Quando la campagna morirà

Il clima, le holding agricole e le tasse influiscono sulla riduzione del numero della popolazione rurale

Il villaggio russo sta morendo: risulta difficile chiamarla una novità, ma sta succedendo non solo nelle regioni che geograficamente e climaticamente non sono troppo adatte per l’agricoltura, ma anche nel fecondo sud. Ogni anno circa 200 mila persone lasciano i villaggi per la città e, di conseguenza, aumentano gli spazi nel paese senza anima viva. È ciò che è stato dimostrato dalla ricerca “La migrazione della popolazione rurale e la dinamica dell’occupazione agricola nelle regioni della Russia” di Tatiana Nefedova dell’Istituto di geografia dell’Accademia russa delle scienze e di Nikita Mkrtchyan dell’Istituto di demografia della Scuola superiore di economia.

L’Unione Sovietica nacque quando l’85% della popolazione era contadina e terminò con il 74% di abitanti cittadini. Negli anni Novanta il processo di urbanizzazione rallentò, ma non perché la vita in campagna era migliorata: in città diventò più difficile trovare lavoro, i vecchi meccanismi di trasferimento (attraverso il reclutamento per le fabbriche) si ruppero. Negli anni Duemila il flusso di gente dai villaggi e dalle campagne aumentò, ma non è chiaro di quanto, poiché molti, spostandosi a vivere in città, mantennero il certificato di residenza rurale. Nel periodo 2011-2015 dai villaggi alle città delle proprie regioni si sono trasferite annualmente dalle 90 mila alle 174 mila persone, mentre in città di altre regioni si sono spostati dai 31 mila ai 76 mila campagnoli. Di conseguenza la popolazione rurale oggi si sta riducendo ovunque, ad esclusione dei sobborghi delle grandi città, scrivono Nefedova e Mkrtchyan. Questo processo è più intenso nell’Estremo oriente russo, in Siberia orientale e nel nord europeo russo, dove la popolazione si riduce annualmente dell’1,5-3%. A quanto pare oggi il flusso si sta addirittura rafforzando, suppone Mkrtchyan, anche se le statistiche non catturano questo fenomeno: dal 2001 al 2017, stando ai dati dell’Agenzia nazionale di statistica, il numero di cittadini russi registrati ufficialmente nei villaggi è diminuito soltanto di 1,4 milioni (3,6%). Ad oggi si contano 37,8 milioni di abitanti rurali (il 26% della popolazione); in realtà in campagna vivono molte meno persone, fa notare Nefedova.

Ad andarsene sono soprattutto i giovani e i più attivi: i diplomati delle scuole di campagna si iscrivono all’università o cercano lavoro in città per rimanerci. È un cerchio chiuso, fanno osservare gli studiosi: nella Nechernozemye (macroregione rurale e industriale della Russia europea, ndt) il trasferimento di giovani sta portando ad un degrado dell’ambiente sociale, il che peggiora la condizione dell’agricoltura e spinge ancora maggiormente la popolazione in città. Rimangono coloro che non possono permettersi di comprare casa in città e quelli che hanno già superato i quarant’anni: le loro conoscenze e capacità non sono particolarmente richieste in città. Dal 7 al 20% della popolazione attiva dei villaggi non lavora la terra: sono i cosiddetti partenti che se ne vanno nelle grandi città distanti centinaia e migliaia di chilometri per un contratto di lavoro ripartito. Nella Russia centrale, nella Regione del Volga e in quella Nord-Occidentale la quota di partenti è maggiore, mentre nella zona di attrazione di Mosca (nelle regioni di Tula, Kaluga, Jaroslavl e Vladimir) fino al 30-40% della popolazione rurale attiva lavora nella capitale e nella sua periferia, afferma Nefedova. Ad est del paese, con un’intensa rete di grandi città, il fenomeno delle partenze è meno sviluppato: qui le persone il più delle volte se ne vanno dal villaggio per sempre. A sua volta il fenomeno delle partenze riduce le già modeste entrate del villaggio: coloro che vivono in campagna ma lavorano in città pagano le tasse a quest’ultime. Se nel villaggio c’è una società agricola e questa ha un’unica tassa, nelle casse del villaggio entra solo il 30% di questa imposta, spiega l’economista dell’Accademia presidenziale russa dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione Natalia Šagaida.

I motivi del trasferimento sono molteplici. Nella Russia settentrionale e orientale, nelle regioni della Nechernozemye il villaggio si sta degenerando per cause naturali: i sovchoz e kolchoz in perdita in condizioni climatiche non ottimali stanno morendo, non c’è lavoro, rimangono solo i vecchi, spiega Nefedova. Ad accelerare il processo sono anche l’ingrandimento dei villaggi rurali e subito dopo la diminuzione del numero di scuole e ospedali: le infrastrutture stanno diventando difficilmente accessibili. Questo spinge nelle città persino coloro che, forse, vorrebbe vivere in campagna, riflette Nefedova. A sud l’agricoltura è uscita dalla crisi ma l’allevamento di bestiame che dà molto lavoro viene sostituito dalla coltivazione di campi, per la quale serve meno manodopera. “Oggi il grano, metaforicamente parlando, si è mangiato la pecora”, afferma Mkrtchyan. Alle grandi holding tecnologiche non servono più i “monovillaggi” agricoli sovietici, dove nei kolchoz lavoravano 500-1000 persone. Le holding agricole “sterilizzano” le economie ausiliarie della zona, vietando loro di tenere maiali e pollame a causa del rischio di diffusione di malattie. Il risultato è che anche per i contadini del sud c’è poco lavoro e anche loro sono costretti a cercare guadagni temporanei spostandosi nelle città.

Non dappertutto, però, la scomparsa del villaggio è solo un male. Laddove, a causa di condizioni naturali, l’agricoltura è destinata ad essere svantaggiosa, non ha senso combattere a qualunque costo per la campagna. Ma in altre regioni l’ingrandimento, di fatto, di spazi non abitati porta con sé dei rischi per il controllo sul territorio, per esempio, nell’Estremo oriente russo, a causa della vicinanza con la Cina, ha fatto notare la direttrice del Centro di sviluppo dei territori rurali Ludmila Bondarenko nel suo lavoro del 2005 “La Russia rurale all’inizio del XXI secolo”. L’urbanizzazione è un processo inevitabile di evoluzione che avviene ovunque e che continuerà, afferma l’economista dell’Istituto di politica sociale Natalia Zubarevič. Ma in Europa occidentale, per esempio, il piccolo agricoltore viene sostenuto con sussidi, hanno addirittura iniziato a pagare di più per vivere nei villaggi. In Russia tutti i programmi statali per lo sviluppo sostenibile dei territori rurali non contengono misure per stimolare le piccole e medie imprese; prima di tutto preparano la strada per grandi progetti di investimento, fa notare Šagaida. I comuni rurali, in linea di principio, devono essere proprietari della terra statale nei loro confini, afferma l’economista, ma questa non è delimitata, quindi, di fatto, è statale. “Nelle proprietà del villaggio potrebbe esserci l’ex bosco del kolchoz, la terra del comune, le risorse minerarie diffuse ovunque, gli abitanti del luogo potrebbero gestirle, invece al posto di tutto ciò non hanno nemmeno il diritto di raccogliere ramaglie nel bosco”. Nel villaggio non c’è un padrone, e non ci sono neanche gli abitanti.

Fonte: Vedomosti, 29/03/2018. Articolo di Vladimir Ruvinskij. Traduzione di Alessandro Lazzari.

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.

Alessandro Lazzari

Sono nato nel 1993 in provincia di Treviso. Nel 2015 mi sono laureato in Lingue, civiltà e scienze del linguaggio presso l’università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi sulla crisi dei missili di Cuba analizzata dal punto di vista sovietico dell’epoca. Nei tre anni a Venezia ho studiato tedesco e russo. Dopo l’esperienza di un semestre all’Università Pedagogica di Tula, ho deciso di tornare in Russia a proseguire i miei studi. Nel giugno del 2018 ho discusso la mia tesi magistrale sulle strategie di investimento delle multinazionali italiane in Russia presso l’Università Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali (MGIMO). Sono appassionato di storia sovietica e traduco volentieri articoli di politica ed economia.