In Unione Sovietica spostavano le case

Sembra incredibile ma a Mosca, durante il periodo sovietico, venivano trasferiti edifici di molti piani che pesavano anche 10mila tonnellate. Gli spostamenti di solito avvenivano la notte e gli abitanti addormentati non sospettavano neppure che il giorno seguente si sarebbero svegliati da un’altra parte. 

La storia

Tale pratica ha una lunga tradizione. Nel 1445 per opera dell’architetto italiano Aristotele Fioravanti ebbe luogo il trasferimento del campanile della Chiesa di Santa Maria Maggiore a più di 10 metri dalla sua posizione originaria, mentre nel 1812 fu il maestro russo Dmitrij Petrov a Morshansk a spostare una chiesa di legno. “Io sono perplesso. Dove mai si è visto che una chiesa cammina da sola?” gli disse il sindaco. Ma Petrov fece un lavoro eccellente. Alla fine, la Chiesa di Nicola il Miracoloso venne trasferita a 30 metri di distanza insieme ai fedeli che pregavano all’interno. 

Nel 1898 l’ingegnere russo Fedorovich compì un lavoro ancora più difficile, a Mosca sulla via Kalanchevskaja spostò una casa in mattoni di due piani dal peso di 1840 tonnellate. Un anno più tardi, sulla via Malaja Gruzinskaja, l’ingegnere Rusten cambiò l’ubicazione di ben due immobili che impedivano la costruzione di una chiesa. Per la realizzazione di tali lavori i due ingegneri si rifecero all’esperienza degli specialisti americani. 

Tuttavia i progetti più grandiosi nel trasferimento di edifici furono realizzati nel periodo sovietico. Nel 1935 venne varato il piano di ricostruzione generale della città di Mosca che prevedeva la demolizione di molti stabili  in prossimità delle vie di passaggio. Fu presa la decisione di non demolirli tutti, ma di dislocarne alcuni in modo da allargare la strada. 

Con questo scopo nacque un ufficio apposito, l’istituto per la demolizione e lo spostamento di immobili, formato principalmente da lavoratori impiegati nella costruzione della metropolitana. All’inizio, come esperimento, questi cambiarono indirizzo a sei piccoli edifici e solo dopo passarono a costruzioni più imponenti. 

La tecnologia

A prima vista pare impossibile semplicemente prendere e trasferire qualcosa di così imponente come un edificio di diversi piani. Ovviamente si trattava un processo piuttosto ingegnoso che richiedeva settimane di preparazione se non addirittura mesi. Tuttavia, seguendo regole ben precise, il lavoro veniva realizzato senza intoppi. 

Prima di trasferire un edificio, questo veniva staccato dalle sue fondamenta con l’aiuto di cavi speciali e posizionato momentaneamente su alcuni sollevatori capaci di sopportare un peso molto grande. Dopo, lungo il percorso stabilito, venivano scavate delle trincee all’interno delle quali inserivano delle travi su una base di cemento sopra cui venivano posti dei rulli. 

Poi, protetto da una carcassa di metallo, messo sulle travi e staccato completamente dalle sue fondamenta, l’edificio scorreva nella direzione desiderata. Per fare ciò si usavano dei rimorchiatori che trainavano la costruzione in avanti e dei sollevatori che la spingevano da dietro. 

Ecco come descrisse tale processo il corrispondente Viktor Tolstov nel reportage “La casa si è messa in marcia”:

Alle cinque del mattino, quando l’alba iniziava a illuminare la città, sono stati completati gli ultimi lavori ed è partito il comando di azionare i compressori. Le frecce dei macchinari indicavano uno sforzo di 170 tonnellate. I potenti cilindri luccicanti hanno cominciato a spingere le travi metalliche sulle quali era placidamente adagiata la casa che ci si accingeva a trasferire. Questa si è lasciata lentamente scivolare sui binari lungo la via principale di Mosca. Con una velocità pari alla lancetta dei secondi di un orologio i grossi rulli di metallo giravano e, quasi impercettibile alla vista, il grosso edificio fluttuava in direzione della piazza Majakovskij.

Non se ne accorsero neppure

Nell’autunno del 1937 fu deciso di riubicare un edificio a cinque piani che comprendeva quattro interni sulla via Serafimovich (civico 5/16) in quanto questo impediva la costruzione del ponte Kamennyj. Il lavoro fu condotto dallo specialista in spostamenti e raddrizzamenti di immobili, Emmanuil Gendel, che aveva già condotto operazioni quali il raddrizzamento dei minareti di Samarcanda e dei campanili di Jaroslavl’ e di Bol’shije Vjasemy. 

La particolarità di tale lavoro stava nel fatto che l’edificio, dal peso di 7500 tonnellate, doveva essere sollevato di quasi due metri per poter essere trasportato. Il terreno su cui poggiava era talmente malfermo che l’operazione finì per essere molto agevole. A tal punto che molti degli abitanti dell’immobile non si accorsero neppure subito di avere iniziato a muoversi.  Scrisse a questo proposito il giornare Izvestija:

Nella casa in movimento la vita continua a scorrere normalmente. Il telefono, le tubature, l’elettricità e il gas continuano a funzionare.

Tutto questo fu possibile grazie alla direzione dei lavori che ebbe l’idea di realizzare tutti i collegamenti con cavi elastici.  

Superare l’America

Durante i lavori di ricostruzione degli anni 1938-1940 alcuni edifici del lato pari della via Gorkij (oggi via Tverskaja) dovevano essere leggermente spostati. Le costruzioni più insignificanti venivano demolite senza che ci si facesse troppi problemi, mentre alla casa 24 (un ex ostello eclesiastico) toccò una sorte migliore. Gli abitanti insistettero moltissimo per salvare questo capolavoro d’architettura in stile neo-russo e Nikita Khrushchev, allora primo commissario del comitato cittadino, ricevuto l’appello dette la sua approvazione. Fu presa la decisione di trasferire la casa. 

La difficoltà maggiore era rappresentata dal suo peso, 23000 tonnellate. Ma proprio questo fu il fattore decisivo. In  USA in quel periodo l’edificio più grande ad esser stato spostato era alto 8 piani e pesava 11000 tonnellate, si trattava dell’antenna telefonica di Indianapolis. Perché allora non superare  l’America? 

Gli abitanti, preoccupati dell’esito dell’operazione, chiesero di essere avvisati prima dell’inizio dei lavori per potersi trasferire temporaneamente a casa di parenti. Tuttavia i responsabili comunicarono di proposito delle date false con lo scopo di realizzare la fase finale del trasferimento di notte. Il risultato impressionò tutti. Molti degli abitanti si resero conto di quello che era successo solo la mattina seguente.  Si dice che il processo fu talmente scorrevole che in  uno degli appartamente una torretta di cubi fatta da un bambino rimase intatta. 

Oggi l’ex ostello è nascosto tra la casa numero 6 di via Tverskaja e in nuovo edificio del MHAT (famosa scuola di teatro della capitale – NdT)  nel vicolo Kamergerskij. È possibile fotografare interamente l’edificio solo dal lato sud-orientale. 

Complicazioni

Il destino di questi edifici non fu sempre fortunato. Per esempio nel 1939 gli abitanti dell’edificio 77 di via Polina Osipenko (oggi via Sadovnicheskaja) si lamentavano che dopo il dislocamento non fosse stato ancora allacciato il gas.  In seguito il problema venne risolto. 

Ma i guai non finirono qui. Il palazzo, situato su un terreno paludoso ricoperto di sabbia, ben presto cominciò ad cedere e sprofondare. Gli operai sistemarono dei robusti pali, pressarono tonnellate di terreno nuovo, così che non dovessero esserci più problemi. 

Tuttavia, alla vigilia del capodanno del 1968 si verificò una tragedia. All’interno del primo corpo dell’edificio 77 improvvisamente risuonarono due boati assordanti e poi accadde, secondo le testimonianze di chi assistette alla scena, qualcosa di incredibile. I tre piani più alti si staccarono dalla costruzione, si sollevarono in aria e solo dopo collassarono. 

L’onda d’urto fu talmente forte da scaraventare molti abitanti e frammenti dell’immobile fino al ponte Krasnokholmskij, una donna insieme al suo balcone atterrò sulla via Sadovoe Kol’co. Molti riportarono solo lievi traumi, ma tutti gli abitanti dei piani superiori, 147 persone, perirono. La versione ufficiale della tragedia fu un’esplosione dovuta al gas. Vennero prese in considerazione anche la possibilità di un attacco terroristico, l’esplosione di una bomba rimasta sul luogo dopo la guerra e addirittura un’anomalia del sottosuolo. 

Nuovi traguardi

Più i palazzi cambiavano indirizzo e più i compiti diventavano di volta in volta difficili. Una delle imprese maggiormente complicate fu il riposizionamento del Mossoviet (Consiglio di Mosca, NdT) che oggi ospita il municipio (via Tverskaja 13). Dovendo allargare la via Gorkij, si rese necessario trasferire l’edificio a 14 metri dalla sua posizione originaria. L’unicità dell’impresa è rappresentata dal fatto che con l’immobile  vennero trasferiti anche  i sotterranei. I funzionari, inoltre, rimasero nei loro uffici a lavorare. 

L’operazione si concluse senza che nessuno si facesse male. Alla costruzione furono aggiunti ancora due piani e questa si rivelò forse una cattiva decisione. Sui muri si formarono delle crepe. La struttura cominciò a sgretolarsi. Per evitarne la rovina in fretta e furia furono aggiunte a sostegno delle colonne di metallo.  

Una sfida ancora più difficile fu quella di trasferire la più antica clinica oculistica di Mosca, sita tra la via Gor’kij e il vicolo Mamonovskij. L’edificio non fu solo fu trasportato all’interno dell’isolato, ma venne anche fatto ruotare di 97 gradi, in modo che la facciata desse sul vicolo. 

Tale pratica continuò anche negli anni del dopo guerra. Per esempio nel 1958 vennero trasferiti contemporaneamente due edifici, quello dell’istituto delle risorse idriche e quello dei progetti di costruzione (oggi al civico 42C2 e 42C3 di corso Komsomol’skij). Entrambi subirono uno spostamento di 100 metri. 

Nel 1979 venne fatto slittare di circa 30 metri verso il vicolo Nastas’inyj l’edificio che ospitava la casa editrice di Sytin, in quanto quest’ultima copriva l’edifico appena costruito del giornale “Izvestija”. Durante lo spostamento la casa fu gravemente danneggiata. Nel 1983 gli ingegneri della capitale modificarono anche l’ubicazione del teatro MKHT di Chekov, allargando per altro lo spazio tra la scena e la sala. 

Questo fu l’ultimo dell’incredibile serie di trasferimenti degli edifici moscoviti. Presto cominciò la perestrojka e con essa anche la crisi. Progetti di questo genere erano ormai troppo costosi e per questo fu necessario interromperli. 

Fonte: egor-23.livejournal.com – Traduzione: Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione.

francesca.loche@gmail.com

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com