C’è bisogno del femminismo in Russia?

Ieri è stato diffuso sui social network un testo di Katja Romanovskaja, una metà del progetto “Perzident Roissi” (un progetto all’interno del microblog “KermlinRussia”, che rappresenta una parodia del microblog ufficiale “KremlinRussia” del Presidente Russo Medvedev, NdT) sulla condizione femminile nel nostro Paese. La colonna intitolata “Oggettivazione dei diritti” afferma che in Russia “la situazione è negativa in merito ai diritti umani, a eccezione dei diritti delle donne” e che “il femminismo qui non è così necessario”.

Per argomentare quest’affermazione Katja Romanovskaja fa riferimento sia ai diritti che il governo sovietico ha dato alle donne, sia alla mancanza di discriminazione di genere negli affari e alla naturalezza dell’oggettivazione da parte di entrambi i sessi.

Un’altra idea della colonna è l’affermazione che la violenza sessuale dev’essere trattata non come violenza sulle donne, ma come violenza sulle persone, e anche che gli insulti all’indirizzo delle donne sono parte di una cultura di maleducazione domestica che si rivolge a tutti, non una forma di discriminazione di genere. Al momento la colonna ha raccolto 1380 Mi piace e 356 condivisioni, compresi quelli dei leader dell’opinione pubblica. Alle nostre domande la blogger Tat’jana Nikonova risponde che le femministe sono impegnate in problemi fittizi e che in Russia le donne si trovano in una situazione di pari opportunità con gli uomini.

La storia del femminismo russo è un tema per una più ponderata indagine che deve essere ancora trasmessa a un vasto pubblico. Questo è fondamentale, perché la situazione dei diritti delle donne da noi è estremamente particolare e il pubblico ha bisogno di spiegazioni. Si è arrivati al punto che persino chi sfrutta attivamente le conquiste delle femministe sovietiche ritiene che il femminismo non sia più necessario in Russia, perché la situazione dei diritti dell’uomo nel Paese non è rosea, mentre quella dei diritti della donna, amica dell’uomo, non presenta problemi. Questi argomenti si basano principalmente sul quadro giuridico, nel quale in effetti tutto va più o meno bene, salvo che l’effettivo stato delle cose è diverso. In Russia, per il momento teoricamente (finora), si discute di leggi come il ritiro dell’aborto dal sistema dell’OMS o il divieto di fumare per le donne sotto i 40 anni, e nessuno dopo queste proposte viene scacciato via dal trono del legislatore, né esse vengono accompagnate da clamore sulla stampa o da freni a una seria attività pubblica. Inoltre, improvvisamente si scopre che la visione dell’attuale agenda femminile coincide largamente per i rappresentanti sia degli strati ortodossi, sia di quelli progressisti, il che esprime chiaramente la gravità del problema e la necessità di ulteriori discussioni pubbliche.

Ad esempio, i rappresentanti del Patriarcato di Mosca di recente si sono bruscamente opposti al termine “violenza familiare” con l’obbligo di non inserirlo in una categoria diversa da quella dei crimini contro l’individuo. Ha un’opinione analoga più di un rappresentante dell’ambiente liberale di Mosca, che definisce i violentatori una classe distinta di soggetti aggressivi e maleducati in cui chiunque può imbattersi. Il fatto che una parte di questi immaginari gopniki (termine usato per indicare individui rozzi e mezzi criminali, NdT) viva tra noi e venga derisa quasi esclusivamente da mogli e fidanzate non viene preso in considerazione, e in questo modo il tema della violenza familiare diventa semplicemente un tema familiare. Al suo interno viene discusso il coma della moglie di un noto attore e le lamentele della fidanzata di un blogger-viaggiatore, lo smembramento della famiglia di un ristoratore e lo stupro da parte di un artista contemporaneo, ma nemmeno a uno su due viene imputato un atto criminale, poiché senza una definizione dei criteri di violenza familiare resta solo la famiglia, e la violenza si dissolve in una nebbia semantica.

Sì, la violenza è sempre violenza, ma le condizioni in cui appare sono molto varie, e la loro comprensione è la chiave per la ricerca di una soluzione al problema.

Per questo sono stati sconfitti il nonnismo nell’esercito in primo luogo, le bande di adolescenti in secondo luogo, e l’aggressione ai membri più deboli e spesso subalterni della famiglia in terzo luogo. Oppure non sono stati sconfitti affatto, perché se non ci sono termini per un fenomeno, non c’è neanche la sua descrizione né la derivazione di caratteristiche distintive. Tutto ciò ricorda con forza l’aneddoto su Vovočka, il quale si sorprendeva che ci fosse un culo, ma non ci fosse la parola. Quindi, il culo non scomparirà da nessuna parte, anche se non gli si da un nome, ma si smetterà di produrre per esso carta igienica a quattro strati con i cagnolini, e si useranno i giornali. È comprensibile perché i circoli religiosi debbano praticare la penitenza e la mortificazione della carne, ma il pubblico laico dovrebbe almeno pentirsi del proprio sedere.

Viene inoltre sostenuta l’idea incredibile di donne a cui, ancora sotto l’autorità sovietica, sono stati dati il diritto e l’opportunità di lavorare e di fare carriera. È facile immaginare come quest’idea sia espressa da una donna, il membro della Federazione del Consiglio Valentina Petrenko, ma è strano vederla nella colonna di Oleg Kašin (scrittore e giornalista russo noto per i suoi articoli politici, NdT). L’errore logico sta nel fatto che per più di 70 anni nel nostro Paese era quasi impossibile non lavorare: l’attività lavorativa non era un diritto, ma un dovere universale. La legge sul parassitismo fu abolita solo nel 1991, e fino ad allora qualsiasi disoccupato doveva rientrare in uno degli articoli fino al 209° codice penale della RSFSR (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, NdT).

Tuttavia, se gli uomini potevano essere dispensati dalle attività professionali, le donne continuavano a sgobbare sia a casa, sia sul lavoro. Per esempio, nel 1980 le donne svolgevano i lavori domestici circa tre volte di più degli uomini. Le madri di bambini minorenni passavano un totale di circa 36 ore a settimana con i figli, contro le 13,5 degli uomini: praticamente un’altra settimana lavorativa. Oggi esiste una marata tendenza alla riduzione della perdita di tempo, ma le donne perdono ancora il doppio delle ore rispetto agli uomini, mentre i posti di lavoro vellutati, dove dalle 9 alle 18 si poteva bere il tè, non esistono più da tempo. Ciononostante è apparso un altro aspetto del lavoro: l’infinita lucidatura dell’aspetto, altrimenti non si è vere donne .

Cioè, sia il pubblico liberale, sia gli uomini di Stato che predicano un passo indietro nella famiglia, definiscono seriamente una conquista femminista la doppia settimana lavorativa forzatamente imposta al genere. E, di conseguenza, appare il desiderio di non ammazzarsi a tal punto: il desiderio di rifiutare i diritti e infischiarsene delle conquiste del passato. Ne consegue che o sei una bestia da soma, che non ha bisogno del femminismo perché tutto è già lì, o un’antifemminista, assetata di omaggi sotto forma di lavoro non superiore a quello degli uomini. Ciò che la donna stessa pensa di questo, non le viene chiesto da quasi cento anni.

Perché le donne in Russia sopportano questa situazione, che cosa ci distingue dalle sorelle occidentali che si conquistano diritti su diritti?

C’è il detto comune secondo cui la donna in Occidente è stata liberata dalla lavatrice e dalla pillola contraccettiva. Così la donna in Russia è stata asservita dal libretto del lavoro e dalla Prima Guerra Mondiale. Nel 1945, le donne tra i 20 e i 29 anni (potenziali spose) nel Paese erano il doppio degli uomini. Le donne sono abituate al fatto che per un uccello raro – l’uomo – bisogna combattere, e il lavoro femminile non significa nulla. Le donne hanno rifiutato di apprezzare l’esperienza femminile e hanno smesso di ascoltarsi reciprocamente. Le donne si sono assunte la responsabilità di tutto: la casa, il budget familiare e il comportamento maschile, e questo continua fino ad ora, anche se intorno le cose sono cambiate.

Le donne stesse sostengono la misoginia, e nel meraviglioso mondo nuovo, la responsabilità di tutto è affidata a noi. La gonna è corta? La prostituta sferica nel vuoto, che non ha clienti uomini, è di per sé una cattiva ragazza. Ti picchiano? Impara a capire le persone e a evitare quelle spiacevoli, che non si sanno controllare, sebbene siano riuscite in qualche modo a ottenere la patente di guida e il passaporto valido per l’espatrio. Vedono in te solo un oggetto sessuale? Il diritto a essere riconosciuti come persone va guadagnato, a meno che, ovviamente, tu non sia un uomo. Vuoi acquisire ulteriori diritti per te stessa e le altre donne? Anche questa è discriminazione.

Sebbene attendiate, il femminismo combatte non per un per un particolare atteggiamento verso le donne, ma per la parità di diritti per tutti, uomini e donne, ed è proprio per questo che ne abbiamo tanto bisogno. Come ogni movimento nell’ambito della lotta per i diritti umani, il femminismo richiede uguaglianza, nonostante l’infinita quantità di differenze tra le persone. È fondamentale conoscere e rispettare queste differenze per comprendere le esigenze dei diversi gruppi di persone, ma esse non influenzano in alcun modo i diritti. Tutti i bambini devono ricevere un’istruzione secondaria, un uomo deve avere diritti pari alle donne nella custodia dei figli, una donna deve avere la possibilità di guadagnare tanto quanto viene offerto a uno specialista nel suo campo, senza specificare il sesso. Certo, se non si vuole tutto ciò, allora non abbiamo bisogno del femminismo, ma in questo caso non vale la pena fingere di essere il Paese del femminismo vittorioso.

 

Fonte wonderzine.com – Articolo di Tat’jana Nikonova, tradotto da Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.

Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.