Posto di lavoro: Togliatti

Togliatti è ufficialmente la più grande “monogorod” (la monocittà è un tipo di città la cui vita ed economia è dominata da una singola industria, ndt) della Russia, il luogo di nascita del marchio LADA. La città prende il nome dal leader del Partito Comunista italiano, Palmiro Togliatti, che però non è mai stato qui. Concentrandosi sull’arte contemporanea e sugli spazi urbani Saša Ščerbina e Marco Residori cercano un antonimo per la parola “Monogorod”. I due attivisti hanno raccontato in un’intervista skype a Ekaterina Tolkačeva, co-autrice del progetto sulla provincia industriale russa “Nevidimyj gorod” (“Le città invisibili”, ndt), come la città risponde a questa ricerca.  

Progetto fotografico «La città eclettica». Il Palazzo della Cultura, dell’Arte e della Creatività (DKIT), costruita nel 1988.

Ekaterina Tolkačeva: Capisco che è strano per un’intervista su una città, ma io non sono mai stata a Togliatti. Allora la prima domanda è: come raccontereste della vostra città ad una persona che non c’è mai stata?

Saša Ščerbina: Togliatti sorge sul Volga ed è costituita da tre quartieri così diversi tra loro che sembra vivano vite autonome: Avtozavodskij, Central’nyj e Komsomol’skij. Noi viviamo e lavoriamo nel quartiere Avtozavodskij che è stato costruito nel 1960, contemporaneamente alla creazione della fabbrica automobilistica. È stato pianificato secondo un progetto vicino a Le Corbusier. Sembra un posto monotono, ma in realtà ci sono interessanti oggetti architettonici. I quartieri sono divisi tra loro da foreste ed è per questo molti abitanti parlano della natura che ci circonda. Il Volga, la foresta…oltre il fiume si vedono le montagne. Questa è Togliatti.

Marco Residori: Per prima cosa voglio dire perché mi interessa Togliatti e perché vivo qui da ormai tre anni. Prima di questa città, come anche prima di altre grandi monogorod, è importante la sfida: come vivere? Come si può dare inizio a un’altra storia in una città dove, fino a prima d’ora, c’è stato un solo “elemento narrativo” che è la fabbrica. Ho visto momenti di transizione del genere in altre città post-sovietiche ed è questo che mi interessa. 

Se devo descrivere la città, ecco cosa ho notato. Quando mi capita di andare da Togliatti a Mosca oppure a San Pietroburgo, penso: “Ma quanti giovani ragazzi ci sono qui!”. A Togliatti vedo intorno a me molti pensionati e persone di una certa età. Questo è indicativo dello stato in cui si trova la città: i giovani se ne vanno.

Secondo punto: quando costruirono la fabbrica di automobili e un complesso industriale chimico grazie al quale questo posto è diventato un città (prima d’allora era una grande campagna), le persone arrivarono da diversi angoli dell’URSS. Questo è il motivo per il quale mi sembra che qui non ci siano cittadini. Sono persone che paiono non capire cosa significhi vivere in una grande città. 

Ci sono tre quartieri diversi simili a tre piccole città, e le persone ne sono soddisfatte perché è da questo tipo di dimensione che sono arrivati (da campagne e villaggi). Non si sentono di dire “viviamo in una città” perché vivono il loro quartiere. 

Saša Ščerbina e Marco Residori
Saša Ščerbina e Marco Residori

Ekaterina Tolkačeva: E l’effetto della fabbrica si avverte in tutta la città, o solo nel quartiere Avtozavodskij?

Saša Ščerbina: Credo che si avverta dappertutto. Le notizie principali della città sono sempre connesse alla fabbrica di automobili e con l’impatto chimico. 

Marco Residori: Il ruolo dell’ “AvtoVAZ” (acronimo di “Fabbrica automobilistica del Volga”, ndt) è fortemente cambiato quando il 50% della fabbrica venne incorporata dalla Reno-Nissan. Il compito delle compagnie straniere è chiaro: arrivano in questo paese perché qui è possibile produrre a costi inferiori. I loro investimenti sulla città saranno sempre minimi, perché non sentono il bisogno di dare al territorio nulla di loro. In epoca sovietica, la fabbrica ha ricoperto un ruolo importante nella narrativa di questa città, ora si trova qui solo perché questo paese è povero, ma con una grande forza lavoro. La tendenza a cooperare con la città ora è scomparsa. Questo è un momento di transizione molto importante, perché se prima i residenti identificavano se stessi e la città con la fabbrica, ora questo è impossibile.  

Ekaterina Tolkačeva: Cioè, i residenti cercano un’identificazione ma la fabbrica non “ricambia”?

Marco Residori: Loro non la vorrebbero. Nella fabbrica lavorano quasi 33000 persone. Per gli standard moderni sono numeri enormi e non so in quale altra parte del mondo esiste un posto del genere. Però prima qui lavoravano 120000 persone e la situazione attuale viene percepita dai cittadini come una crisi, un declino. E se la fabbrica è in caduta, i giovani non vogliono esserne parte e non si può plasmare la loro percezione della città. 

Saša Ščerbina: Noi vogliamo “allontanarci” da AvtoVAZ per non avere nessuna associazione con un brand “cattivo”, ma qui non c’è un altro marchio così rinomato. Questa voglia di distaccarci dal brand delle “Monogorod” c’è da una decina di anni, ma non possiamo immaginare un’alternativa.  

Qui si tengono diversi seminari, sessioni di progettazione su quale dovrebbe essere l’immagine della città e ogni volta proviamo di inventarci qualcosa: “La città delle opportunità”, “La città sull’acqua”.  Ma sempre, quando parliamo di Togliatti, subito viene fuori l’associazione con “Avtozavod”.

Officina dello stabilimento Volga negli anni ’70. Foto dall’archivio del museo “AvtoVAZ”

Ekaterina Tolkačeva: Perché non funziona “La città sull’acqua”? 

Saša Ščerbina: Ma perché non siamo sull’acqua! (ride) Questa è la particolarità di Togliatti. Noi ci troviamo lungo il Volga, ma non esiste un passaggio adeguato verso il fiume. Quando la città si chiamava Stavropol-sul-Volga, durante la costruzione della centrale idroelettrica, decisero di spostare questa più di cinque chilometri a nord per evitare che si allagasse accidentalmente. Nel piano generale erano previsti sbocchi sul fiume, ma terminarono i soldi e la città non riuscì ad arrivare sul Volga per soli due chilometri circa. Hanno costruito il quartiere Avtozavodskij per il quale era previsto un ingresso al fiume con un porto fluviale. Anche qui però è rimasta “terra di nessuno” e la città e il Volga sono ancora separati.

A proposito, ecco un’altra particolarità di Togliatti: la città non ha un vero e proprio centro. Ogni quartiere ha il suo centro, addirittura il quartiere Avtozavodskij non ce l’ha proprio. 

Marco Residori: Avtozavodskij è stato costruito secondo il principio della “griglia” secondo il quale la città può essere costruita all’infinito. Se hai una “griglia” puoi spostare il centro all’infinito. 

Ekaterina Tolkačeva: In un’intervista hai detto una cosa un po’ visionaria: dato che non c’è un centro definito nella città, allora devi cercare questo centro in te stesso…

Marco Residori: Il primo anno qui era difficile muovermi nella città e trovare qualcosa da fare. Dato che questa è una griglia, per uno nuovo del posto tutto sembra uguale, senza accenti tematici. Tu cerchi qualcosa, e allo stesso tempo metti dei segnaposti personali. In questo modo prende forma la tua città. Adesso posso dire di avere un centro, ma per “disegnare” la mia mappa mi ci sono voluti due anni.    

La costruzione del distretto di Avtozavodskij, la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Foto dall’archivio del museo “AvtoVAZ”

Ekaterina Tolkačeva: E adesso per voi il centro è il Dipartimento di arte contemporanea, o qualcos’altro?

Saša Ščerbina: Per me è il negozio “Rus'” e il  DKIT (Il Palazzo della Cultura, dell’Arte e della Creatività),  perché sono stati i posti che ho frequentato di più nella mia infanzia. Ora sono apparsi altri punti culturali: il Dipartimento di Arte Contemporanea del Togliatti Art Museum e altri posti che non sono però compatibili con tutti. Si, sembra proprio che sia tu stesso a doverti disegnare questa mappa.  

Marco Residori: Io direi piuttosto: a cosa serve questo centro? Mi sembra che sia molto provinciale dire che tutte le città hanno un centro e che quindi ci serve anche a noi. Perché? Negli ultimi venti anni tutti hanno abbandonato la concezione di un unico centro e nelle città si tenta di creare più centri, affinché siano coinvolte anche le aree marginali e difficili. Forse dovremmo puntare allo sviluppo di territori che si trovano nel non-centro, ma che tipo di luoghi potrebbero diventare? Il “non-centro” è una risorsa con cui bisogna lavorare, è un’opportunità per creare qualcosa di unico. 

Qui, sfortunatamente, vedo una logica diversa: deve esserci un “centro storico”, il che significa che va costruito qualcosa di “antico”. Ma che senso ha in una città di 60 anni guardare alle chiese della Vecchia Russia oppure ai teatri con le colonne dell’ “antica Grecia”?

Frammento della mostra “PE EM ŽE” art-croups KIRKA nel Dipartimento di Arte Contemporanea TCHM (Museo dell’arte di Togliatti, ndt). Foto di Anton Akimov

Ekaterina Tolkačeva: Con quante persone collaborate? 

Marco Residori: Se parliamo dei visitatori agli incontri che riguardano la nostra sfera, se l’evento è a pagamento arrivano 100 persone, e non è poco. Se parliamo dei partner, dei maker, anche agli incontri con format diversi raggiungiamo le 100 e le 200 persone.   

Saša Ščerbina: Ci sono lezioni che teniamo noi, altre sono tenute invece da ospiti che vengono su invito e poi ci sono incontri che non sono legati all’arte contemporanea. Per esempio possiamo promuovere concerti. Ogni meeting è rivolto a dei partner e a un pubblico diverso. Abbiamo dei format molto democratici e aperti come i festival di cucina e i mercatini. C’è chi viene appositamente per queste occasioni.

Marco Residori: Occasioni come quelle dei mercatini attirano l’attenzione di chi è alla ricerca di cooperazione per il proprio business. Le persone arrivano per creare e per ottenere qualcosa da una determinata atmosfera.

Ekaterina Tolkačeva: Avete la sensazione che in città ci sia una classe di lavoratori che viva di questi incontri?

Saša Ščerbina: Assolutamente si. A proposito, noi viviamo nei confini dei “nostri” spazi. Ci sono il lavoro, gli amici e i partner con i quali parliamo nella stessa lingua e con i quali abbiamo una buona intesa; questo crea delle relazioni molto forti. Poi però ti getti nella città e vedi una certa aggressività e una realtà dura. Per me è molto triste ascoltare cosa dicono alcune persone, vedere come si vestono e come si muovono. Dalle loro parole si può immaginare come vivono. È completamente un altro mondo. 

Ekaterina Tolkačeva: C’è la voglia, e magari ci sono stati dei tentativi, di costruire un “dialogo pacifico”?

Saša Ščerbina: C’è stata una volta, in cui Marco in occasione dell’ “Italil’janskij park” (Il parco italiano, ndt) ha mostrato un film documentario sull’AvtoVAZ di un regista italiano. La proiezione è stata all’aperto e si è presentato un gran numero di persone: proprio quelle che lavorano, o hanno lavorato nella fabbrica. Il tema gli interessava. L’interrogativo con questo pubblico è la comunicazione, la pubblicità, i social attraverso i quali stabilire un contaеtto. Mi sembra però, che ci siano delle differenze, e che per loro siamo come la “muleta” di un torero.

Ekaterina Tolkačeva: Raccontateci del vostro progetto “Isskusstvo ne pachnet” (“L’arte non puzza”, ndt). Era provocatorio?

Saša Ščerbina: Si. Usare i bagni pubblici è stata una provocazione. Guardare le facce serie dei responsabili dell’amministrazione che encomiavano il progetto sullo sfondo delle toilette, è stato divertente, non posso trovare un’altra parola per descriverlo. Ovviamente, loro sarebbero potuti stare in piedi di fronte a qualsiasi monumento, sul palco di un qualsiasi teatro oppure proprio qui e il loro discorso non sarebbe stato diverso. 

Marco Residori: L’idea è venuta molto velocemente e abbiamo organizzato due progetti estivi in collaborazione con il festival italiano di arte contemporanea Paratissima: uno sull’Ital’janskaij pjaž (La spiaggia italiana, ndt), e l’altro sull’ex pista da ballo “Pjatak”. Il format è stato il seguente: su ogni spazio hanno lavorato due artisti, uno di Torino e l’altro di Togliatti. Noi gli abbiamo dato un tema comune e loro lo hanno interpretato a proprio gusto. 

Sulla Spiaggia italiana il tema è stato il rapporto tra Togliatti e Torino tra passato, presente e futuro. Dal momento in cui eccetto le pareti dei bagni pubblici lì non ci sono altre superfici sulle quali è possibile dipingere, era necessario avere un’idea di cosa andare a disegnare per usare lo spazio che avevamo a disposizione con un risultato il più comunicativo possibile. E allora abbiamo pensato di chiamare questo lavoro “L’arte non puzza”. 

Street art sulle pareti dei bagni pubblici, il progetto internazionale “L’arte non puzza” (in concomitanza con Paratissima). Foto per gentile concessione di Marco Residori

Questo è stato il nostro primo progetto che è “andato in strada”. Era importante mostrare quale ruolo può giocare l’arte nella rivalorizzazione e nel ripensamento degli spazi urbani. Tutti pensano che l’arte “puzzi”, e cosa gli fanno questi obbrobri incustoditi di cui nessuno vuole più occuparsi. Noi facciamo vedere che l’arte porta beneficio alla città: non a me, non a te, ma a tutta la città. Pensi che puzzi? Bene, ecco il bagno. Io dico che non puzza, e lo dimostro. Poi sai, le persone si fotografano con i bagni sullo sfondo perché lo trovano interessante e gli piace. 

Saša Ščerbina: Poi nei social network scrivono le loro opinioni sull’incontro nella Spiaggia Italiana. 

Ekaterina Tolkačeva: Parlate con molta ironia dell’apparato amministrativo. Non siete in buoni rapporti? 

Marco Residori: Perché? Certo che no, noi collaboriamo con loro. Anzi, non potremmo fare altrimenti. Non siamo a Pietroburgo, qui non è possibile essere così underground e contro il potere. Tra di noi c’è uno scambio in quanto loro ci concedono la possibilità di concretizzare i progetti, ci danno il sostegno amministrativo e noi gli diamo “visibilità”.

Saša Ščerbina: Questa interazione ci permette di dimostrare due cose. La prima è che questo format giovane può avere risultati molto importanti. La seconda è che abbellire l’ambiente urbano è un processo che va di pari passo con la promozione dell’arte che è uno strumento con l’aiuto del quale è possibile operare sul territorio. 

Proiezione di film all’aperto nell’ambito del progetto “Ital’ianskij Park”. Foto di Timur Mel’nikov

Marco Residori: È un tema decisamente attuale per gli impiegati. Tutti parlano della monocittà: il Fondo per lo sviluppo delle monocittà, KB Strelka (Istituto Strelka di Media, Architettura e Design di Mosca, ndt), e alla fine…

Saša Ščerbina: Alla fine qui le persone non capiscono cosa fare. Ricevono le istruzioni da “Strelka” (5 passi per la rivalorizzazione), ma non possiedono nessuna consapevolezza, nessuna risorsa umana per realizzare l’idea. Tutte le riunioni per fare il punto della situazione le gestisce il nostro piccolo gruppo un po’ strano e insolito. Poi loro ci chiamano e ci chiedono: “quanti visitatori sono venuti? quanti partner stranieri? quanti volontari? e volontari con disabilità? Tutto questo si traduce in quello che loro chiamano reporting. 

Marco Residori: La sfida che sta affrontando ora Togliatti è la necessità di rapportarsi con il tema del brand della città. Questo può essere legato alla cultura, allo sport o perché no, alla gastronomia. Ma il tema deve essere proposto dalle persone che conoscono il territorio e che lo gestiscono. Noi possiamo buttare giù 100 buoni progetti, ma senza che ci sia una grande cognizione da parte dell’amministrazione (che deve occuparsi della brandizzazione della città) tutto quello che proponiamo non ha molto valore. 

Ovviamente lavoriamo con la speranza che loro (con i quali è importante lavorare) trovino tutto questo interessante. Ma non vedo molta affinità tra di noi: brandizzare non significa solo organizzare i festival, ma è un sistema complesso e che va riflettuto. 

Ekaterina Tolkačeva: Parlate di una collaborazione con Torino. Perché proprio questa città?

Marco Residori: Togliatti e Torino hanno una storia comune legata a quegli specialisti della casa automobilistica FIAT che hanno contribuito alla realizzazione della Volžskij Avtomobil’nij Zavod (Fabbrica automobilistica della LADA, ndt), e oggi questi rapporti si possono ritrovare in chiave diversa. Quando la FIAT nel 1990 ha ridotto la produzione a Torino, la città si è trovata a dover affrontare le stesse problematiche che ha Togliatti oggi. Torino è la città che ha condotto una delle migliori ribrandizzazioni d’Europa negli ultimi 20 anni. Ci sono state altre città che hanno creato dei brand dal nulla: città che non avevano alcuna storia, ma che se la sono costruita. Qui invece una storia c’era, ma se ne sono allontanati e ne hanno inventata un’altra. Ora possiamo organizzare con Torino dei progetti comuni affinché ci sia uno scambio di esperienze. Non parliamo di prendere decisioni, ma con il loro aiuto possiamo determinare quali siano le priorità e a chi sia indirizzato il nuovo volto della città. Credo che porterebbe buoni risultati. 

Saša Ščerbina: È chiaro che non si possa fare un “copia-incolla”. Quando sono arrivati qui da noi i ragazzi di Torino e ci hanno raccontato del loro progetto, il festival Paratissima, noi ne abbiamo tratto ispirazione. Quando invece noi siamo stati a Torino e abbiamo visto dal vivo tutto ciò di cui loro ci avevano parlato, abbiamo capito quali erano i loro punti forti e quali quelli deboli così da poter proporre qualcosa di diverso. 

Il progetto internazionale “Medusa ci trasforma in arte” (insieme a Paratissima) sulla pista da ballo “Pjatak”. Foto per gentile concessione di Marco Residori

Ekaterina Tolkačeva: Perché nella “rinascita” delle monocittà si fanno queste scommesse sulla cultura? Perché ci si sforza di invitare artisti contemporanei o fare festival artistici? per esempio ci sono Noril’sk, Nikel’, Vyksa…Cosa ne pensate?

Marco Residori: Io direi che, in questo caso, la cultura non è l’obiettivo ma un modo per attirare l’attenzione sulla città. Con l’aiuto dell’arte è possibile “promuovere” gli spazi urbani con i quali si interagisce. Se creiamo progetti negli spazi della città, noi non lo facciamo solo per creare un contenuto, ma lo facciamo soprattutto per  mostrare cosa c’è intorno a noi. 

Per esempio il foto progetto “Gorod eklektiki” (La città dell’eclettismo”, ndt) che stiamo conducendo sui social network, va a promuovere l’immagine della città. Ma la fotografia è solo un mezzo. Noi capiamo bene che l’estetica periferica è rilevante: è di moda. Noi rappresentiamo come funziona la combinazione tra l’architettura brutale, un po’ in stile naif degli anni ’90 e la sua recezione contemporanea, e usiamo tutto questo. 

Ci fotografiamo con dei modelli in abiti di seconda mano con strutture moderne sullo sfondo. Allegate alle foto sui siti web pubblichiamo delle informazioni su questi luoghi prese dai resoconti degli storici dell’architettura del gruppo “Sovetskij modernizm v Tol’jatti” (Il modernismo sovietico a Togliatti, ndt).

Progetto fotografico “La città dell’eclettismo”. Cinema “Saturno” (anno di costruzione 1969-1972). Foto di Lera Cholodnaja.

Ekaterina Tolkačeva: Una domanda legata ai vostri interessi per l’architettura modernista sovietica: secondo voi, come possono delle strutture degli anni ’70 essere oggi degli spazi funzionali e non un semplice monumento?

Marco Residori: Il fatto è che questi non sono considerati monumenti, non sono menzionati in nessuna brochure che puoi trovare in città. Sono considerati semplicemente come dei contenitori da per costruire al loro posto qualcosa decorato con colonne e ghirigori. Proviamo a immaginare come questo tipo di architettura possa inserirsi in una realtà modernista minimalista di edifici a cinque e a sedici piani. 

Mi sembra che i palazzi sovietici possano funzionare nel contesto contemporaneo. Se ben organizzati si potrebbero allestire gli spazi interni per chiunque voglia creare degli eventi. 

Saša Ščerbina: Purtroppo le persone si rapportano a questi edifici nella maggior parte dei casi vedendoli non come possibilità, ma come spazi di restrizione. Così le soluzioni al problema sono trovate in modo semplice, veloce ed economico. Per questo dappertutto ci sono mostre di pellicce: nella Casa delle culture, nel Palazzo dello sport. 

Marco Residori: Ma questo, in realtà, riguarda una grande fetta di pubblico che è difficile da attrarre. Ecco perché per loro potrebbe essere interessante affacciarsi in questi palazzi riadattati (con una coerenza tra l’estetica del posto e il suo pubblico) per soddisfare le esigenze di business diversi. 

“La sede centrale” del Dipartimento di Arte Contemporanea del Museo d’Arte di Togliatti. Foto di Anton Akimov

Ekaterina Tolkačeva: Nel vostro ufficio ho visto questa scritta: “Di cosa deve parlare un artista?”. Secondo voi di cosa dovrebbe parlare?

Saša Ščerbina: Quello era il titolo di una mostra che abbiamo organizzato con dei giovani artisti. Questa provocazione viene da noi, perché da loro ci sono state delle osservazioni come per esempio: “l’artista non deve nulla a nessuno”. Abbiamo rivolto questa domanda al pubblico che ha poi dato il tema sul quale l’artista ha lavorato. Per noi era interessante vedere come il pubblico e gli artisti potessero capirsi, cosa si aspettavano gli uni dagli altri. 

Marco Residori: Mi sembra che ci siano dei contesti nei quali gli artisti debbano dire qualcosa, e che ce ne siano altri nei quali il verbo “dovere” non ci sta bene. Qui a Togliatti è adatto perché è importante che si possano ascoltare artisti in grado di guardare alla città con un occhio nuovo e darle dei nuovi significati. Ma di cosa e come deve parlare affinché gli altri lo ascoltino, ecco è proprio su questo che bisogna riflettere. In altri contesti io userei invece un altro verbo modale: di cosa può parlare un artista? Di cosa vuole parlare?

Ekaterina Tolkačeva: Ma a Togliatti l’artista deve?

Marco Residori: A Togliatti deve, perché qui non si crea nulla se non prendi una posizione. 

Ekaterina Tolkačeva: A proposito di prendere posizioni, in un’intervista per un giornale di Samara hai detto che stavi cercando di pensare fuori dalla politica. Cosa avevi in mente?

Marco Residori: In Europa la parola “politica” non è percepita come legata agli impiegati e così via. Impegnarsi in politica significa coinvolgere la società in alcune tue idee, fare qualcosa per gli altri o insieme agli altri. Nel fare questo puoi usare un codice personale, la tua lingua. Dopo essere arrivato nell’est Europa ho capito che qui non era possibile utilizzare  la lingua nella quale prima parlavo ogni giorno, grazie alla quale ho conosciuto un certo tipo di persone, con cui ho potuto comunicare e creare una mia rete sociale. Qui per poter comunicare ho dovuto rinunciare a quel codice e ai temi di cui parlavo prima. 

Ekaterina Tolkačeva: Di cosa non potevi parlare? Del potere?

Marco Residori: No, perché? Politica come sinonimo di potere è un argomento che riguarda particolarmente la Russia. In Europa può essere politica anche produrre delle spillette. Dopotutto sei tu a scegliere il materiale del quale saranno fatte, e questa scelta dipende da una tua posizione ecologica. Quello che mangi è politica, perché è importante da dove viene il cubo, chi lo produce e chi lo vende. Quello che indossi è politica. Io per esempio vesto solo second hand e per me questo rappresenta un movimento contro le big companies. 

Qui invece ho riscontrato che se esprimi un’opinione contraria su qualcuno o qualcosa vieni frainteso, addirittura non è importante quale sia l’argomento. Personalmente ho modificato il modo di approcciarmi a una conversazione, ora non dico più per esempi: “questa persona è cattiva”, ma dico “in una situazione del genere io avrei fatto così.

La riva del Volga. Foto di Anton Akimov.

Ekaterina Tolkačeva: Secondo voi il progetto “Ital’janskij park” si integra alla vita della città, oppure la cambia?

Marco Residori: È una domanda interessante. Da tutta questa esperienza capiamo che lavoriamo per creare un senso e un’immagine della vita, e non per proporre alle persone che hanno una loro determinata visione, alcunché che gli si possa adattare.

Cerchiamo di dare compiutezza a quello che facciamo. Forse è possibile descrivere questo compito come un abbellimento della città. Dietro tutto questo c’è certamente un approccio amministrativo, un approccio business e poi c’è il nostro. 

Ekaterina Tolkačeva: E come lo descrivereste il vostro approccio?

Marco Residori: Si tratta di un approccio non commerciale che coinvolge i giovani con attività che li facciano sentire parte del processo e non semplici spettatori del suo risultato. Oltretutto noi coordiniamo un team di giovani che hanno idee ma che non possono realizzare in mancanza di esperienza o competenze. Inoltre loro hanno bisogno che qualcuno gli stia dietro e gli dica: “Ehi, tu oggi hai un appuntamento con Tizio, tu invece devi scrivere a Caio…”. Se li lasci da soli è come se si perdessero. In generale noi ci rapportiamo molto con giovani di grande talento, ma mancano le possibilità e le capacità di individuare cosa si possa fare con loro a Togliatti. 

Saša Ščerbina: Sono del parere che il nostro dipartimento, e l’ “Ital’janskij park” siano un’occasione per dare speranza a questi giovani; per dirgli che non sono isolati e che ci sono alternative agli eventi commerciali che si svolgono in città obsoleti di una ventina di anni fa. Bisogna dirgli che c’è un altro approccio, un’altra cultura visiva. Questo è un lavoro educativo e curatoriale. 

Marco Residori: Diciamo così: se non ti piacciono gli eventi che ci sono in città, questo non è un motivo per restare a casa sul divano. Puoi essere tu a proporre la tua alternativa. 

Distretto di Avtozavodskaij, oggi. Foto per gentile concessione di Marco Residori

Ekaterina Tolkačeva: Perché è il vostro dipartimento a prendere decisioni sul coinvolgimento dei giovani? Cosa c’entra l’arte moderna?

Saša Ščerbina: Quando, nel 2013, è nato il nostro dipartimento e mi è stato chiesto di coordinarlo, mi sono interrogata su cosa lavorare e per chi: quali persone sono tanto “affamate” da doversi rivolgere a noi? È diventato subito chiaro che si trattasse di giovani che sentivano il bisogno di qualcosa di nuovo. Chi possiamo presentare in formato di arte contemporanea? Conoscendo il nostro ambiente artistico, ho capito che sarebbe dovuto essere qualcosa di nuovo, qualcosa che avremmo dovuto cercare oppure creare da noi. Così ha preso forma una discreta movida non particolarmente attenta, ma interessata. Abbiamo iniziato a lavorare con questo pubblico e con l’arte contemporanea. Abbiamo iniziato a parlare di cultura visiva e ci siamo man mano avvicinati agli spazi urbani. 

Marco Residori: Adesso vi racconto come è venuto fuori tutto questo: il Dipartimento di arte contemporanea non ha timore di essere quello che è, e di collaborare con chi è qui. Togliatti ha i suoi limiti e i suoi vantaggi. È un bene che ci siano persone disposte a dire: “io sono così”, perché solo così puoi trovare chi ti sostiene e ti aiuta a “impacchettare” questa tua unicità. Queste persone hanno un ricco bagaglio di esperienze e possono proporlo in modo efficace e vantaggioso: “solo poco tempo fa siamo stati in grado di preparare il terreno e già oggi su questo terreno possiamo organizzare una festa da ballo”. 

Il Dipartimento di arte contemporanea è l’unico ente che affronta la questione, e non solo tenta, di “organizzare una festa da ballo”, ed è l’unico spazio proiettato ad un pubblico internazionale. 

Ekaterina Tolkačeva: Quando abbiamo fissato l’intervista, avete scritto di essere interessati ad ampliare il vostro pubblico a quello delle grandi città per parlare dei vostri progetti. Cos’è che vi interessa ora dalle grandi città?

Marco Residori: Nella nostra idea la ricerca del recupero della città è l’antonimo della parola “monogorod”.. È una rete che sviluppiamo lavorando nei luoghi che possono rappresentare una risorsa, ma abbiamo bisogno di creare un business che possa funzionare in questi posti. In questo senso attirare l’attenzione del pubblico delle grandi città ci rende più interessanti agli occhi dei partner.  

Oltre al pubblico, ci interessano i makers che possono realizzare i loro progetti a Togliatti: foto, video, istallazioni, e arte pubblica. Noi possiamo offrirgli una città con una buona atmosfera, delle “stravaganze”, delle costruzioni incompiute e il sostegno della squadra che lavora attivamente a ripensare gli spazi della città.

Saša Ščerbina: C’è un altro pubblico che ci preme attirare dalle grandi città, e sono quelle persone che spontaneamente capitano a Togliatti. Ci ho ragionato quando abbiamo fatto il primo evento su Ital’janskaij pljaž: queste persone, una volta che vanno via, possono raccontare del nostro collettivo, dire che a Togliatti c’è un movimento originale, importante e di buon livello e  anche che possono poi tornare con le loro idee. Alcuni ragazzi lo hanno fatto e ora sono nostri partner. Hanno capito che qui c’è chi parla la loro stessa lingua. 

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Saša Ščerbina – direttrice del Dipartimento di arte contemporanea del Museo dell’arte di Togliatti. Nata a Togliatti da una famiglia di lavoratori dell’AvtoVAZ, durante la sua infanzia frequentava sesso i musei con i genitori, ha terminato gli studi e poi insegnato presso l’università statale di Togliatti specializzandosi in “graphic design” e ha fatto uno stage presso la Bauhaus.

Marco Residori – insegnante di italiano presso l’istituto di cultura italiana Pavolžskij. Nato a Milano ha terminato gli studi presso le università statali di Pavia, Bologna e Umeå (Svezia). Prima di arrivare a Togliatti, per quattro anni ha insegnato la lingua italiana in paesi dell’est Europa lavorando a progetti urbani con i collettivi locali. 

Fonte: aroundart.org  18.01.18. Articolo di Ekaterina Tolkačeva

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Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L’esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del ‘900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull’insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici.
Alla domanda “perché hai scelto il russo?”, risponde senza molti giri di parole “perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia”.

Eugenio Alimena

Nato a Belvedere Marittimo, in Calabria, è cresciuto a Cosenza dove si è formato fino alla licenza liceale. L'esperienza universitaria romana, presso La Sapienza, gli ha permesso di ampliare i suoi orizzonti culturali e fisici, portandolo oltreoceano e oltre Urali spinto dallo studio, dal lavoro e da pura curiosità. Terminati gli studi di specializzazione in lingua e letteratura russa (dedicati soprattutto alla poesia del '900), attualmente vive e lavora a San Pietroburgo, dove si concentra principalmente sull'insegnamento e sulla diffusione della lingua italiana, mantenendosi contemporaneamente attivo in progetti personali e pubblici. Alla domanda "perché hai scelto il russo?", risponde senza molti giri di parole "perché, in un senso abbastanza stretto, fa parte della mia storia".