Marina Cvetaeva: “Amo profondamente la terra ceca…”

Nella vita di ognuno di noi esistono eventi e luoghi che hanno giocato un ruolo fondamentale per il nostro destino e per questo rimarranno per sempre nella memoria. Uno di questi luoghi del cuore e del ricordo per Marina Cvetaeva era la Cecoslovacchia (all’epoca la Repubblica Ceca e la Slovacchia erano ancora uno stato unico, N.d.t.). Fu infatti proprio a Praga e nei suoi dintorni che la poetessa scrisse le sue opere migliori.

Cvetaeva non visse a lungo in Cecoslovacchia, ma amò questo paese per tutta la sua vita. Praga ebbe una profonda influenza sui versi del “periodo ceco” e nelle sue opere comparirono nuove allegorie. Per la geniale poetessa il fiume Moldava divenne il Lete, il fiume del tempo; la collina di Petřín si trasformò nel “petto della recluta”; gli sfarzosi parchi dei palazzi divennero “i giardini di Semiramide” e le ciminiere delle fabbriche “le ultime trombe dell’Antico Testamento”.

La funicolare che sale alla collina di Petřín, Praga.

Dopo l’accordo di Monaco (il “complotto di Monaco”, come lo hanno chiamato molti storici), iniziò l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia. Questi eventi sconvolsero la Cvetaeva e divennero centrali per il ciclo “Poesie alla Cecoslovacchia”. I seguenti versi sono stati poi incisi dai praghesi su una targa commemorativa dedicata alla poetessa:

“Non morire, o popolo!
Il Signore ti protegge!
Del cuore hai fatto granata,
del petto granito”

Cvetaeva spesso ricordava il suo straordinario amore per Praga nelle lettere all’amica Anna Tesková, traduttrice e scrittrice ceca. “Una città che mi è rimasta nel cuore”, così descrive i suoi sentimenti verso la capitale cecoslovacca. Cvetaeva definiva lo stile e il ritmo singolari della città sulla Moldava come “plurianimi”.

Quando tutta la sua famiglia fu costretta a tornare urgentemente in Russia e fu chiaro che la Cecoslovacchia sarebbe per sempre finita nel passato, la poetessa ne sentì molto la mancanza. La Cvetaeva non nascose che il suo desiderio era quello di rimanere in quel paese per sempre.

Marina arrivò in Cecoslovacchia nell’agosto del 1922. Lì la poetessa si ricongiunse al marito, Sergej Efron, che studiava presso l’Università Carolina a Praga. Marina e la figlia Arianna passarono solo una notte nello studentato dove viveva Efron, poi si stabilirono alla periferia della capitale, vicino al fiume Berounk.

Cvetaeva ed Efron.

Dopo il soggiorno a Praga, per qualche tempo Cvetaeva si trasferì con la famiglia nella cittadina di Dolní Mokropsy. Lì erano ospiti da alcuni conoscenti. In seguito si spostarono nel villaggio di Nové Dvory, dove affittarono una camera da un guardaboschi. Dall’autunno del 1923 fino alla primavera del 1924 Efron rimase a Praga, al numero 51/1373 di via Švedska. Iscrissero la figlia ad una scuola russa nella città di Moravská Třebová.

La casa di via Švedska, Praga.

A Praga la poetessa viveva una vita molto piena. Incontrava gli amici, tra i quali c’erano diversi emigrati russi; presenziava alle serate letterarie, frequentava le redazioni e le biblioteche. Lì strinse amicizia con Aleksej Michajlovič Remizov (in seguito lo scrittore e pubblicista divenne il padrino di Georgij, il figlio di Marina). In questa città Cvetaeva incontrò Vladislav Chodasevič e i redattori di “Volja Rossii” (“Volontà della Russia”, N.d.t.), la casa editrice degli emigrati. La redazione del giornale si trovava all’epoca al numero 1 di piazza Uhelný. Marina strinse amicizia anche con Mark Slonim (scrittore, pubblicista, giornalista, N.d.t.). Insieme camminavano per le antiche vie di Praga.

Marina amava passare il tempo con gli amici nei tanti locali della città e soprattutto frequentava il caffè Slavia, situato vicino al Teatro Nazionale. L’associazione degli scrittori russi in Cecoslovacchia iniziò in quegli anni a preparare l’uscita della raccolta “Arca” (in russo “Kovčeg”, N.d.t.). L’idea del nome della raccolta venne proprio alla Cvetaeva.

Camminando per i vicoli della capitale insieme a Slonim, Marina vide la statua del cavaliere Brunswik e trovò nel suo aspetto una somiglianza con il suo Io interiore. In seguito con queste parole la Cvetaeva definì il cavaliere di pietra Brunswik; “un amico a Praga… che mi somiglia”. Marina chiese ad una sua amica di spiegarle la storia del cavaliere. Dopo aver scoperto nei dettagli la leggenda di Brunswik, compose un vero e proprio trattato rielaborandola a suo modo. Nacque così Il cavaliere di Praga.

Statua del cavaliere Brunswik, Praga.

A Praga scrisse anche il dittico Poema della Montagna, nel febbraio del 1924, e Poema della fine, nel giugno del 1924. Questi componimenti divennero il riflesso dei sentimenti della poetessa verso Konstantin Rozdevič (amante della Cvetaeva, N.d.t), la descrizione di un grande amore e il fallimento di una storia sfortunata. Due poemi legati dallo stesso tema e permeati da un solo ritmo. In entrambi i componimenti si evidenziano motivi biblici e mitologici.

“…L’amore è carne e sangue.
Fiore innaffiato del proprio sangue.
Voi credete che l’amore sia
discorrere davanti a un tavolino?…”
Davanti, da sinistra: Cvetaeva, Eleneva, Rozdevič, Turžanskij. Dietro, da sinistra: Efron, Elenev.

La Cvetaeva concluse il lavoro su Poema della fine nel villaggio di Jíloviště (in via Pruezdin 8).

Alla metà di luglio del 1924 la famiglia si spostò da Jíloviště a Dolní Mokropsy, e alla fine dell’estate si traferì nel villaggio di Gorni Mokropsy. Secondo le memorie della poetessa vivevano in una casetta di pietra (l’indirizzo è andato perso).

In primavera la famiglia si spostò nel paesino di Všenory (oggi la casa dove vissero si trova al numero 324). Le stanze di questa casetta erano esposte verso un bosco e una collina ricoperta dal ginepro. La natura circostante aiutava l’attività artistica della poetessa e le infondeva ispirazione. In un componimento di quel periodo, Sotto lo scialle, Marina confida ai lettori il suo intimo segreto:

“…Proprio al defunto chiedo,
che dalle radici l’anima ha bevuto…
Donna, che cos’hai sotto lo scialle?
– Il futuro!…”
L’entrata del centro studi dedicato alla Cvetaeva a Všenory, Repubblica Ceca.

All’epoca Cvetaeva aspettava un figlio, che nacque il primo di febbraio. Era stato atteso a lungo, infatti da molto tempo Marina aveva promesso al marito un figlio maschio. Gli fu dato il nome Georgij, ma in famiglia era chiamato con il nomignolo affettuoso Mur. In quei giorni Cvetaeva, scrivendo a Boris Pasternak, descrive la sua vita rurale come uno sforzo giornaliero e una routine senza fine, lamentandosi del fatto che stava scrivendo il poema L’Accalappiatopi già da quattro mesi.

Cvetaeva ed Efron con i figli Ariadna e Georgij, Repubblica Ceca.

La poetessa a Všenory si recava spesso in visita dagli amici, come A. I. Andreevna, che viveva non lontano, nella villa Boženka. Lì, nella provincia ceca, si tenevano serate letterarie e artistiche, nelle quali si riunivano i rappresentanti dell’intelligentia russa provenienti da Praga e dalle vicinanze.

Efron si ammalò gravemente e la vita della famiglia cambiò. Marina non riusciva a guadagnare abbastanza, sopravvivere era difficile. I suoi amici le consigliarono di spostarsi a Parigi. Lei fu d’accordo a spostarsi per guadagnare qualcosa, pensando però di tornare presto in Cecoslovacchia. Non voleva andarsene, ma in quel paese si sentiva ormai priva di speranze. Secondo le sue parole era “come se stesse a sedere con i figli sotto un lampione ad aspettare il destino”…

Non riuscì invece a tornare. In Francia la Cvetaeva si fermò per ben quattordici anni. Continuò a scrivere da Parigi delle lettere ad Anna Teskova in Cecoslovacchia. La poetessa ricordava Praga con nostalgia, sentendo che non sarebbe mai più tornata in quel luogo.

“…Il dolore cominciò con la montagna.
Questa montagna su di me era come lapide…”

Questi versi sono tratti da Poema della montagna. In essi la Cvetaeva involontariamente predisse gli eventi del futuro. Proprio sull’amata collina di Petřín, a Praga, è stata posta una targa commemorativa in memoria del periodo ceco della poetessa russa.

Targa commemorativa dedicata alla Cvetaeva, Praga.

Fonte: pragagid.ru, 20/04/2013 – di Mihail Švarz, tradotto da Giulia Romanelli

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