Cuor di leone: i due migliori film del festival “Kinotavr 2018”

Tolstoj e la Russia senza tempo nei due migliori film del festival “Kinotavr 2018”

E’ terminato a Sochi il ventinovesimo festival di cinema russo “Kinotavr” – e la giuria ha assegnato il titolo di miglior pellicola al dramma di Natalja Meščaninova “Serdce mira” (Cuore del mondo”). A buon diritto: insieme al racconto di un evento della vita di Lev Tolstoj “Istoriej odnogo naznačenja” (Storia di un appuntamento”) di Advot’ja Smirnova, questo è il film più maturo della rassegna.

Nel bilancio finale dei premi “Storia di un appuntamento” ha ricevuto solo un bonus per la sceneggiatura, leggermente compensato dall’apprezzamento del pubblico. Nel film il giovane tenente Griša Kolokol’cev (Aleksej Smirnov), abbandonato a se stesso a causa di un litigio col padre (un generale), su richiesta all’esercito, in un piccolo appartamento non lontano da Jasnaja Poljana, viene messo al servizio di un noto capitano locale, un polacco, in cui il protagonista riconosce subito un lato dispotico e uno gentile. Siamo nel 1866, e nell’esercito comincia la riforma Miljutin, che implica, tra le altre cose, l’abolizione della leva obbligatoria. Griša afferma, a questo proposito, che “finalmente il servizio militare perderà la sua connotazione di lavori forzati”, permettendo ai soldati di ricevere degli insegnamenti che torneranno utili dopo il congedo amministrativo – imparare la falegnameria, a lavorare in comune, introdurre lezioni di scrittura e studi sociali. Ma il capitano detesta il cambiamento, il tenente preferisce ubriacarsi, i soldati perdere tempo, e l’unico personaggio più o meno delicato, che, ovviamente, viene umiliato costantemente è lo scriba Šabunin (Filipp Gurevič), il quale, invece di aiutare, diventa un naturale Amleto. L’unica via di scampo per Kolokol’cev sono i viaggi a Jasnaja Poljana – le visite all’amica d’infanzia Sofia (Irina Gorbačeva) e al marito, il conte Lev Tolstoj (Evgenij Kharitonov), giovane, ma già grandissimo scrittore russo. Anche qui, tuttavia, non tutto va così liscio come sembra.

La quarta pellicola di Advot’ya Smirnova, configurandosi certamente come la migliore, si basa su un evento realmente accaduto nella vita di Tolstoj (tratto dalla biografia di Pavel Basinskij). Ciononostante, la legittima e interessante svolta drammatica che esula dallo spazio della storia fa da tramite con il mondo dei classici, sia in senso stretto che più ampio: il mondo della Russia circostante qui è utile giusto al tenente Kolokol’cev, al punto che il film può essere considerato un racconto di formazione: una narrazione dettagliata piuttosto dura, per non dire crudele, della crescita del protagonista. Non è solamente un bildungsroman: a un certo punto la storia prende addirittura la piega del dramma giudiziario. Non volendo rivelare al pubblico futuro (la parte di essi, s’intende, che non conoscono già gli avvenimenti della vita di Tolstoj) gli effetti di questa evoluzione, ci si limiterà a notare che la presenza di Tolstoj in tribunale costituisce un elemento chiave, con il suo ruolo di difensore degli accusati e di portatore di un messaggio sulla struttura della vita in Russia, che la Smirnova vuole rappresentare nel film: la dilagante mancanza di valori che, purtroppo, è dolorosa per tutti.

In ogni caso, il tema principale (nonostante ci tenga tutti col fiato sospeso), e il più interessante del film, è solamente uno strumento nelle mani della regista. La Smirnova si pone apertamente il compito di evitare che l’ambientazione storica del film si trasformi in una volgare patina retro, causando il primato dell’epoca sui personaggi – e principalmente quella celebrazione del tempo perduto tipica dei film in costume, che rende il tutto lontano, alieno, distante allo spettatore. Ma in “Storia” è vero anche il contrario. Ciò che è attuale non è nemmeno l’ambientazione storica in sè, ma i personaggi: i loro drammi interiori e difficoltà di comunicazione col mondo esterno colpiscono fin dall’inizio e non ci abbandonano per tutta la durata del film.

Come si raggiunge nel cinema nazionale un effetto così forte? E’ uno stile ibrido, evanescente – combina, ripetiamo, il racconto di formazione e il dramma giudiziario con uno spaccato della società – nella forma, ma anche nello stile. Di tanto in tanto la Smirnova devia gli angoli della cinepresa, congela quest’ultima in muta contemplazione, la scuote, la raddrizza, la piega; e cancella la distanza tra le epoche con il sottofondo della colonna sonora elettronica. Un tale approccio stilistico, secondo la regista stessa, ispirato dal film di Soderbergh “Ospedale Knickerbrocker”, determina non solo la percezione dei temi della pellicola, ma anche una instantanea, quasi a livello fisiologico, connessione al corpo del film – che, come una persona moderna, è condannato al caos, all’instabilità, privato di valori morali sicuri e ideologie convincenti per l’interpretazione del mondo di cui è parte.

Si sviluppa invece lontano dalle grandi città il film che ha conquistato i premi principali (migliori film, miglior personaggio maschile) del Kinotavr 2018, “Serdce Mira” (Cuore del mondo) di Natalja Meščaninova. Il personaggio principale, un giovane veterinario sui 30 anni, Egor (Stepan Devonin), in ogni caso, non cerca di scappare dal suo centro di addestramento per cani da caccia, sperduto da qualche parte nel mezzo del nulla, per il cui proprietario (Dmitrij Podnozov) lavora – facendosi in quattro per tutti i lavori necessari nel centro, dal nutrire cani, volpi, renne, alla loro cure e persino la cura del giardino. Lui vive qui, in questa piccola fattoria vicino alla casa del padrone. Ci passa anche il suo tempo libero – condivide pasti con Nikolaj Ivanovič e la sua famiglia, scambiando sguardi furtivi con la figlia Daša (Jana Sekste), giocando con il suo figlio più piccolo Vanja (Vitja Ovodkov), prendendosi cura degli animali, non solo per necessità lavorative, ma anche, per quanto strano possa sembrare, per necessità dell’anima. “Il cuore del mondo” – e della nostra patria – potrebbe anche trovarsi a migliaia di chilometri da quei luoghi, ma sembra che il suo mondo Egor l’abbia trovato proprio lì. Ma quanto durerà? Arriva un momento in cui la vita misurata della fattoria viene violata dalle volpi “selvatiche”, ossessionate dalla liberazione dalla cattività. E così, sembra arrivare in soccorso una giovane donna comparsa dal passato del veterinario.

Fortunatamente, la Meščaninova non scende nei particolari della biografia del giovane protagonista, così come non approfondisce i dettagli sulla vita dei personaggi che lo circondano, preferendo lasciare agli spettatori il compito di riempire i buchi. Non c’è nessun messaggio subliminale di moralismo, confezionato per l’audience a giudicare chiunque appaia nel film: la trama si sviluppa lentamente, e il tempo della narrazione è speso in modo generoso nella contemplazione di questa totale normalità – che raramente si ritrova non solo davanti all’obiettivo di una telecamera, ma anche sui social media e in tv – della vita di provincia e dei suoi abitanti, e non su intrecci e intrighi. Questi alla fine, chiaramente, si creano da soli – e si configurano più o meno nella crescente volontà dello spettatore di capire cosa permette a Egor di trovarsi così a suo agio qui e perchè, nonostante il comfort, cominci a sentirsi sempre più perduto.

Così, in modo delicato, cauto e persino tenero, la Meščaninova giunge – senza, lo ripetiamo, rivelare apertamente quali sentimenti stanno alla base del suo film – a rispondere a questa domanda, ma non inganna: per livello di non ingerenza autoriale nello spazio abitato dai personaggi, ricorda uno dei migliori film dell’anno scorso è stato “Western”, della tedesca Valeska Grisebach. In questo caso l’effetto, ancora più forte, porta alla stessa risposta: mentre ad oggi la maggioranza dei registi nazionali si spreca a criticare la realtà russa, rivelando una crescente ostilità nei suoi confronti, la Meščaninova dipinge un quadro molto più concentrato sul livello della sua attenzione: non è lei la protagonista, ma il suo personaggio soffre di un acuto senso di inidoneità all’amore degli altri – finchè alla fine non si dà una pacca sulla fronte, rendendosi conto di essere amato da tutti quelli che lo circondano. La cosa più difficile è aprirsi all’amore.

Fonte: lenta.ru, 11/06/2018 – di Denis Ruzaev, tradotto da Marta Biino