Di che cosa parla il film “Loveless”di Andrej Zvjagintsev? L’opinione di una psicanalista

Marina Kuliova prende in considerazione dal punto di vista della psicanalisi il film di Andrej Zvjagintsev “Loveless” e riflette sull’assenza di amore che ci circonda – iniziando dalla famiglia, continuando con l’indifferenza a scuola e terminando con gli incessanti conflitti militari – , sulla perdita dell’amore come abilità creativa che unisce le cose complesse – il bene e il male, la vita e la morte, il bianco e il nero – , sulla comoda fuga nell’estetica da una spiacevole verità e sul perché è impossibile cambiare il mondo senza cambiare sé stessi.

L’effetto psicoterapeutico del film di Zvjagintsev “Loveless” dal punto di vista del supporto psicologico è nullo, e questo è uno svantaggio. Perché guardarlo è spiacevole e complesso, ed è ancora più complesso guardarlo sino alla fine.

Per guardare questo film occorre coraggio, e per interpretarlo – cioè per provare ad arrivare al fondo delle cose – è essenziale la disponibilità a riconoscere le cose spiacevoli e cercarne le cause. Elaborare profondamente il film “Loveless” è possibile solo dal punto di vista della psicanalisi. Prenderlo in considerazione dal punto di vista della psicologia positiva è nocivo e non necessario.

Certo, è abbastanza comodo interpretare il film di Zvjagintsev da una posizione di pura estetica: ecco Tarkovskij, ecco Bergman, ecco Pärt (Arvo, compositore estone, NdT). Ecco un ramo, ecco un albero, ecco un nastro. Ecco la fotografia. Tuttavia l’estetica è una delle forme di “confezionamento” (pacchetti) della realtà, una comoda e soffice coperta nella quale ci si può nascondere per non vedere la nuda verità.

Questo film è uno specchio imparziale della nostra vita russa. Ma uno specchio nel quale ti guardi dopo i quaranta non provoca mai emozioni positive.

Zvjagintsev mostra un bambino (noi) che è circondato da totale assenza di amore, iniziando dalla famiglia, continuando con l’indifferenza a scuola e terminando con la guerra nel Donbass. Sembra che si possa trovare amore solo nei personaggi idealizzati e vagamente sterili della squadra Liza Alert (associazione di volontari che cercano le persone scomparse, NdT), in in certi eroi a noi sconosciuti che giungeranno in soccorso. È come se l’amore giungesse agli eroi del film alla fine, quando si sparpagliano in nuove famiglie. Tuttavia esso non giunge.

Anche noi nella vita siamo circondati da processi abbastanza spiacevoli: il perpetuo spostamento di piastrelle per le strade della capitale, le manifestazioni di protesta, l’eccesso di negozi sebbene non ci siano abbastanza soldi, i crediti che non si capisce a sufficienza come dare, il cibo insapore proveniente da surrogati di palma, il freddo spiacevole a giugno, la vita non accogliente e monocromatica.

Aspettiamo di trovare l’amore, come un tesoro o un premio, e insieme ad esso la felicità: un mondo nel quale tutto va bene, nel quale si può arrivare e restare per sempre.

L’assenza di amore viene da noi considerata come una patologia, come un peccato, come una conseguenza che si può eliminare; le cattive condizioni di vita, come un’iniquità che si può rimuovere chirurgicamente: togliere qualcosa, mettere qualcos’altro.

Sembra che cambiare il mondo sia facile: basta prendere una nuova struttura, un nuovo sistema di scelte, di segnalazione, di controllo, di esami, sostituire semplicemente il vecchio col nuovo.

E spingere tutta l’essenza dei fenomeni, tutte le relazioni, in questo nuovo mondo. Ed ecco che allora vivremo.

Così Ženja (l’eroina principale del film “Loveless”), dopo tutta la sua terribile esperienza, ha indossato un nuovo completo e si è costruita una nuova vita, si presuppone a lieto fine. Ma il lieto fine non giungerà, perché il completo è nuovo, ma Ženja è sempre la stessa.

L’amore non è il tesoro sull’Isola. A qualcuno è andata bene, l’hanno trovato ed ecco che hanno la felicità e un completo di Bosco (nota marca di abbigliamento sportivo, NdT) in mano. Ad altri non è andata molto bene, e vivono in solitudine in una vecchia capanna in fondo all’autostrada di Kiev con una curva non segnalata.

Ma la felicità non giungerà alle nuove famiglie degli eroi di Zvjagintsev perché il regista scrive del tessuto della vita, non di biciclette per bambini.

L’amore è capacità creativa. La difficoltà e l’inaccessibilità dell’amore risiedono nell’apprendimento (abilità) di unire insieme cose complesse e disgiunte: vita e morte, bianco e nero, piogge e giugno, nuovi marciapiedi e ricchezza di qualcuno.

Il bambino apprende quest’abilità nella prima infanzia, cioè fino a tre anni. All’inizio conosce e vede solo la madre. Nel primissimo periodo di vita in realtà riconosce solo il seno, che è la fonte della vita e della sua felicità. Dopo appaiono il viso della madre, il sorriso, gli occhi, la voce. Tutti questi dettagli iniziano a fondersi in un’unica immagine umana, ma ancora una volta non è tutto così facile. La madre inizia ad allontanarsi. La madre va via dal bambino, la madre lo lascia nell’ignoto, la madre guarda il padre, la madre ama il padre (!), La madre si permette di andarsene col padre per tutta la notte.

Queste crisi si verificano nel bambino durante i primi tre anni di vita e come risultato di una separazione superata armoniosamente: il raggiungimento dell’individualità – di un proprio “Io” distinto – e la capacità di unire in un tutto unico le qualità positive e negative degli oggetti. La madre va via: è cattiva; la madre ritorna: è buona.

Così si forma la capacità creativa di amare, cioè di consentire all’altro di essere distinto, diverso e completo. Ed essere completi significa entrare in contatto con tutto il proprio essere, non con delle belle parti separate: con un portafogli pieno, con un bell’aspetto o una bella mente o, come avviene ancora più spesso, esclusivamente con l’amorevolezza, cioè con un buon atteggiamento nei tuoi confronti.

Dunque amare in risposta all’amore è una posizione infantile. È la posizione del bambino indifeso. Ma l’amore senza garanzia di amore, quella è una posizione adulta. Ma essa, certo, è costruita sulla coscienza infantile che la madre c’è, ti ama e si rivolgerà sempre a te.

È difficile immaginare l’amore in una società in cui le madri devono preoccuparsi non del bambino, ma di nutrirsi e trovare riparo e lavoro. È difficile immaginare l’amore in una società in cui lo Stato non si prende cura dei deboli o se ne prende cura formalmente.

Cosa si sviluppa in un bambino, se non l’amore?

La disgiunzione dei buoni e dei cattivi frammenti di vita, non combinati in un tutto, dà un’immagine molto contrastante del mondo: è bello ed è terribile. E ciò che è terribile si vuole sempre distruggere, strappare via da sé, mentre ciò ce è bello si vuole assorbire, appropriarsene. Se non è possibile assorbire e appropriarsi del bello, esso diventa cattivo, perché è bello ma alieno. Allora lo si vuole distruggere, e questa si chiama invidia.

L’amore è la capacità creativa di creare il bene in qualsiasi condizione: con la pioggia fredda a giugno, con i marciapiedi scavati nel centro, in assenza di amore intorno.

L’invidia è il desiderio di distruggere il principio buono e creativo di un altro, quella stessa fonte di vita di cui non è dato appropriarsi. L’invidia è il risultato dell’incapacità di amare ed è sempre il desiderio di distruggere qualcosa di buono. L’invidia non può essere bianca o nera. L’invidia è sempre invidia, come l’amore è sempre amore.

L’invidia porta alle barricate, ma all’inizio alle proteste, e ancora prima all’irritazione per il fatto che il portafogli di qualcuno si ingrossi grazie a pile di marciapiedi. Che loro abbiano il sole e le spiagge, e noi la pioggia. Che loro abbiano il formaggio Rocquefort, noi uno di palma. Che qualcuno abbia un grande business, mentre quello che ho io è sempre piccolo.

L’invidia non lascia fare da sé, perché inizialmente il bambino non è sicuro della madre, del suo amore e del fatto che la fonte della vita è sempre con lui, che c’è sempre. Per questo non crede nella vita stessa e nel suo principio creativo, nel fatto che è possibile iniziare e fare qualcosa di buono passando attraverso le difficoltà e il male. Cadendo e incespicando, il bambino impara a camminare. Riparandosi dai colpi, scopre il mondo. E questo mondo è pieno di angoli appuntiti ma anche di opportunità.

Desideriamo tanto cambiare il mondo velocemente e radicalmente. Prendere nuovi schemi più sofisticati, fare altre scelte più giuste. Cambiare la struttura dell’esistenza. Semplicemente non vogliamo pensare al fatto che riempiremo i nuovi schemi del vecchio contenuto: mancanza di amore e invidia.

Così Ženja nel suo nuovo completo di Bosco e nella nuova famiglia resta la Ženja di prima, e nella nuova vita felice non succede e non può succedere nulla. Bisogna cambiare Ženja, non il completo: comprenderlo è facile, ma questa comprensione non si applica a sé stessi, perché è scomodo.

Freud nel libro “Psicologia delle masse e analisi dell’Io umano” aveva previsto nel 1921 quello che avvenne in Germania nel 1933. Questo libro è scomodo da leggere, perché rivela l’essenza del processo di manipolazione del materiale umano, e il materiale umano è molto facile da ingannare.

Ma a tutt’oggi è comodo considerare la psicanalisi una tecnica per lavorare con ragazze isteriche.

Ed è comodo avvolgersi nella soffice coltre dell’estetica per analizzare lo scomodo film “Loveless”. Ancora più comodo non guardarlo neanche.

È comodo acconsentire alla manipolazione di sé tanto nelle azioni di protesta e nelle manifestazioni che nella visione delle notizie in TV.

È più comodo richiedere un training e un rapido miracolo di trasformazione, è più comoda la psicologia positiva che non la psicoanalisi.

Così come è più comodo credere che ci sia un posto assolutamente buono dove si può arrivare e rimanerci per sempre: un completo di Bosco permanente.

Qual è l’effetto terapeutico del film “Loveless”di A. Zvjagintsev? Lo stesso del referto delle vostre analisi di laboratorio: molti zuccheri, molte proteine, eritrociti oltre la soglia. A voi il diritto di fare ciò che volete.

 

FONTE: monocler.ru di Marina Kulikova, tradotto da Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.

Stefania Persano

Leccese del 1990, mi sono laureata in Lingue Straniere all’Università di Torino. Dopo aver viaggiato molto in Europa, sono approdata in Russia con un contratto estivo come accompagnatrice turistica. Innamoratami di San Pietroburgo, ci sono rimasta un anno e mezzo come insegnante di italiano. Ora insegno a Torino, dove continuo a interessarmi al mondo russo e alla sua prodigiosa lingua.