Farit Gubaev: In memoria di Saša Lapin

Il 25 Ottobre 2012 si spegneva il fotografo, professore e maestro della fotografia russa Aleksandr Lapin. Farit Gubaev racconta i primi incontri con il maestro, l’atmosfera che regnava a casa di Lapin negli anni 70 e 80, e perché, a detta dell’autore dell’articolo, Saša era veramente un uomo felice.

Saša Lapin. È difficile credere che non è più qui accanto a me, che non scruterò più nei suoi occhi perspicaci e non sentirò più la sua voce calma e suadente.

L’ultima volta ci siamo visti a Mosca, alla presentazione della mostra al centro di fotografia documentaria. Era il 29 Aprile del 2011. Nella sala quasi vuota intravidi la sua figura sola. Camminava senza fretta lungo il muro delle fotografie. Decisi di avvicinarmi. Ci abbracciammo е salutammo. Per qualche motivo mi ricordai che quello era il nostro primo incontro degli ultimi dieci anni.

Di sicuro venti anni fa ci frequentavamo molto di più. Il primo incontro, di cui adesso non ricordo dettagli e circostanze, avvenne verso la fine degli anni ’70.

Durante quegli anni, ogniqualvolta mi trovavo a Mosca, cercavo immancabilmente di andare a trovarlo o comunque di parlarci al telefono. Il cognome “Lapin” era per me una specie di password, la cui conoscenza permetteva di scoprire nuovi orizzonti nel mondo della fotografia. Ed è veramente così. D’altronde dove altro si poteva sapere qualcosa di nuovo, leggere riviste, sfogliare fotoalbum e ascoltare il parere e i commenti di Saša, e non solo riguardanti i suoi lavori.

Ricordo molto bene quell’atmosfera speciale di benevolenza e calma che regnava sempre nell’appartamento di Lapin a Puškinskaja. Soltanto adesso, a distanza di un decennio, riconosco il vero valore di quegli incontri e frequentazioni con Saša.

Era sorprendente rivolgermi a lui sempre chiamandolo per nome, benché sapessi che oltre ad essere più grande di me, era anche una persona autorevole tra noi fotografi.

Nelle relazioni con lui, si è sempre avuta l’impressione di affabilità e semplicità. Non c’era traccia della boria moscovita ben nota a noi provinciali.

Saša Lapin viveva nel pieno centro di Mosca, e, arrivando nella capitale, per noi numerosi fratelli fotografi di tutta l’Unione Sovietica, era molto facile trovare la sua casa. Certamente capisco bene le scocciature dell’ospitale padrone di casa: decine di volte al giorno aprire la porta di casa e preparare tè nero o verde senza limiti, … penso che persino per alcuni apparati di sicurezza non fosse facile sorvegliare un tale flusso di gente diversa. In quegli anni spesso andavo a trovare anche Volodia Semina. Allora viveva non molto lontano da Lapin.

Vecchio! – mi disse amichevolmente Semin quando ci incontrammo – gira la notizia che oggi da Lapin ci sono dei Francesi dа qualche galleria. Dobbiamo esserci per forza…” Con un po’ di titubanza provai a dissuadere Volodia: “Ma Saša ci ha invitato?”. Semin fu categorico: “Dobbiamo esserci!” e noi andammo pieni di dubbi e insicurezze. A lungo suonammo alla tanto agognata porta. Vedemmo lo sguardo perplesso di Lapin. Rassegnato sospirò, е accennando un sorriso ci invitò ad entrare.

“čelovek s gazetoj” – L’uomo con il giornale, 1983

Alle nostre visite inaspettate Saša era abituato. Nel suо piccolo appartamento si trovava sempre una sedia in più per gli ospiti non invitati.

Vivendo nel centro di Mosca, Lapin era sempre al centro della vita fotografica moscovita, russa e internazionale. I suoi visitatori erano molti: provinciali, moscoviti e celebrità di fama mondiale, ma non tutti e non sempre diventavano ospiti abituali. Nonostante tutta la sua disponibilità, Saša poteva anche essere duro e di carattere. Ma questo accadeva raramente. Molto più spesso, i visitatori cadevano nell’incantesimo del colto е altrettanto imperturbabile padrone di casa. Non ricordo che parlasse ad alta voce o fosse scontento di qualcosa. Era sempre affabile e mite. Durante le nostre frequentazioni con sua maestà Fotografia, a casa si creava una specie di devoto silenzio. Sembrava che qualsiasi rumore potesse dileguare un non so che di irreale che regnava nell’aria. Lui parlava poco, ma sempre con precisione. Il suo parlare ricordava una specie di Iceberg: una piccola quantità di parole in superficie, e una molto più grossa nascosta sotto il livello dell’acqua. Lе suе conoscenze dell’arte della fotografia erano immense, ma Lapin non cercava di riversare sull’interlocutore tutto e subito. Come un vero saggio conosceva benissimo il valore della concisione. Lapin non era neppure generoso di complimenti. Spesso con garbo parlava delle imperfezioni di questa e quella fotografia. Molti, non comprendendo una tale avarizia nel dispensare complimenti si offendevano.

 

“Dvor” – Il cortile, 1980

Alla metà degli anni 80 Saša organizzò la mostra dei lavori del nostro gruppo di kazan “Tasma” presso il fotoclub dell’Università statale di Mosca. C’era molta gente e l’incontro fu acceso e pieno di emozioni. Cosa non sentimmo in quell’occasione sul nostro conto…e Lapin come un vero diplomatico condusse l’incontro verso un finale pacifico e trovò per ognuno di noi le parole adatte. La sua saggia tranquillità, la calma nei gesti e nel modo di parlare spesso scoraggiavano l’impeto degli interlocutori. Qualche volta era persino difficile capire se scherzava o parlava seriamente – aveva un senso dell’humor semplicemente straordinario. L’aspetto esteriore di questo benevolo guru era talvolta molto ingannevole. Da lui andavano per ottenere “ricette” facili su come diventare famosi in una settimana di corso estensivo e allo stesso tempo non essere meno dello stesso Bresson. In risposta ricevevano un categorico e fermo NO! Ed era difficile credere che Lapin non possedesse egli stesso quei segreti. Si e i suoi libri oh.. com’erano insidiosi e seducenti.. la delusione degli oppositori era comprensibile. Ricordo gli accesi dibattiti che nascevano sul sito “Fotografer” a proposito del suo libro “Fotografija kak..” Una tale eloquenza a tratti piena d’astio e cafonaggine non si vedeva da tanto tempo.

“Malčiki” – Ragazzini, 1984

Una cosa posso dire con certezza: Saša Lapin era una persona felice e visse in armonia con se stesso. Le sue fotografie, gli studenti, la scuola e i suoi libri erano ieri, sono oggi e sono sicuro che saranno vivi anche domani. La vera saggezza umana non scompare semplicemente così.

Nonostante frequentassi spesso Lapin, non l’ho fotografato neppure una volta. Si, lui non amava farsi fotografare. Ad aprile dello scorso anno, durante il nostro ultimo incontro qualcosa mi spinse ad alzare la macchina fotografica e fare qualche scatto di nascosto.

Fonte: journal.foto.ua, 29 Ottobre 2012 – di Farit Gubaev, Traduzione di Luigi Lupo

 

 

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Luigi Lupo

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