Il significato della canzone “Kukuška” del gruppo Kino

La canzone “Kukuška”, scritta da Viktor Coj poco prima del suo tragico incidente, venne pubblicata postuma nel Černij Albom (L’album Nero – NdT). Tale brano impressionò non solo un gran numero di fan di Coj, ma anche diversi artisti che ne hanno poi registrato una loro versione. La canzone è stata interpretata da Zemfira, dal gruppo Bi-2, dai DDT e anche dalla cantante pop Polina Gagarina. Ognuno di loro ha apportato qualcosa di nuovo al componimento, ma quale era il suo significato primario? Osserviamone le strofe per cercare di capirlo.

Quante canzoni non sono state ancora scritte, dimmelo cuculo, canta. Già dalle prime righe appare il simbolo chiave della canzone, il cuculo. È ovvio che non si tratti di un semplice uccello, bensì della metafora del destino, della provvidenza, se non quasi una sorta di condanna.  Per tutta la durata della canzone, Coj si rivolge a questo muto interlocutore, il cuculo. Analizziamo più da vicino questa figura. Secondo la credenza popolare se si rivolge a un cuculo la domanda “quanto mi resta da vivere?” questi canterà tante volte quanti sono gli anni che ancora ci rimangono. Coj però conta il tempo in un altro modo, non con gli anni, ma con le canzoni. Al primo posto qui c’è la sua arte, non la sua vita quotidiana. Non gli importa tanto per quanti anni ancora calpesterà questa terra, ma quante canzoni può ancora scrivere e cantare. Notiamo ancora il fatto che al cuculo viene chiesto di rispondere cantando, nonostante sappiamo che il suo verso  ha poco in comune con un canto (in russo il verso del cuculo ha un suo verbo onomatopeico che lo distingue dal canto degli uccelli, NdT).

Devo vivere in città o in un villaggio, giacere come un sasso o bruciare come una stella? Queste immagini dicotomiche rivelano il desiderio dell’autore. La città rappresenta qui l’appartenere alla maggioranza, a una piccola borghesia. Il villaggio invece è un modesto insediamento i cui abitanti sembrano essersi separati da un altro centro abitato. Credo che qui il villaggio simbolizzi una piccola comunità di compagni di idee se non addirittura la solitudine, una vita da eremita, che si contrappone alla frenesia della grande città (pensate alla canzone di Coj Muravejnik – Il formicaio).

Che cosa sceglie l’eroe tra la prospettiva di giacere come un sasso o bruciare come una stella è chiaro, ma notate che entrambe queste immagini sono legate alla morte. Una pietra che giace sotto la quale, come sappiamo, non scorre l’acqua non è solo la metafora della borghesia ma anche il simbolo della morte, sia morale che fisica. Bruciare come una stella, illuminare la vita di altre persone è una possibilità più auspicabile, ma il bruciare presuppone il consumarsi, e quindi ancora la morte. Pensiamo alla canzone Svezda po imeni Solnce – Una stella chiamata Sole. 

“E capace di arrivare alle stelle, ignorando che si tratti di un sogno. E cadere bruciato da una stella chiamata Sole.”

E in effetti anche il sole nella canzone non gioca un ruolo secondario. Sole mio, rivolgi a me il tuo sguardo. Il palmo della mia mano si è trasformato in un pugno. E se c’è della polvere, dammi anche il fuoco. Ecco così. Si può commentare questo suo appello al sole in molti modi. L’autore potrebbe rivolgersi a una persona specifica oppure a qualcosa di astratto e immateriale come la felicità o la fortuna. Credo che quest’ultima variante sia la più verosimile, soprattutto se consideriamo la poliedrica figura del sole nelle canzoni di Coj. La fortuna ha girato le spalle al nostro eroe, lo ha abbandonato e lui le chiede di “rivolgere lo sguardo” dalla sua parte, illuminarlo con i suoi raggi. In altre parole, sta chiedendo al destino-cuculo di essere più benevolo nei suoi confronti, di dargli la possibilità di lottare. “Se c’è della polvere, dammi anche il fuoco”. 

Anche l’immagine della mano che si trasforma in pugno è piuttosto rappresentativa. Una mano aperta, con il palmo rivolto verso l’alto, porta da sempre il significato di pace, mostra che la persona non è armata e che non ha intenzione di attaccare. La mano aperta è simbolo di amicizia, bontà, accordo. Ma il nostro eroe dice che la sua mano si è trasformata in un pugno. Proprio così, non chiusa in un pugno, ma trasformata per sempre. Credo sia superfluo spiegare cosa significa il pugno. Non c’è più nessuna offerta di pace, nessun disarmo. L’autore ha assunto una posizione ostile nei confronti del mondo che lo circonda.

Percependo il suo importante ruolo di artista che deve aprire la strada alle generazioni future, Coj pone una domanda al destino-cuculo: Chi batterà un sentiero solitario? Le teste forti e coraggiose sono state ammassate nel campo, in battaglia. Ancora un’immagine di guerra, una battaglia. Ma con chi si combatte questa battaglia? Qui l’avversario potrebbe essere la vita quotidiana, la pesantezza del suo conformismo e anche, forse, la pressione degli organi di potere. Pochi sono rimasti nella memoria, in una mente lucida e in riga senza esitazioni. Il nostro eroe si sente proprio come quel soldato rimasto solo nel campo di battaglia. Dubita del fatto che qualcuno volontariamente ripeta le sue gesta solitarie e per questo si domanda se servano tutte le sue “canzoni non ancora scritte” o se non abbiano alcun senso. Ma questo rimane oltre i versi, dietro la scena.

Dove sei ora, volontà libera?  Con chi guardi il dolce sorgere del sole? Rispondi! Per la terza volta l’autore rivolge una domanda non a qualcuno di concreto ma a un’entità astratta. Prima era il destino (il cuculo), poi la felicità (il sole) e infine la volontà. Ad un primo sguardo si potrebbe pensare che la domanda sia rivolta a una donna, ma io credo piuttosto che dietro le parole “con chi guardi il dolce sorgere del sole” ci sia l’atavica questione “Chi è felice in Russia?”. E se io ora non mi sento libero, non esercito la mia volontà, allora chi lo fa? Ecco cosa si domanda Coj. 

E lui di certo non si sente libero. È bello con te ma è brutto senza di te, la testa e le spalle sopportano pazienti la frusta. Questo è il prezzo di una lotta impari contro il mondo circostante, contro un sistema in cui nessuno può schierarsi con un combattente solitario. Ma non trascuriamo il fatto che le spalle e la testa “sopportano pazienti”. È un chiaro riferimento alla stanchezza, alla voglia di terminare questa battaglia. Ma ne è capace un uomo le cui mani si sono già trasformate in pugni a causa del costante stato di guerra in cui vive? La risposta non la conosceremo mai dal momento che, per volontà del destino-cuculo, Coj ha terminato il suo percorso su questa terra, e il significato della canzone  “Kukuška” non possiamo far altro che commentarlo sulla base delle nostre intuizioni personali.

 

 

FONTE: https://mnogo-smysla.ru – Traduzione: Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione.

francesca.loche@gmail.com

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com