I tedeschi della Russia, da Mosca agli angoli più remoti del Paese

Dicono di sé: “Sono tedesco, ma veniamo considerati russi”. La guerra e le repressioni di Stalin li hanno sparpagliati per tutta la Russia: dal Kazakistan, alla regione di Altaj fino a Kaliningrad. Che cosa oggi unisce un regista teatrale di Mosca, il pastore di un minuscolo villaggio e un artista alla ricerca delle sue radici?

 

I giornalisti del progetto “Neizvestnaja Rossija” (“La Russia sconosciuta” – NdT) del canale televisivo “Nastojašee vremja” (“Il tempo presente” – NdT) hanno incontrato alcuni russi-tedeschi residenti in Russia. Gli hanno chiesto di raccontarci di sé e di chi si sentano oggi, e ancora di quanto li abbia influenzati ciò che è successo negli anni ’30 e ’40 del XX secolo, quando sono diventati vittime delle repressioni staliniane. 

Erwin Haas, regista teatrale.

Erwin vive a Mosca, nel vecchio appartamento di famiglia in via Pokrovka. “È una vecchia casa, apparteneva a un medico, poi è diventata un appartamento in coabitazione e dopo è tornata alla mia famiglia. Io sono nato qui e continuo a tornarci, – racconta il regista. – È un vecchio nido paterno: sui muri ci sono i quadri di mio padre, cerchiamo di non toccare nulla”. 

“Mio nonno è Erwin Al’bertovič Haas. Venne in Unione Sovietica con sua moglie e il suo piccolo bambino, mio padre, nel 1935, – ricorda Erwin, che porta questo nome in onore del nonno. – Dalla Germania passarono per Parigi, invitati da Burdenko, il chirurgo più importante dell’Armata Rossa”.

Il nipote racconta che la fiducia sincera nella neonata repubblica convinse il bravissimo neurochirurgo a lasciare la sua clinica a Hermsdorf per prendere la cattedra di psichiatria alla facoltà di medicina di Ivanovo. Divenne però ben presto una vittima del Terrore Rosso. 

“Nel 1937 venne arrestato per una falsa soffiata. L’accusa principale era il possesso di troppe macchine da scrivere con caratteri latini, – racconta di suo nonno Erwin. – Nel 1940, sempre con una falsa accusa, venne arrestata anche mia nonna. Le diedero 10 anni e la mandarono in esilio nella regione di Tjun’kubarsk in Kazakistan, dove morì di tifo”. 

Il destino non ha avuto pietà per l’aristocratica famiglia Haas. Ha disperso i suoi membri in tutto il mondo. Ora Erwin a poco a poco cerca di ricostruirne la storia e di capire cosa sia successo ai suoi parenti. 

“Ancora non è chiara la storia di mia zia, nata durante l’esilio di mia nonna, – dice Erwin. – Si chiamava Tat’jana, nel certificato di nascita è registrata con il patronimico Antonovna. Si sa chi l’ha adottata ma non si sa cosa sia successo dopo. Evidentemente la persona che ha preso Tat’jana Botova ha messo la clausola che tutti i legami con la famiglia d’origine dovessero essere spezzati”.

Jakob Rottermehl, pastore.

L’ottantenne Jakob Rottermehl fa il pastore nella chiesa luterana di un villaggio della regione tedesca di Altaj, al confine con il Kazakistan. I suoi fedeli non sono tanti: sette anziane parrocchiane e un vecchio signore. 

“Quando cantano, io sto per strada e piango, non so perché. Non posso neanche pensarci, subito mi salgono le lacrime. Non ho avuto un padre e mia madre era in un campo di lavoro militarizzato,” – ricorda la sua difficile infanzia Jakob.

Ci mostra il suo “granaio”, un piccolo locale di servizio in cui lui e gli abitanti del villaggio conservano le loro ricchezze. 

“Abbiamo dei libri, sia russi che tedeschi, che non servono a nessuno. Ce li portano, – ci mostra lui. – Quadri: questo lo ha fatto un artista tedesco che è tornato in Germania, ma il quadro è rimasto qui”. 

Nello sgabuzzino ci sono anche delle vecchie bibbie di famiglia che prima erano nominali e possono essere usate per ricostruire la vecchia popolazione del villaggio. Durante il periodo sovietico la religione era vietata, per questo i russi-tedeschi nascondevano le loro bibbie di famiglia e pregavano la notte, senza far rumore, nelle loro case.

“Mio nonno ha insegnato a mia nonna a leggere quando si sono sposati, – ricorda il pastore. – Lui la costringeva a leggere e lei piangeva. Goebel Maria, nata nel 1908”.

Il pastore Jakob Ivanovič ha completato solo i primi quattro anni di scuola, poi è andato a lavorare. Una volta cresciuto, ha studiato per diventare un operaio addetto all’uso di macchine agricole e per 40 anni ha fatto il pescatore in una fattoria collettivizzata. In pensione dal 1998, vive nel suo villaggio natale, Podsosnovo. 

“Non ho mai visto mio padre, lo hanno arrestato nel 1937, il 27 dicembre, e io sono nato nel 1938. Domani compio 80 anni, – racconta Rottermehl. – Mio padre venne mandato nella regione di Kolyma e lì è morto”. 

Quando è cominciata la guerra contro la Germania, Jakob Ivanovič aveva 3 anni. Allora vennero trasferiti in Siberia e Kazakistan 800mila russi-tedeschi provenienti da tutto il territorio russo che sopravvivevano come meglio potevano. Poco più tardi portarono via sua madre, per trasferirla in un campo di lavoro che in realtà era un lager controllato dal Commissariato del popolo per gli affari interni. 

“È difficile essere un tedesco in Russia, molto, – confessa lui. – Mia madre era in un campo di lavoro, io ero piccolo e affamato. Stavo per strada, nessuno si curava di me. Ero malato, avevo la tubercolosi della pelle. Mia madre era a lavoro e a me è venuto il raffreddore, ecco come mi sono ammalato”. 

Dopo la guerra dice che è stato tutto più facile.

“Ero caposquadra del mio gruppo di pescatori, – ricorda Jakob. – Mi hanno dato subito questa responsabilità, ma io avevo dei dubbi: e se non fossi capace? Mi hanno detto: ma no, sei uno specialista e sei tedesco. La prima settimana è stato difficile far lavorare quei vecchi. Io gli dicevo: se non fai quello che dico le prendi. Il primo mese, quando sono arrivati i soldi, le mogli hanno detto: bravo, finalmente hanno messo un vero uomo [a gestire il lavoro -NdT]”.

 Un’infanzia senza cibo, una giovinezza passata a lavorare, Jakob dice che lui stesso non sa come ha fatto a sopravvivere e arrivare fino a 80 anni. A leggere e scrivere in tedesco ha imparato solo una volta in pensione.

Ma nonostante il suo destino difficile, il russo-tedesco non dà la colpa nessuno e ritiene che il suo passato sia semplicemente una parte della sua vita.

Ivan Frizen – artista.

Anche Frizen abita nella regione tedesca di Altaj, sul cui territorio sono presenti diversi villaggio russo-tedeschi. Oggi qui vivono più di 16mila persone. La maggior parte di loro continua a parlare tedesco e anche le feste nazionali vengono celebrate in questa campagna siberiana secondo lo stile bavarese. 

Alla domanda sul perché porti il nome Ivan e non Johann, Frizen risponde: “Non so, mio padre era Ivan e mio nonno era Ivan, forse un tempo erano Johann e poi si sono russificati”. 

“I tedeschi si lasciano assimilare in fretta, – osserva sui suoi conterranei. – La politica russa è tale che “siamo tutti russi”, e allora, dai, dimenticate la vostra lingua madre! Io conosco il dialetto ma oggi i miei figli non sanno più parlare tedesco, non sanno con chi praticarlo e questo non va bene”. 

Frizen racconta di avere passato la sua infanzia nel villaggio Podsosovno, nelle vicinanze. Lì ha finito la scuola e poi è entrato alla scuola d’arte e in seguito ha svolto il servizio militare. Si è abilitato a insegnare presso l’Istituto di Arti Grafiche di Omsk ed esattamente come molti altri nel suo villaggio è andato in Germania e ci ha anche vissuto per due anni.  Ma poi è tornato. Secondo le sue parole, all’estero ha capito quali erano le sue vere radici e ora si impegna con tutte le sue forze a conservare la storia e lo spirito dei russi-tedeschi. 

” È solo che non è la mia terra, non lo è, – dice lui parlando della Germania. – È tutto bello, va tutto bene, ma non fa per me. Dopotutto è il Paese delle regole, delle leggi da rispettare, ma tu sei nato in un altro posto. Non fa per me. Non me ne sono pentito”. 

Ivan Borgeno, meccanico.

Nonostante i suoi quasi 90 anni, Borgeno parla ancora con un accento straniero. Eppure non è mai uscito dalla regione tedesca. 

“So leggere sia in russo che in tedesco. Ma bisogna dire che non sono una persona molto acculturata. Ho frequentato la scuola per due ore in tutta la mia vita. Non ho preso nessuna licenza. In famiglia ero il più grande, avevo tre fratelli minori e mia madre era malata. Bisognava lavorare. Sono un ignorante, un autodidatta”.

Ivan Jakovlevič è un meccanico attento e pedante, come quando era giovane. Usa gli strumenti del mestiere con maestria e le sue Zhiguli, nonostante i loro 20 anni, non hanno neanche un po’ di ruggine. Lui le avvolge con cura in un telo. 

Dei suoi cinque figli quasi tutti se ne sono andati in Germania, ma l’anziano dice di non volere andare da nessuna parte. E alla domanda su chi si senta risponde così:

“Tecnicamente sono tedesco, sono nato in villaggio tedesco, da genitori entrambi tedeschi. Sono tedesco. Ma in realtà veniamo considerati russi”.

FONTE: currenttime.tv – Traduzione di: Francesca Loche

 

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione.

francesca.loche@gmail.com

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com