Intervista a Marco Caratozzolo

Marco Caratozzolo, professore associato, è docente di lingua e letteratura russa presso l ’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. È autore di studi sull’opera di Dostoevskij, sull’emigrazione russa in Francia dopo la Rivoluzione, sui rapporti tra Gramsci e il potere sovietico in Italia. Attualmente approfondisce i legami tra Tommaso Fiore e la cultura russa.


– Iniziamo questa intervista con la domanda che siamo soliti chiedere a tutti i traduttori. Vorremmo sapere come si è avvicinato al mondo russo e cosa la ha spinta a studiare questa lingua così affascinante e tremendamente difficile.

Mi sono laureato nel 2000 all’Università di Bergamo, dove allora abitavo. Quando iniziai la Facoltà di Lingue, dovevo scegliere le due lingue da studiare e volevo affiancare all’inglese una lingua poco conosciuta. Provai quindi ad andare ai corsi di russo, dove i docenti erano così bravi che mi trasmisero una grande passione. E tale passione mi aiutò a superare le difficoltà del russo senza traumi: da allora non ho mai abbandonato questa lingua e la sua cultura. È un amore ancora intatto, nonostante siano passati 25 anni.

– Vorremmo soffermarci su una delle sue ultime traduzioni. Lei ha tradotto per Edizioni Marchese la pièce teatrale di Aleksandr Griboedov Che disgrazia l’ingegno. Come è nato questo progetto?

Il progetto è nato grazie alla collega barese di Storia del Teatro che dirige la collana “In scena” per l’editore Marchese, la Prof.ssa Maria Grazia Porcelli. Io non conoscevo l’editore e lei, sottolineando che il testo di Griboedov, peraltro citato in continuazione nei più autorevoli studi sul teatro russo, non si trovava più in commercio, mi chiese se potesse interessarmi il lavoro di preparazione di una nuova edizione. Non conoscevo approfonditamente Griboedov, ma ricordavo benissimo il testo, a cui mi ero appassionato proprio durante i corsi universitari di letteratura russa. Peraltro anche io nei miei corsi di letteratura russa avevo difficoltà a proporre una versione italiana agli studenti. A quel punto mi misi a studiare Griboedov per un paio di anni, imparai quasi a memoria la commedia, e il resto è venuto tutto da solo. Nel 2017 ho ricevuto per la mia traduzione il Premio “Lorenzo Claris Appiani”: è stato quello il momento in cui ho percepito che ero arrivato a una prima conclusione del mio lavoro. Ma si sa, il lavoro del traduttore sul testo continua anche dopo la pubblicazione del testo medesimo.

– Confesso che non conoscevo se non di nome l’autore e che per preparare questa intervista ho dovuto fare qualche ricerca e rispolverare qualche libro dei miei tempi universitari. Ho scoperto un autore dalla biografia estremamente interessante che, nonostante la scomparsa prematura, ha lasciato una impronta importante nella letteratura russa. In che modo questa nuova traduzione, la prima con testo a fronte, può risvegliare l’attenzione su questo autore?

Comincerei dal testo a fronte, che mi pare una novità rilevante: il senso è quello di rivolgersi a una più vasta schiera di lettori. Agli specialisti perché condividano o critichino le mie scelte; agli studenti e conoscitori del russo perché in qualche modo si esercitino e capiscano le difficoltà del traduttore; a chi non conosce il russo affinché almeno graficamente abbia un primo approccio, come dire, “estetico”, con tale lingua. Ciò ovviamente non riguarda solo Griboedov, di cui questa traduzione potrebbe nello specifico risvegliare l’interesse per svariati motivi, non ultimo il fatto che l’autore (che pure aveva notevolmente contribuito alla pace tra russi e persiani) è morto in circostanze tragiche che ci riportano ad alcuni orribili accadimenti degli ultimi anni. Credo che quando si traduce un testo teatrale, l’obiettivo principale di un traduttore debba essere non solo quello di renderlo fruibile tra il pubblico che legge, ma anche e soprattutto tra il pubblico che ne vede una rappresentazione. Ecco perché la soddisfazione più grande per il traduttore, ma anche il maggiore servizio che si potrebbe fare alla diffusione dell’opera di Griboedov, potrebbe essere l’iniziativa di una compagnia teatrale italiana, che prepari un allestimento di questo testo a partire dalla nuova traduzione.

Scena di Gore ot uma – Che disgrazia l’ingegno
– Definirei Che disgrazia l’ingegno un classico fino ad oggi ingiustamente messo un po’ in secondo piano dall’editoria italiana. Ci racconta quale posto occupa quest’opera all’interno della storia del teatro e della letteratura russa?

In verità non è vero che l’editoria italiana abbia messo il testo in secondo piano. A partire dal 1925, prima della mia, erano state pubblicate altre 5 traduzioni italiane (più un’altra non pubblicata, ma comunque rappresentata in teatro), alcune delle quali fatte da veri titani della slavistica italiana: Leone Pacini Savoj, Ettore Lo Gatto ad esempio. Confrontarsi con il loro lavoro mi ha da un lato arricchito enormemente, dall’altro, lo confesso, un po’ spaventato. In effetti dall’inizio degli anni Novanta, quando era stata pubblicata l’ultima versione (quella di Einaudi curata da Gandolfo), si era creato un vuoto. Un vero peccato, perché questa commedia è un classico indiscusso della letteratura russa, e questo non lo dico per dare rilevanza al mio lavoro. Si tratta di un testo che non teme confronti per la sua bellezza e la sua importanza: i più grandi maestri del teatro russo, compresi Stanislavskij, Nemirovič-Dančenko e Mejerchol’d, si sono misurati con questo testo e l’hanno posto alla base della loro ricerca. Inoltre la raffinatezza della lingua di Griboedov, che di professione era un diplomatico, rendono lo stile di questo testo davvero unico: nella lingua russa non poche espressioni tratte dalla commedia sono divenute proverbiali e si usano ancora oggi. Nella mia introduzione ne elenco ben 24, ma sono solo le più importanti!

– Una domanda sulla tecnica di traduzione di un testo specifico come l’opera teatrale. Quali caratteristiche si incontrano e se esistono accorgimenti che è bene utilizzare?

Sono tra quelli che ritengono che un buon traduttore possa certamente basarsi su studi di metodo (oggi la traduttologia è una scienza come si sa, e se ne pubblicano libri e manuali), ma che sostanzialmente mette nel suo lavoro ciò che lui è, i libri che ha letto, le esperienze e i ricordi che ha, la sua ispirazione, la sua fantasia e la sua disciplina. Tradurre un testo teatrale è un’operazione molto complessa, poiché il testo è per il 95% discorso diretto, quindi bisogna cercare di rendere con la traduzione le caratteristiche principali del personaggio che parla, attraverso le sue parole. Il testo di Griboedov peraltro è in versi, e farne una traduzione in prosa ha veicolato anche dei problemi di vario tipo: intersemiotici, morfologici, persino editoriali. La questione è poi ancora più complessa se si pensa che il traduttore di una pièce deve a mio avviso anche immaginarla allestita, quindi pensare ai movimenti dell’attore che interpreta il personaggio, alla scenografia ecc… Credo che gli accorgimenti da utilizzare risiedano tutti nel buon senso del traduttore, che curerà di saldare tutti questi elementi, in modo che l’architettura sia solida. Ad esempio, nella mia traduzione cerco di sviluppare un elemento che non avevo visto evidenziato nelle altre versioni, e cioè il fatto che il padrone di casa Famusov tenta invano un approccio con la cameriera Liza. Si tratta di una situazione peraltro presente anche nella commedia dell’arte, con le scene che coinvolgono Pantalone e Smeraldina. Facendo ricerche ho poi visto che esistono numerose illustrazioni popolari della commedia in cui Famusov tenta di abbracciare Liza. A questo punto, una volta decisa questa direzione, il traduttore deve cercare di “salare” un po’ le battute di Liza, portandole verso i doppi sensi che veicolino la sfera della seduzione. E quindi, anche le battute di Famusov dovranno essere calibrate in questa direzione. L’equilibrio è fondamentale, è come un’architettura, non si può modificare una cosa senza adeguare il resto del testo, questo è a mio avviso il principale accorgimento.

Famusov e Liza - Che disgrazia l'ingegno - Griboedov
Famusov e Liza – Illustrazione
– C’è un’opera che vorrebbe tradurre? Un classico a cui dare nuova luce o un’opera contemporanea da tradurre assolutamente?

Sì, io amo alla follia La signora con il cagnolino di Anton Čechov. Si tratta di un testo che secondo me si avvicina come nessun altro alla perfezione e che contiene la quasi totalità dell’esperienza umana. Ne esistono più traduzioni italiane, peraltro alcune eccellenti, come quella di Bruno Osimo. E tuttavia questo racconto nasconde tantissimi segreti, che la traduzione non sempre può portare allo scoperto. Mi piacerebbe quindi farne una nuova versione con il testo a fronte, le note e un commento critico. Una cosa riservata agli amanti di questo testo, come lo sono io, ai più affezionati lettori di Čechov. Mi piacerebbe anche tradurre un autore dell’emigrazione, la prosa di Gazdanov (che è sempre più apprezzata in Italia) e Poplavskij ad esempio, oppure affacciarmi alla fantascienza russa del Novecento (amo molto le opere di Beljaev). Se invece dovessi pensare a un’opera contemporanea da tradurre, sceglierei un libro di un giovanissimo: F20 di Anna Kozlova ad esempio. Sono rimasto impressionato dalla prosa di questa scrittrice: coinvolgente, aggressiva, veloce, ruvida ma improvvisamente anche carezzevole, scivolosa. Ha davvero toccato dei tasselli fondamentali della mia anima, poterlo tradurre sarebbe per me come ricevere un bellissimo regalo. Recentemente è stato pubblicato Falce senza martello, un bel libro di racconti russi scritti da autori giovanissimi, dalle nuove generazioni: li ha tradotti Giulia Marcucci per Stilo Editrice, e credo che per una persona che voglia cimentarsi nella traduzione del contemporaneo sia una lettura importante, oltre che una rassegna assai esaustiva delle nuove tendenze letterarie russe.

– Una domanda per concludere questa intervista. Molti tra i nostri lettori sono studenti universitari o russofili che vorrebbero lavorare nel mondo della traduzione. Ha un consiglio da dare a chi vuole percorrere questo percorso?

Per quanto riguarda la traduzione letteraria, che è un ambito molto ristretto, il consiglio di base è leggere, leggere, leggere. Bisogna leggere e studiare tanto, essere sempre curiosi, non accontentarsi mai della spiegazione che dà il vocabolario. Ma ovviamente questo è solo un atteggiamento di base che ogni bravo traduttore deve avere. Passando a cose più pratiche, secondo me può essere utile scegliersi un autore poco conosciuto e avere sempre “in tasca” una traduzione già pronta, magari anche solo di un racconto. Si deve iniziare dalle riviste (io ho iniziato pubblicando proprio dei racconti di Gazdanov su «eSamizdat»), a cui si possono fare delle proposte di pubblicazione. Se il traduttore è valido e tenace, il treno giusto passerà.

Per quanto riguarda la traduzione scientifica, che sicuramente ha più mercato, la laurea specialistica LM-94 mi sembra una condizione di base, ma importante è soprattutto un aggiornamento continuo. Ormai con i software che sono sul mercato e altri raffinatissimi strumenti di traduzione, il lavoro del traduttore si sta trasformando in quello di un post-editor: la traduzione la fa il computer, il traduttore ne controlla e corregge gli errori e soprattutto, ça va sans dire, la lingua di arrivo deve essere la sua lingua materna. Il mondo della traduzione si sta lentamente modificando, il traduttore non ha più il computer davanti, la fotocopia del testo originale a sinistra e il vocabolario a destra. Questa è ormai una storia vecchia, spiace dirlo ma è così. Vale però solo per la traduzione scientifica: quando traduco opere letterarie, uso sempre i miei vecchi strumenti e il mio vecchio metodo, a cui resto affezionato.

 

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

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