La violenza è ancora alla base dell’ordine

La Russia attende una nuova rivoluzione. Ma questa volta di genere.

L’ordine imposto dallo Stato e l’orientamento della Chiesa ortodossa russa verso i valori tradizionali non ferma lo sviluppo della società in chiave occidentale e il dominio della violenza, categoria che porta ordine sociale nel paese, sta già per crollare. Non ci rimane che aspettare il momento in cui gli uomini avanzino seriamente i propri diritti alla paternità e imparino a sbrigare i lavori domestici.

Lenta.ru ha intervistato Žanna Černova, dottoressa in scienze sociali, professore della Scuola Superiore di Economia a San Pietroburgo, sulla incompleta ma non terminata rivoluzione di genere in Russia.

Al festival femminista di Mosca lei ha affermato che la Russia sta attraversando una particolare rivoluzione delle emozioni, che è diventata una prosecuzione di quella sessuale e di genere. Cosa intende?

Žanna Černova: La rivoluzione delle emozioni, o un ammodernamento di base della sensibilità, più visibilmente si manifesta sui social. Vediamo che ultimamente nello spazio virtuale si discute attivamente di tutto ciò che è legato al tema della violenza nel senso più ampio del termine: gli scandali sessuali nelle scuole, le molestie, le violenze domestiche, la violenza di genere e così via. Noi diventiamo testimoni del fatto che la cultura dei forti si sostituisce alla cultura dei deboli.

Ma forse queste discussioni sono semplicemente parte della cultura di internet, la quale offre una certa franchezza, che non raggiunge la vita reale?

È piuttosto il contrario: il trattare attivamente certi temi nei siti è testimonianza di un reale interesse da parte del pubblico. Altra questione è che questo contrasta moltissimo con quella versione che viene presentata dai media ufficiali, dagli apparati di comunicazione pubblici statali. Il problema sta nel fatto che lo Stato in linea di massima non è interessato all’aspetto qualitativo delle relazioni tra le persone, soprattutto nella famiglia.

E la lotta per i valori tradizionali?

Sono frasi fatte, dietro le quali si intravede il banale desiderio di risolvere il problema demografico in modo approssimativo: la ricchezza di essere madri e chiarimenti circa il fatto che sposarsi e avere figli è bene, mentre divorziare e abortire è male. Ma quello che concretamente accade tra i coniugi e nel rapporto tra genitori e figli non è importante. Invece proprio questo preoccupa la gente. Osserviamo che diminuisce la tolleranza nei confronti della violenza nelle relazioni umane, ma questa appare come una categoria che porta ordine sociale in Russia: a scuola, nell’esercito, negli ospedali, in qualsiasi posto. Per questo parliamo di rivoluzione.

Ma difficilmente proibire l’aborto o escludere tali operazioni dal sistema dell’assistenza sanitaria può essere solo una provocazione.

Sì, certo. Ma finora la questione non va oltre le parole e gli eccessi. I sondaggi mostrano che sempre più persone si rapportano all’aborto in modo negativo e la stessa quantità di questi interventi diminuisce. Tuttavia, questo non è il risultato della politica dello Stato o delle attività della Chiesa ortodossa russa. È una tendenza piuttosto legata all’accesso ai contraccettivi femminili e ad un approccio più consapevole alla genitorialità.

A cosa è legata questa consapevolezza?

Sottolineo ancora una volta che esiste una differenza tra la posizione ufficiale dello Stato, i valori dichiarati e la vita reale della società, la quale cambia sotto l’influsso di molti fattori e si fossilizza in un banale pragmatismo.

Così verso la fine degli anni ’60 si innalzò l’età media nella quale le donne europee davano alla luce il loro primogenito: iniziarono ad impiegare più tempo per lo studio e per costruirsi una carriera. Contemporaneamente avviene la rivoluzione sessuale che separa la sessualità dalla riproduzione. Sullo sfondo della diffusione massiccia di contraccettivi si ammorbidiscono gli orientamenti della società in relazione alle attitudini sessuali, si abbassa l’età del primo rapporto sessuale.

Ma in media la quantità di figli nelle famiglie iniziò a diminuire non solo a causa di ciò, ma anche per lo sviluppo della medicina: insieme ad una sensibile diminuzione della mortalità infantile, venne fuori un orientamento pragmatico verso una prole numerosa. La genitorialità, come il suo rifiuto, si trasforma da un obbligo in un diritto e per questo diventa un progetto più consapevole. Le persone che vogliono avere figli vi investono molte risorse e non solo economiche.

La cortina di ferro ha ostacolato tutte queste trasformazioni nel nostro paese?

Il boom della genitorialità consapevole da noi è avvenuto negli anni 2000. È aumentata nettamente la richiesta di informazioni su come diventare un buon padre o una buona madre, su come educare al meglio i figli. Questo comporta la diminuzione della tolleranza verso la violenza nei confronti dei bambini. Da noi qualcosa è avvenuto in ritardo, qualcosa si è sviluppato da solo, ma comunque noi siamo andati e andiamo con l’Europa in un’unica direzione.

Certamente, con l’Unione Sovietica ci fu un progetto di genere durato 70 anni. I bolscevichi nei primi tempi fecero grossi passi verso la distruzione del modello tradizionale di famiglia, verso il cambiamento del ruolo della donna nella società. Ma negli anni ’30 Stalin annunciò che la questione dell’emancipazione nell’Unione Sovietica era stata risolta e le trasformazioni si fermarono. Alle cittadine sovietiche fu imposto il ruolo sociale della madre lavoratrice nella comunità. Addirittura i sociologi sovietici scrissero della disuguaglianza tra uomini e donne nella vita quotidiana, cosa che permane tuttora.

Si dice che gli uomini russi sono viziati a causa del fatto che erano in minoranza dopo le repressioni di massa e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Come obbligarli a cambiare se non ne hanno la volontà?

Sì, vediamo che nel mondo moderno i ruoli di genere per la donna hanno subito significativi cambiamenti, invece gli uomini da questo punto di vista sono rimasti indietro. È una delle motivazioni per le quali la rivoluzione di genere rimane ancora incompleta.

A proposito, la disuguaglianza si manifesta non solo nello svolgimento dei lavori domestici, ma anche nella cura dei membri più anziani della famiglia: proprio le donne sempre più spesso aiutano gli anziani genitori nella quotidianità. Allo stesso tempo, si occupano dei propri figli e del lavoro domestico.

In Occidente, precisamente in Scandinavia, già negli anni ’80 avvenne una rivoluzione di genere, organizzata da uomini giovani e ben istruiti. Erano intellettuali, sostenitori della causa femminista e apertamente dichiaravano che non volevano replicare nella loro paternità il rapporto che avevano avuto con i propri genitori. In altre parole, andarono contro il modello nucleare di famiglia, così descritto dai sociologi. Tale modello è oggi sostenuto dai politici russi: l’uomo svolge il ruolo di capofamiglia e la donna di casalinga.

Questi nuovi uomini occidentali non volevano passare tutto il loro tempo a lavoro ed essere esclusi dalla vita dei propri figli, allontanati dalla sfera della paternità. Come risultato ci furono dei cambiamenti legislativi. Nella stessa Norvegia, il congedo parentale ad esempio fu diviso in parti: solo una può essere presa dall’uomo.

E da noi questi uomini giovani e colti ci sono?

Sì, anche da noi si è formata una comunità di padri e dei cambiamenti, simili a quelli scandinavi, si intravedono, tuttavia gli uomini sono ancora fortemente penalizzati nei diritti genitoriali, non solo nella pratica quotidiana ma anche giuridica: i tribunali affidano i figli quasi esclusivamente alla madre dopo la separazione dei coniugi. In qualche repubblica nord-caucasica la situazione è differente, ma questo è un altro capitolo.

E anche nell’ambiente liberale in Russia si pensa che l’influenza della Chiesa sulle istituzioni pubbliche e giuridiche è stata l’ostacolo per una rivoluzione di genere.

Se si ascoltano i sociologi americani, la nostra società risulta abbastanza laica in confronto a quella di molti altri paesi. Ma da noi i valori della sopravvivenza predominano su quelli dell’espressione. Nei primi floridi anni duemila la situazione era abbastanza differente, più favorevole.

Dunque nelle attuali condizioni economiche bisogna dimenticare le trasformazioni?

Non si può dire. Avviene uno spostamento generazionale. I ragazzi e le ragazze, nati negli anni duemila e rieducati da zero, sono orientati verso valori moderni. Cercano nuovi stili di vita, modi per utilizzare collettivamente beni e servizi costosi, lo sharing nel senso più ampio del termine, in quanto considerano negativamente questa nostra routine, legata ai lavori domestici, al mantenimento di un’automobile, di una dača e così via. Useranno in modo più attivo la tecnologia online.

E questa novità nella sfera della vita quotidiana aiuterà a liberarsi dai ruoli di genere imposti?

Sì e non solo nella vita quotidiana. Nella sfera professionale questi giovani non desiderano ricostruire una tradizionale cultura da impiegati in ufficio. Vogliono avere risorse, in primo luogo il tempo sufficiente per svilupparsi, viaggiare, comunicare tra loro.  

Ma questo è legittimo per tutti i giovani, finché non abbiano figli. Sono pochi quelli che conservano la dinamicità e ancor più tempo libero quando hanno un figlio.

Per quanto riguarda la cura dei figli, questa sfera si svilupperà in comunità e gruppi di supporto. In parole povere, alcune madri si uniranno per stare a turno con i bambini e avere tempo libero per sentirsi realizzate in altri ambiti.

Mi sembra che stiamo parlando di un sottile strato di gioventù che vive nelle città o nella capitale. Adesso tra questi e a livello statale tanti sforzi si stanno facendo per tornare alle precedenti tradizioni, al mantenimento dei legami…

No, io sono certa che non ci sia un reale conservatorismo. Ci sono figure retoriche, giochi di ruolo. C’è il desiderio di agire secondo la logica di contrapposizione all’Occidente: se lì si proclamano valori liberali, significa che da noi verranno sostenuti quelli tradizionali.

FONTE: Lenta.ru 19/05/2018-di Sergej Ljutych, Traduzione di Alessia Bianco

Nata a Roma nel 1988, ho conseguito la Laurea Triennale in Lingue e culture del mondo moderno e successivamente la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione presso l’Università di Roma La Sapienza. Nel 2010 e nel 2012 ho studiato, per la durata di un semestre, all’Università Statale di Mosca, dove ho svolto anche un tirocinio come insegnante di lingua italiana. Nella tesi ho affrontato la questione della ženskaja proza (letteratura femminile) in Russia offrendo una traduzione inedita di Pikovaja Dama, racconto della scrittrice contemporanea Ljudmila Ulickaja. Dopo la laurea ho conseguito la certificazione DITALS per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri. Amo la cultura russa e mi affascina l’idea di offrire ai lettori italiani uno sguardo più attento sul mondo russo.

Alessia Bianco

Nata a Roma nel 1988, ho conseguito la Laurea Triennale in Lingue e culture del mondo moderno e successivamente la Laurea Magistrale in Scienze linguistiche, letterarie e della traduzione presso l’Università di Roma La Sapienza. Nel 2010 e nel 2012 ho studiato, per la durata di un semestre, all’Università Statale di Mosca, dove ho svolto anche un tirocinio come insegnante di lingua italiana. Nella tesi ho affrontato la questione della ženskaja proza (letteratura femminile) in Russia offrendo una traduzione inedita di Pikovaja Dama, racconto della scrittrice contemporanea Ljudmila Ulickaja. Dopo la laurea ho conseguito la certificazione DITALS per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri. Amo la cultura russa e mi affascina l’idea di offrire ai lettori italiani uno sguardo più attento sul mondo russo.