Intervista a Giulia Marcucci

Giulia Marcucci è ricercatrice presso lʼUniversità per Stranieri di Siena dove insegna Lingua e traduzione russa. Si occupa di letteratura e cinema russi contemporanei, di didattica e di problematiche linguistiche del russo dagli anni Novanta a oggi. È autrice di articoli e saggi, e di una monografia dal titolo Lo scrittore bifronte: Anton Čechov tra letteratura e cinema (1909-1973). Ha tradotto opere di saggistica e romanzi di autori contemporanei russi come Andrej Astvacaturov e Michail Elizarov, lʼopera di Nikolaj Anciferov La Pietroburgo di Dostoevskij, racconti di Dmitrij Prigov, Lev Rubinštejn, Olʼga Slavnikova, Olʼga Novikova e di altri autori del panorama letterario russo odierno.


Ci racconta come si è avvicinata al mondo russo? Cosa la ha spinta a studiare questa lingua così affascinante e tremendamente difficile?

Mi sono avvicinata al mondo russo attraverso la letteratura, F.M. Dostoevskij in particolare, Le notti bianche poi Il sosia, Povera gente e Memorie dal sottosuolo sono state le mie prime letture russe che risalgono ai tempi del liceo. Da quel momento ho iniziato a provare una profonda curiosità e una forte attrazione verso quel mondo allora a me così ignoto e misterioso. Quando si è trattato di scegliere in quale università avrei studiato, non ho avuto dubbi: lingue e letterature straniere con russo come lingua e letteratura di specializzazione presso l’Università di Pisa. Sin dalle primissime settimane ho avuto la conferma di non essermi sbagliata. 

Vorremmo soffermarci su una delle sue ultime traduzioni. Lei ha tradotto la raccolta di racconti Falce senza martello (vincitrice della IV edizione del premio letterario “Polski Kot”,  come miglior opera tradotta in italiano dalle lingue slave nel 2017). Racconti post-sovietici. Come è nato questo progetto?

Si tratta di un progetto che innanzitutto ho potuto realizzare grazie alla collaborazione di tutti gli autori da me tradotti nella raccolta, A. Astvacaturov in primis, professore di letteratura anglo americana presso l’Università statale di San Pietroburgo e scrittore del quale  avevo già tradotto Il museo dei fetidi (Skuns-kamera; Felici ed. 2012) e Naked people (Ljudi v golom; Corpo60 2015).  La mia idea era quella di creare una raccolta di testi brevi molto recenti di scrittori che hanno esordito all’inizio degli anni Duemila e che a mio avviso sono tra le voci più interessanti del panorama letterario diciamo “più giovane”. Dei dieci autori selezionati quattro erano già stati tradotti, sebbene di G. Sadullaev solo un racconto. E sono molto contenta che dopo la pubblicazione di Falce senza martello. Racconti post-sovietici, che contiene La fienagione di R. Senčin, sia uscito il suo romanzo L’ultimo degli Eltšev nella traduzione di Claudia Zonghetti. So che altre opere di alcuni autori presenti in Falce senza martello. Racconti post-sovietici usciranno a breve nella traduzione italiana. Devo inoltre aggiungere che sono molto grata alla casa editrice Stilo di Bari che ha accolto questa mia proposta e mi ha supportata sia durante la preparazione della raccolta, sia dopo con tanto lavoro di promozione, una rarità nel panorama editoriale italiano per quanto riguarda la mia esperienza. 

Falce senza martello

Quali sono le principali differenze nella traduzione della letteratura contemporanea rispetto alla  letteratura russa classica?

Purtroppo non mi sono mai cimentata nella traduzione della letteratura classica e devo ammettere che mi piacerebbe molto, soprattutto ritradurre A.P. Čechov di cui mi sono occupata nella mia tesi di dottorato oppure la prosa di I. Bunin. Studiando la letteratura russa e traducendo la narrativa contemporanea, posso credere che si tratti di due esperienza molto diverse: da un alto,  un’operazione di ritraduzione e di confronto con tanti tesi che può agevolare come condizionare il processo traduttivo; dall’altro, un esercizio senza rete.   

Il mondo dell’editoria sembra dare una sorta di precedenza ai grandi classici della letteratura russa. La scelta di creare Falce senza martello va in controtendenza rispetto a questo fenomeno. Ci racconta per quali motivi si dovrebbe dare più spazio alla letteratura russa contemporanea?

Io credo che si debba dare spazio alla letteratura di valore. Non è vantaggioso essere pigri, i grandi scrittori sono compagnie sicure. Ma a volte può valer la pena di fare nuove conoscenze. 

Qual è l’opera che vorrebbe tradurre? C’è un opera o un autore contemporaneo che andrebbe assolutamente tradotto?

Ultimamente mi sono avvicinata alla prosa documentaristica, autobiografica, alla memorialistica, grazie anche a una nuova traduzione alla quale sto lavorando: un testo di Ljudmila Petruševskaja. Mi piacerebbe molto continuare a studiare questo genere negli autori del Novecento e a tradurlo; inoltre non mi dispiacerebbe affatto tradurre testi teatrali di autori contemporanei, ho in mente un’autrice in particolare. Come ha affermato anche Guido Carpi in un’intervista recente, per quanto riguarda le più recenti uscite consiglio agli editori In memoria della memoria di M. Stepanova. Un altro autore che mi auguro possa continuare a essere tradotto e letto in Italia è Evgenij Vodolazkin.  

Russia in Translation utilizza la traduzione per fare informazione sui media russi con un’opera di meta-giornalismo cerca di essere per quanto possibile oggettiva. Questo a nostro avviso è più semplice nel tradurre un articolo di giornale rispetto a quello che succede nella traduzione letteraria. Il traduttore letterario può essere un tramite o si ha sempre una qualche autorialità nella traduzione?

Io credo che sia possibile parlare di tramite solo in termini di tramite creativo, e di autorialità solo in termini di autore della traduzione. Il fatto è che un autore parte dalla vita in senso più ampio per creare la propria opera, mentre il lavoro del traduttore si basa su un’esperienza di lettura e analisi testuale in cui l’esperienza individuale entra in gioco, ma come strumento di mediazione.    

Una domanda per concludere questa intervista. Molti tra i nostri lettori sono studenti universitari che vorrebbero lavorare nel mondo della traduzione. Ha un consiglio da dare a chi vuole percorrere questa strada?

Certamente, soprattutto per quanto riguarda la formazione. Innanzitutto consiglierei di non stancarsi mai di leggere nelle due lingue, russo e italiano; consiglio inoltre sempre ai miei studenti di guardare film russi – contemporanei e sovietici – perché consentono un contatto ravvicinato con la realtà e con quegli aspetti culturalmente specifici che, incontrati nella pagina letteraria, sembreranno più familiari. Il cinema è un racconto di segni per lo più iconici e quando traduciamo, a mio avviso, prima di tutto è importante tradurre in immagini, visualizzare il testo di partenza, e solo dopo renderlo nella lingua d’arrivo. Oggi gli studenti hanno anche molte possibilità di trascorrere soggiorni studio in Russia e io mi raccomando sempre con chi fa questa esperienza di girare per strada il più possibile, osservare, conoscere, non smettere di provare curiosità e chiedere. Credo infine molto nei laboratori di traduzione letteraria, nei quali svolgere un lavoro di analisi testuale, pratica e confronto. Proprio in queste settimane ne sto tenendo uno presso l’Università per Stranieri di Siena dove lavoro, ed è stimolante e appagante al contempo vedere come di volta in volta, attraverso un esercizio corale e una riflessione ad alta voce, gli studenti acquisiscano crescente sicurezza e disinvoltura. Il lavoro del traduttore è poi per lo più un lavoro che avviene in solitudine, ma credo che momenti di confronto siano fondamentali per tutti noi.       

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

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