese in cui non esisteva il sesso, il fatto che una donna potesse comparire sulla scena in costume da bagno”, ha raccontato il regista e produttore Sergej Vinnikov.

Secondo Parusnikova, che era stata nominata direttore dell’Ufficio del primo concorso di bellezza dell’unione, la manifestazione non era nota solo ai cittadini dell’URSS, ma anche alla maggior parte dei giornalisti stranieri. Il mondo interpretava questi avvenimenti come un’apertura dell’Unione Sovietica.

Si svolgeva su scala moscovita ma tutto il Paese lo conosceva. 2.500 concorrenti, una trasmissione televisiva e i biglietti per la finale esauriti un mese prima della finale stessa.

“Quando mi hanno chiamato e chiesto di fare la conduttrice ho rifiutato categoricamente perché mi immaginavo tutte quelle ragazze giovani e già non mi consideravo più tale. Loro avevano circa 17 anni, io ne avevo 29. Proverò imbarazzo, saranno le più belle, pensavo. Mi hanno chiamato di nuovo e hanno iniziato a persuadermi. Allora ho pensato: io sono un’artista, devo essere all’altezza e d’altronde cosa ho da temere, sono io la conduttrice”, ha ricordato l’attrice e presentatrice Tat’jana Vedeneeva.

Formalmente era il Komsomol a condurre il concorso. E oltre alla sfilata in costume da bagno, le ragazze dovevano rispondere a alcune domande e dimostrare le proprie capacità intellettive.

Masha Kalinina, vincitrice della prima edizione del premio “Moskovskaja Krasavica” nel 1988.

“La vincitrice avrebbe vinto 1000 rubli. Mentre chi fosse arrivata tra le ultime sette, ne avrebbe ricevuti 500. In generale, la condizione fondamentale per i concorsi era l’assoluta mancanza di preparazione, anche se il concorso era molto importante. La seconda arrivata sarebbe stata pubblicizzata all’estero, mentre la prima avrebbe avuto la stessa risonanza del volo di Gagarin. Perciò dico sempre che Maša Kalinina (vincitrice del primo di quei concorsi – “MIR 24”) così come Gagarin resterà sempre nella memoria collettiva. Fu la nascita di un nuovo brand”, dice Parusnikova.

Anima ribelle, in corpore sano

“Sviluppa la musculatura, Dusja!”, era il motto dell’anno. “Muovi la sbarra, fai il bagno tra i ghiacci”, queste parole risuonarono per la prima volta nel programma “Utrennaja počta”, (“Posta mattutina”, N.d.T.), una delle trasmissioni dedicate al secondo concorso di bellezza “Moskovskaja krasavica” del 1989.

“Il gruppo musicale Ljube apparve per la prima volta in televisione con la canzone Dusja – agregat (“Dusja la macchina”, N.d.T.). Dovevo filmare le ragazze in una palestra. A quel tempo le palestre iniziavano ad essere di moda. Trovammo una cantina con degli attrezzi a Alušta e le ragazze in costume da bagno ondeggiarono sulle note della canzone Dusja – agregat con i bilancier. La canzone l’avevano trovata i miei redattori, non sapevamo nemmeno chi la cantasse”, racconta Vinnikov.

La “ginnastica atletica” nell’URSS, anni ’80

“Ginnastica atletica”, era questa la denominazione ufficiale nell’URSS dell’allenamento coi pesi. Nella vita quotidiana i ragazzi muscolosi erano solo dei fisicacci, mentre nelle sale di allenamento erano dei palestrati.

“Qualcuno andava all’estero, erano diventati adulti quei ragazzi, anche genitori, si trovavano all’estero e da là portavano giornali. Poi c’erano i film con Gojko Mitič, anche questo era interessante. Era il più importante culturista del tempo. Era la fine degli anni ‘70, inizio anni ‘80 e guardando i film di Gojko Mitič tutti volevano essere belli come lui”, ha spiegato il culturista, il direttore della sala di allenamento Aleksandr Sidorkin.

Il governo sosteneva che il body building non fosse cura della propria immagine, ma un’occupazione pericolosa per la società e che questi allenamenti sfiancanti non giovassero alla salute dei culturisti, ma servissero solo a raggiungere un ideale di bellezza fisica. E questo era senza senso. Nel 1973 una riunione del Comitato Statale per lo Sport decise di proibire il culturismo. I fisicacci furono relegati nelle cantine.

“Hanno deciso di riportare l’ordine. C’erano dei raid della polizia, del Komsomol, facevano controlli. In realtà tutte le case erano come dipartimenti, appartenevano sempre a qualche organizzazione. Prendersi la cantina a titolo privato non era possibile”, ha sottolineato Sidorkin.

Subcultura, palestre illegali.

“Eravamo più furbi. Cioè, da noi si faceva sollevamento pesi, ma alla base della pesistica c’era il club sportivo di body-building. Come dire, grazie a questo non siamo rimasti relegati in cantina, ma eravamo ufficiali e allo stesso tempo ci finanziava legalmente l’amministrazione di Kraskov, e la fabbrica dove lavoravamo”, ha raccontato il vice del direttore della sala di allenamento, Aleksandr Voroncov.

“A quel tempo prendevamo le cantine delle case, le pulivamo da soli e le facevamo diventare delle palestre. Avevamo tre modelli: Arnold Schwarzenegger, Bruce Lee e Stallone”, ha ricordato l’attore Ivan Ryžikov.

Il Commando dei Muscolosi, un Rambo scolpito, il Kickboxer scattante, questi erano gli eroi di quella generazione. Come gli attori che ricoprivano questi ruoli. Negli anni ‘80 in ogni cantina di allenamento c’era un’icona: Arnold Schwarzenegger, Silvester Stallone e Jean Claude Van Damm.

Jurij Vlasov e Arnold Schwarzenegger, Mosca 1988.

“Gli eroi sono cambiati. Se prima era Smoktunovskij, il principe Myskin, ora c’erano i film di successo commerciale. Capite, si doveva colpire sul muso come Stallone, distruggere l’universo, anche i nostri bambini hanno iniziato a giocare a questi giochi. Mi piaceva il fatto che fossero ragazzi forti, ma, capite, noi eravamo diversi, non eravamo Schwarzenegger. E infatti, sapete chi è stato il modello di Schwarzenegger? Jurij Vlasov. Ha preso esempio da lui. Ha visto Vlasov e ha iniziato a fare body building”, ha raccontato il campione olimpico nel 1964, a proposito di questa esplosione del combattimento, Maestro benemerito dello sport dell’URSS, Aleksandr Ivanickij.

Il campione olimpico Jurij Vlasov era un maestro benemerito, ma veniva dipinto secondo i canoni degli artisti holliwoodiani. Raggiungerli era difficile, e questi quadri ingannatori alle pareti, inconsciamente, attiravano clienti. Così come l’attrezzatura di buona qualità, spesso fatta artigianalmente.

“Il ferro era abbastanza caro, i pesi e i manubri. Perciò, sempre più spesso venivano fusi, praticamente non esistevano in serie. Ma qua e là si trovava un po’ di ferro e piano piano si iniziava ad allenarsi. Facevamo da soli le gabbie e le sbarre, in qualche modo. Anche nelle fabbriche dove lavoravano i genitori di qualcuno di noi, o lo zio o il nonno. Chiedevamo il permesso, poi andavamo e tornivamo i pesi, compravamo una bottiglietta di Belen’jaja (marca di vodka, N.d.T.), la mettevano sul tavolo e noi ragazzi facevamo i pesi”, ricorda Sidorkin.

I proprietari delle palestre in cantina investivano nel loro business e guadagnavano anche bene.

“D’altronde potevano esistere solo su base economica. In fondo, qualcuno doveva andare a raccogliere questo ferro, doveva tenere questi posti e crearli. E se erano nelle cantine, diciamo, lo facevano soltanto per la causa perché tutto questo lavoro cooperativo e il business corporativo iniziava appena a nascere”, ha sottolineato Vinnikov.

Lo sport come subcultura

Dopo la Perestrojka le palestre per gli allenamenti hanno iniziato a respirare liberamente. Nel 1986 a Ljubercy si svolse il primo campionato ufficiale di culturismo. Rimase solo una difficoltà: sdoganare l’alimentazione sportiva.

“Ci siamo ispirati al mondo dell’infanzia, al settore dell’alimentazione per bambini: “Malyš” (“piccolino”, N.d.T.) e “Maljutka” (“piccino”, N.d.T.). “Malyš” era la sostanza grassa per chi voleva mettere su massa, “Malyš” era il concentrato proteico per asciugare il fisico. Qui vicino c’è l’azienda statale “Petrovskij”. I maiali venivano sempre nutriti con le proprie proteine. E noi prendevamo da lì dei sacchetti di proteine per un totale di circa 25 chili, e poi ce lo dividevamo qui. Ovviamente il gusto era spiacevole, ma non importava. Era difficile fermare tutto questo con la frusta. Bevevamo, ok, crescevamo, tutto apposto”, ha raccontato Sidorkin.

Negli anni ‘80 si facevano i muscoli non solo per battere dei record sportivi. Un corpo ben scolpito e tonico indicava uno stato sociale particolare, era un segno di potere: sulle menti, sui portafogli e ora anche sui borghesi.

“Da dove sono nati i Ljuberi? (movimento della subcultura nato negli anni ‘70 nella città di Ljuberzi, Oblast’ di Mosca, N.d.T.). Proprio in queste palestre in cantina. Le conoscevo molto bene. Moltissimi abitanti di Ljubercy ne erano a conoscenza. Persino quando una volta abbiamo marciato in 50 in kimono per il Primo Maggio percorrendo Ljubercy da capo a fondo, questi culturisti ci battevano le mani. Così come noi a loro”, ha ricordato l’attore, stuntman e ideatore di coreografie, presidente di Krav Maga e di karate tradizionale della Repubblica Russa, Tadeuš Kas’janov.

I Ljuberi dimostravano la propria forza alle gare non ufficiali della capitale, per le quali era comunque importante avere un aspetto inusuale. Picchiare un hippy arruffato o un punk con la giacca chiodata era considerato patriottico da alcuni ragazzi grossi. Tutto questo faceva vacillare la reputazione delle palestre ma non ne diminuiva la popolarità.

Il film I pirati del XX secolo, è stato un grande successo degli anni ‘80. È stato girato nello studio cinematografico Gor’kij per contrastare la crisi della distribuzione dei film sovietici. Così comparve il primo combattente in Unione Sovietica, e sugli schermi penetrò il karate.

“Se tra i film sovietici più famosi prendiamo quelli che saranno eterni I pirati del XX secolo è certamente uno di questi. L’avrò visto 7 volte, andavo a elemosinare da mia madre 20 copechi. Ci andavo in compagnia degli amici e guardavamo questo film incredibile”, racconta l’attore, artista benemerito russo Anatolij Belyj.

L’attore del Kirghizistan Talgat Nigmatulin dopo questo film è diventato una stella del karate tra i giovani sovietici. Anche se fuori dalla scena non sapeva combattere. Il vero professionista era Tadeuš Kas’janov, che faceva la parte del nostromo

A sinistra Talgat Nigmatulin a destra Tadeuš Kas’janov entrambi nel film “I pirati del XX secolo”.

“Ci stavamo allenando quando, all’improvviso arrivano due uomini: Boris Dorov e Govoruchin Stanislav. Mi dicono: “Ci piace il tuo viso, è molto fotogenico! Devi interpretare il ruolo di un professionista, di un nostromo della marina che si è imbarcato su una nave commerciale. Guarda queste lotte. Ne abbiamo fatte così tante”. Molti in seguito ci hanno raccontato che hanno iniziato a praticare il karate grazie a questo film. Ha reso molto popolare la nostra scuola”, spiega Kas’janov.

Verso l’inizio degli anni ‘80 sei milioni di cittadini sovietici praticavano ufficialmente il karate. I film hanno contribuito ad accrescerne la popolarità.

“Abbiamo fondato una federazione di karate, e io sono diventato presidente. Nel film Ne bojsja, ja s toboj (“Non temere, sono con te”, N.d.T.), il mio film più noto, per evitare di girare scene finte ci siamo allenati con tutta la nostra squadra di karate. Per filmare le lotte non sono venuti degli stuntman, abbiamo fatto tutto noi”, ha raccontato il regista, conduttore televisivo e personalità artistica russa, Jurij Gusman.

Dal 1982 le arti marziali orientali sono diventate un grosso tabù. Al punto da disperdere gli allenamenti nelle cantine e arrestare gli istruttori. Il potere temeva che nel Paese nascesse una generazione di teppisti troppo bravi a combattere.

“Uscì un bellissimo articolo di Dmitrij Ivanovič Ivanov per il giornale “Sovetskij Sport” (“Lo sport sovietico”, N.d.T.), con una lettera del direttore del dipartimento intitolata “Attenti, karateka!!!”. Parlava delle persone che non possedevano nulla, ma rubavano per andare in palestra. Era una profanazione”, ricorda Kasjanov.

Il potere non ce l’aveva con chi si allenava ma con i guadagni illegali. Le sessioni nelle palestre in cantina erano a pagamento, potevano costare fino a 10 rubli al mese a persona. Significava niente tasse nel portafogli dello stato. Per far finire questi allenamenti hanno iniziato a chiamare il karate ginnastica salutare.

“Anche noi in qualche modo facevamo una ginnastica salutare. Ci siamo tolti il kimono. Ed ecco un movimento salutare era muovere la mano avanti, portare la mano alla mandibola, movimento salutare era quello circolare della gamba verso l’orecchio. Tutto era fatto in maniera molto seria. Solo che si chiamava così”, ha spiegato il presentatore, candidato alle scienze biologiche Ivan Zatevachin.

L’aerobica, ovvero l’epoca del sex simbol

Leggings a righe alle gambe e una fascia colorata in testa. Ovviamente un costume attillato. Movimenti energici, sorrisi enormi, quasi americani. D’altronde era venuta da là la moda dell’aerobica.

In Urss la chiamavano ginnastica ritmica ed era arrivata sugli schermi nel 1984 con un programma dedicato. Non esistevano ancora istruttori professionali di fitness, così al loro posto c’erano attrici famose, ballerine e sportivi.

“Mi è stata data questa opportunità, e io questo onore non l’ho apprezzato affatto, perché consideravo quello che facevo nel programma solo un’esperienza di passaggio. Si è svolto tutto molto rapidamente, mi hanno presa subito. Mi hanno portata in un atelier sulla Pjatnickaja, che allora era l’unico atelier sportivo di Mosca, e mi hanno cucito questo costume e questi leggings”, ha raccontato l’attrice, drammaturga, regista e commentatrice sportiva Elena Skorochodova.

La TV ha reso il fenomeno della cura fisica un fenomeno di massa a tutti gli effetti. In poco tempo ogni Casa della cultura e ogni ŽĖK (“Žiliščno-ėkspluatacionnaja kontora”, organo per i servizi territoriali istituito in Urss e esistito fino al 2005, N.d.T.) hanno avuto il suo gruppo di aerobica.

Skorochodova sottolinea che il sistema era stato sviluppato da teorici professionisti dello sport. Tuttavia bisognava rendere l’aerobica non soltanto sportiva, ma anche bella.

Jane Fonda, attrice, star dell’aerobica, anni ’80.

La più grande star mondiale dell’aerobica è stata l’attrice Jane Fonda. Al tramonto della sua carriera principale, di colpo è diventata un’icona per tutte le donne pazze per l’aspetto fisico. Dallo schermo, questa famosa bellezza prometteva che il suo sistema di allenamento avrebbe portato a conquistare un corpo ideale come il suo.

Curando il corpo se ne metteva automaticamente in risalto la sessualità. Negli anno ‘80 sovietici questa parola non era ancora di uso comunque. Ma il concetto suscitava interesse.

Una provocante posizione di aerobica.

“Mi dicevano qualcosa, tipo che nel mio sguardo c’era una sfumatura sessuale. Io non capivo di che cosa parlassero. E in generale non capivo che cosa vedessero tutti nei miei movimenti”, ha raccontato la Skorochodova.

Il corpo ideale e attraente, una volta diventato un fine in se stesso, ha presto perso il proprio valore. Sul piano interiore. Su quello materiale, invece, il corpo iniziò ad avere un suo prezzo. Di questo prezzo si parlava già negli anni ‘80. Dal sottosuolo iniziarono ad uscire le prostitute.

“Si sa, in quel tempo le ragazze hanno iniziato a rispondere così, quando chiedevo: “Che cosa vuoi fare da grande?”, dicevano “Le prostitute!” Sì, era così”, ha raccontato Skorochodova.

I cittadini sovietici hanno reagito in modi diversi al culto del corpo. Qualcuno correva dietro ai muscoli come un pazzo, altri usavano questa nuova moda per pompare la propria volontà e sopportare meglio la nuova era.

Lo sport e la cultura del corpo negli anni ’20, Unione Sovietica.

Una volta lo sport in Unione Sovietica era una questione popolare. Esisteva persino il concetto: lo sport di massa. Alla fine degli anni ‘80, invece, la cura per il corpo è diventata una passione individuale.

Il karate e l’aerobica venivano praticati durante delle sessioni, il sollevamento pesi in delle normali palestre, ma per se stessi, per l’aspetto esteriore e per la resistenza. Per mostrarsi fighi e alla moda. E per stabilire nuovi record, che non avevano niente a che fare con quelli sportivi. Ma erano già altri tempi.

FONTE: Mir24tv 13/02/2018 – di Alan Kaciev, Traduzione di Marta Natalini

Sono nata a Recanati. Mi sono laureata in Lingua e letteratura russa all’Università di Macerata. Ho trascorso un periodo a San Pietroburgo e ho vissuto a Lipsia. Con la lingua russa è stato “amore al primo suono”. Da allora grazie ai viaggi e alla letteratura, alla musica e a fortunati incontri ho continuato ad osservare e seguire la Russia, con le sue contraddizioni e il suo fascino. Partecipare a questo progetto significa per me avvicinarla sempre un po’ di più, parola dopo parola. Nella vita insegno, traduco e scrivo canzoni.

Marta Natalini

Sono nata a Recanati. Mi sono laureata in Lingua e letteratura russa all'Università di Macerata. Ho trascorso un periodo a San Pietroburgo e ho vissuto a Lipsia. Con la lingua russa è stato "amore al primo suono". Da allora grazie ai viaggi e alla letteratura, alla musica e a fortunati incontri ho continuato ad osservare e seguire la Russia, con le sue contraddizioni e il suo fascino. Partecipare a questo progetto significa per me avvicinarla sempre un po' di più, parola dopo parola. Nella vita insegno, traduco e scrivo canzoni.