Intervista a Claudia Zonghetti

Claudia Zonghetti nasce a Fano, nelle Marche, dopo il liceo a Urbino si trasferisce a Venezia, a Ca’ Foscari, dove studia con Vittorio Strada e Julia Dobrovolskaja.

Da una ventina d’anni traduce dal russo autori classici e contemporanei. Oltre a Michail Bulgakov, Vasilij Grossman e Lev Tolstoj, ha dato voce italiana ad Anna Politkovskaja, Pavel Florenskij, Varlam Šalamov, Nikolaj Gogol’, Gajto Gazdanov, Guzel’ Jachina, Roman Senčin e molti altri.

– Ci racconta come si è avvicinata al mondo russo? Cosa l’ha spinta a studiare questa lingua così affascinante e tremendamente difficile?

Mi è già capitato di raccontarlo, ma sono felice di ripeterlo. Come tradizione vuole che abbiano fatto tutti gli scrittori russi moderni, anche io sono uscita dal Cappotto di Gogol’. In seconda liceo (linguistico), un insegnante di greco del classico, il professor Pelagaggia, venne a sostituire un collega, si sedette, cavò un libro dalla borsa e attaccò a leggere. Era il Cappotto. Ne rimasi stregata. Quello stesso pomeriggio ero già in biblioteca, alla Federiciana di Fano, a dare l’assalto agli schedari. Quando poi, in quinta, si trattò di decidere cosa fare e come proseguire, non avevo più dubbi. Sapevo che Vittorio Strada insegnava a Venezia, feci la valigia e partii.

– Quando ha capito che voleva fare la traduttrice e quali sono stati i suoi primi passi nel mondo della traduzione?

Le lingue, i codici sono sempre stati la mia passione. Sin da piccola, appassionata di archeologia, mi ero inventata il “mio” sumero (e una serie di altri alfabeti più o meno pittoreschi). Poi, leggendo la biografia di Schliemann scoprii che conosceva diciassette lingue e decisi di iniziare da quelle. E a quelle mi sono fermata. Quanto alla traduzione… La “colpa” (inconsapevole) è di un altro insegnante. Al liceo ho avuto per due anni un professore di francese bravissimo, Ostelio Remi. Bilingue, molto severo, ma estremamente coinvolgente. Di solito le nostre traduzioni ed esercitazioni erano tutte verso il francese. Un giorno, di sorpresa, ci fece fare un compito in classe inverso (dovrei dire verifica, ma non era così che si diceva, allora!), dal francese all’italiano. Me lo ricordo ancora: era un brano di Flaubert, la prima pagina di Salammbô. In classe eravamo entusiasti di quella verifica così FACILE! Perché, credevamo (poveri illusi!), quanto ci poteva volere a tradurre DAL francese IN italiano? Fu l’unico sei della mia altrimenti onorata carriera liceale. Da quel giorno è stata una sfida continua, e un continuo accumulo di consapevolezza, di letture, di strumenti. Poi è arrivata lei, Julia Dobrovolskaja, lei e la sua “bottega” quotidiana: snervante, ricchissima, forgiante. Una scuola per la quale non riesco a trovare un aggettivo adatto, ma senza la quale non potrei sentire la terra sotto i piedi, in questo mestiere. A coronamento di tutto, ho anche avuto la fortuna di partecipare alla prima Scuola di Traduzione Letteraria italiana, la SETL di Magda Olivetti, a Torino. Il primo esempio di quanto adesso è consuetudine: un corso ricchissimo in cui, oltre alle ore di traduzione tout court, avevamo Giuseppe Pontiggia e Valerio Magrelli a mostrarci le mille vie dell’italiano…

– Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano nel tradurre la letteratura russa contemporanea in italiano?

Ogni singolo autore ha le sue complessità, dunque non parlerei di difficoltà generiche. Al netto di eventuali astrusità sintattiche o lessicali, l’ostilità maggiore si incontra con i cosiddetti culturemi, o realia – parole, locuzioni, situazioni esclusive della realtà russa (e soprattutto sovietica) difficilmente traducibili, ma che spesso sono pennellate imprescindibili della narrazione. Un esempio. Immaginiamoci una situazione come questa, esasperata, se volete, ma neanche troppo improbabile: il ponjatoj entrò nella kommunalka con la papirosa in una mano e l’avos’ka in un’altra. Quattro culturemi in una riga. Che si fa? Qualcosa si è costretti a sacrificare per forza, o la frase diventerà uno scioglilingua. Dunque, a seconda del contesto, si sceglierà cosa lasciare e cosa “addomesticare”. Certo, la speranza è che pian piano, con l’aumentare della dimestichezza dei lettori con la narrativa russa, i realia assimilati aumentino, e che ai già familiari versta, tarantas, perestrojka, kaša, mužik, samovar se ne possano aggiungere di sempre nuovi, così da preservare le specificità del testo e della realtà sena bisogno di note o di sacrifici.

– Vorremmo soffermarci su una delle sue ultime traduzioni. Lei ha tradotto per Fazi Editore il romanzo L’ultimo degli Eltyšev di Roman Senčin. Ci racconta come è nato questo progetto? Si sente di consigliare questo libro ai lettori italiani?

Non ho alcun merito quanto alla scelta dell’autore. È stato l’editore ad acquisire i diritti del romanzo e a propormene, poi, la traduzione. Che ho accettato con entusiasmo: venivo da tutt’altra epoca e da tutt’altro autore, e avevo molta voglia di qualcosa di diverso. Senčin lo conoscevo per altre sue opere (che spero potranno essere tradotte in futuro), ma non avevo letto L’ultimo degli Eltyšev, che è stata una rivelazione. Desolante, agghiacciante, ma una rivelazione. Da leggere per capire un altro aspetto – il più disperatamente vero – della Russia degli ultimi due decenni. Ne ho scritto diffusamente qui, per chi volesse approfondire. Ma non posso che consigliare, soprattutto, la lettura del romanzo. Pagine nerissime, sfiancanti, ma davvero di grande capacità pervasiva.

L’ultimo degli Eltyšev

– Da un poco di anni in Italia c’è la tendenza a ritradurre i grandi classici, aggiornandone il lessico, per renderli più fruibili ai lettori contemporanei. Pensiamo alla traduzione del Giovane Holden a firma di Matteo Colombo, alla Montagna magica firmata da Renata Colorni, ma anche alla sua Anna Karenina. Secondo noi è un’operazione molto interessante, ma certamente comporta dei rischi e attira delle critiche. Ce ne vuole parlare? E secondo lei c’è una specifica necessità di ritradurre i grandi classici della letteratura russa?

Partiamo, qui, da un presupposto sbagliato, secondo me. Le nuove traduzioni non “rimasticano” o “predigeriscono” il testo per aiutare i giovani lettori, non rendono “più fruibile” un romanzo lontano nel tempo. Se così fosse saremmo responsabili di uno scempio intollerabile. Le nuove traduzioni sono – banalissimamente – traduzioni fatte in un’epoca diversa dalle precedenti e da un diverso traduttore. La differenza di epoca implica che si attinga a un italiano diverso nel lessico e nella sintassi e più vicino a chi legge (e per questo a lui più familiare, ma non appositamente semplificato, per carità!); la differenza di traduttore che la “faretra” dell’italiano sia comunque individuale. Questo per sfatare l’illusione quanto alla “trasparenza” del traduttore (ma siccome ci tornerò più sotto, per ora mi fermo qui).

Le nuove traduzioni sono, secondo me, necessarie, e per motivi diversi. Senza voler prescindere dall’ovvia osservazione che l’italiano (lessicalmente e sintatticamente) invecchia, e con lui le traduzioni, negli ultimi decenni gli strumenti traduttivi si sono ampliati e arricchiti in maniera esponenziale, e parlo di dizionari specifici per ogni branca, parlo di studi approfonditi sulle singole opere, parlo di analisi testuale, di traduttologia, scienza della traduzione… I traduttori sono (devono essere) molto meno ingenui di un tempo, dispongono di mezzi quasi sterminati per approfondire ogni aspetto del testo che traducono e da loro, dunque, non si può che pretendere una nuova traduzione che abbia una cura esasperata del testo di partenza e una resa modulata su ogni piega del testo. È da questi presupposti che deve partire una nuova traduzione, credo.

– C’è un’opera che le piacerebbe ritradurre? E un autore russo contemporaneo che andrebbe assolutamente tradotto?

Sicuramente Bulgakov. Sicuramente Il Maestro e Margherita. Ci spero. Chissà, prima o poi… Quanto ai contemporanei, ho due-tre nomi di scrittori (e scritture) su cui mi piacerebbe mettermi alla prova. Ma sono testi faticosi, che implicano un lettore edotto e un mercato ristretto, e purtroppo la congiuntura attuale è ostile. Non faccio nomi per scaramanzia, e anche perché vorrei avere il tempo e il modo di calibrare e “mirare” la mia proposta.

– Qual è l’autore o il libro, tra quelli che ha tradotto, che l’ha fatta sudare di più?

Con buona pace di botti e cerchi cui sferrare i miei colpi, ogni traduzione ha le sue asperità, le sue ricerche, le sue montagne da scalare. Possono essere etnoculturemi lontani (e penso alle volte in cui mi è capitato di tradurre autrici originarie del Dagestan, della Tatarija, dell’Armenia, nei cui testi ai realia russi si aggiungevano quelli dei rispettivi paesi di provenienza, in uno slalom faticosissimo nelle scelte di cosa preservare e cosa addomesticare), può essere una sintassi corposa, ma fluida, può essere un lessico appositamente povero che in traduzione povero deve restare, ma senza diventare sciatto… Diciamo che il testo più sudorifero è sempre quello che hai fra le mani volta per volta!

– Qual è la situazione della traduzione letteraria in Italia? Quali sono, cioè, le condizioni dei traduttori, le tutele, etc.?

La traduzione letteraria gode di discreta salute, dato che la percentuale dei libri tradotti si mantiene alta, anche se in flessione (i costi di traduzione sono comunque una voce importante). Sono i traduttori che se la passano un po’ peggio. I nostri compensi sono notoriamente più bassi rispetto a quelli dei nostri colleghi europei, che in certi casi incassano anche le royalties (tabù, per i traduttori italiani); non abbiamo tutele se non quelle che ci procuriamo da soli (assicurazioni integrative, sanitarie e non), e dobbiamo ancora innaffiare copiosamente la solidarietà – o per lo meno la non-belligeranza – fra colleghi… E in un periodo (ormai lunghetto) di scarsa salute dell’editoria, queste premesse fanno deflagrare offerte al ribasso da parte degli editori. Vorrei fare qualche numero, così da non restare troppo sul vago. Proporre (e accettare, attenzione, perché le due cose vanno di pari passo: finché ci sarà chi accetta, chi propone non potrà che perseverare), proporre, dicevo, sette-otto-nove euro a cartella per una traduzione non dovrebbe essere né lecito, né tollerabile. Le competenze richieste ai traduttori crescono vertiginosamente (ed è giusto, perché è giusto pretendere qualità) e comprendono, spesso, anche lo scouting, ma all’aumentare delle richieste non corrisponde un’analoga impennata dei compensi. Tutti, nella mia generazione di traduttori (compio 52 anni quest’anno), abbiamo iniziato con compensi bassi, che poi però si sono assestati dignitosamente. Ora è molto, MA MOLTO, più difficile. E se posso capire (ma non giustificare) la difficoltà delle piccole case editrici, capisco molto meno quella di case editrici medio-grandi. Non dimentichiamo che diversi paesi (europei e non) hanno programmi di sostegno alle traduzioni (statali e non). È importante imparare a usarli al meglio e pretendere che i contributi erogati vengano corrisposti ai traduttori. Ed è importantissimo non accettare compensi che compensi non sono. La catena virtuosa del NO a nome della categoria deve allungarsi. O non ne usciremo mai. Ci sono, inoltre, AITI (Associazione Italiana Traduttori e Interpreti) e STRADE (Sindacato TRADuttori Editoriali) che fanno opera di formazione, sostegno e assistenza legale e fiscale ai traduttori.

– Russia in Translation utilizza la traduzione per fare informazione sui media russi attraverso un’opera di meta-giornalismo che cerca di essere, per quanto possibile, oggettiva. Oggettività, che a nostro avviso, è molto più facile da mantenere nella traduzione di un pezzo giornalistico che nella traduzione letteraria. Vorremmo sapere se secondo lei il traduttore letterario può riuscire a essere un tramite oggettivo o se la sua autorialità viene sempre fuori quando si traduce un romanzo?

Il giornalista fa informazione (auguriamocelo) e usa la lingua per farsi capire (auguriamocelo, bis). Nel caso del giornalismo, dunque, il “cosa” conta più del “come”, la chiarezza espositiva vince sulla ricerca letteraria. In letteratura è il “come” il fulcro attorno al quale tutto si muove. In letteratura, inoltre e spesso, è la violazione della norma (lessicale, sintattica) a fare la differenza, ed è su questo che li traduttore deve concentrarsi, proprio per non “normalizzare” quello che normale non è. Prima di tutto, però, la violazione dalla norma (anche lieve, anche minima) va riconosciuta. E questo è tanto più semplice quanto più è ampio e variegato lo spettro delle letture del traduttore. Vanno poi riconosciute le allusioni (linguistiche, letterarie), gli echi, le citazioni. Ma per far suonare il campanellino (come diceva sempre Julia Dobrovolskaja) bisogna, di nuovo, che in dispensa ci siano letture di ogni sorta. Una volta che si sono identificati registro linguistico, giochi, voci dei personaggi e via discorrendo, il passo seguente è vestirli di un’altra lingua. Per farlo il traduttore attinge inevitabilmente al proprio repertorio linguistico e sintattico, al proprio lessico, che più sarà ricco più gli permetterà di muoversi con disinvoltura nella scelta del traducente adatto.

Per forza di cose, dunque, il traduttore usa gli strumenti che ha, e per quanto le sue dita debbano necessariamente e imprescindibilmente essere messe al servizio leale, dedito e puntuale – al limite (spesso valicato) dell’ossessivo – dell’autore e del testo, esse appartengono sempre e comunque a un individuo che ha una sua formazione, una sua dispensa lessicale e sintattica e a quella inevitabilmente ricorre, connotando la sua traduzione. Con buona pace della “trasparenza” (di cui ho scritto più ampiamente, per chi volesse, anche qui).

– Una domanda per concludere questa intervista. Molti nostri lettori sono studenti universitari che vorrebbero lavorare nel mondo della traduzione. Ha dei consigli da dare a chi vuole percorrere questa strada?

Il primo consiglio è quello, banalissimo, di leggere, leggere, leggere… Di tutto. Dai gialli, alla letteratura per ragazzi, ai rosa, ai classici, ai moderni, fumetti, riviste, volantini pubblicitari. Tutto. E in entrambe le lingue. Così da arricchire la familiarità con i diversi registri, così da saperli riconoscere e da avere gli strumenti per renderli in italiano. E leggere e rileggere i grandi scrittori italiani, ma senza dimenticare i giovani e giovanissimi narratori. Proprio per capire dove è stata e dove va la lingua, e anche – permettetemelo – per arricchire un lessico che altrimenti condanniamo all’impoverimento, e, magari, per riportare in vita parole in bilico sulla soglia dell’oblio.

Quanto a consigli più pratici, ne avrei alcuni, sì. Per prima cosa, scegliete con ESTREMA cura eventuali corsi, seminari, master di traduzione. Ormai l’offerta è vastissima e non sempre cristallina. Informatevi, chiedete, domandate a colleghi più esperti. Secondo, proponete. Trovate il classico poco tradotto o il nuovo scrittore ancora sconosciuto in Italia, ma degno; selezionate la casa editrice più adatta (ecco, qua davvero FATE ATTENZIONE: studiate i cataloghi e proponete con cognizione di causa!); fate una scheda di presentazione curata, calibrata, capace di incuriosire, e accludete qualche pagina di traduzione. Sicuramente susciterete maggiore interesse che con un semplice curriculum. Terzo, se la proposta verrà accettata, NON SVENDETEVI. Siete agli inizi, per carità, ma avete comunque diritto a un compenso adeguato. Niente “nome in copertina, così cominci a farti vedere”, niente “due euro a cartella, il nostro è un progetto culturale” (esagero, ma nemmeno troppo)”. Esistono i fondi che finanziano le traduzioni, quelli russi funzionano anche piuttosto bene, fatelo presente e accludete anche questa eventualità alla proposta di traduzione. E in bocca al lupo. Di cuore.

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

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