I misteri della Casa sul lungofiume

Il “Dormitorio del Cremlino”, il “sorriso di Stalin”, la “cripta sulla Bersenevskaja” sono solo alcuni dei nomi con cui è conosciuta la celebre casa grigia sulla riva della Moscova. Tuttavia, il nome che si è poi affermato e che viene utilizzato tuttora dai moscoviti è “Casa sul lungofiume”, e fu ideato da uno degli abitanti, lo scrittore Jurij Trifonov. La casa al numero 2 di via Serafimoviča è ancora ritenuta d’élite, e circolano diverse leggende su di essa. Nel periodo sovietico, da questa casa non scomparivano soltanto persone, ma anche ingressi. Un giornalista di RIAMO, per il progetto “Mosca attraverso gli occhi di un ingegnere”, ha visitato i cortili e il museo della casa, per sfatare i miti legati ad essa e scoprire chi la abita oggi.

Il vicino del Cremlino

La costruzione della casa per gli impiegati della Commissione elettorale centrale e del Consiglio dei commissari del popolo dell’Unione Sovietica, situata nel centro della capitale, iniziò nel 1927, e nel 1931 già un primo gruppo di esponenti dell’élite sovietica si trasferì nei nuovi appartamenti.

Si trattava di una vera e propria città in miniatura, di circa tre ettari. Oltre ai 505 appartamenti, nel complesso c’erano anche degli empori e dei negozi di generi alimentari, una lavanderia, un parrucchiere, un poliambulatorio, un parco giochi sul tetto della casa, un ufficio postale, un telegrafo, una cassa di risparmio, una palestra, il cinema “Udarnik” e il club “Rykov”, ora teatro Estrada.

Il cinema “Udarnik” era il più lussuoso di Mosca. I cittadini ordinari stavano in fila tutta la notte per entrare a una prima, mentre gli abitanti della casa ricevevano i biglietti direttamente senza fare la coda.

Ma il “colosso grigio”, secondo l’idea dell’architetto Boris Iofan, poteva essere di colore rosa scuro. Il colore delle pareti doveva essere in armonia con quello delle mura del Cremlino, infatti era stato stabilito di rivestire la casa con del granito rosa. Ma questa idea fu abbandonata: la centrale elettrica vicina era riscaldata con il carbone e produceva molto fumo, quindi se la casa fosse stata rosa, si sarebbe ricoperta di fuliggine, così si decise di dipingerla color cenere. Neppure la proposta di schiarire il colore della casa negli anni Duemila ebbe successo.

La costruzione dell’ “isola paradisiaca”, come chiamavano la casa, fu più cara del previsto: costò 30 milioni di rubli invece di 5.

Tra i primi abitanti della casa, c’erano i più stretti collaboratori di Lenin, Olga e Pantelejmon Lepešinsk, Aleksej Rykov, comandanti militari e marescialli tra cui Michail Tuchačevskij e Georgij Žukov, gli scienziati Nikolaj Cicin, Artemij Mikojan, e persone celebri nel periodo sovietico: il minatore Aleksej Stachanov, i piloti Nikolaj Kamanin, Michail Vodop’janov e altri. Vivevano nella casa anche i figli di Stalin, Svetlana Allilueva e Vasilij Stalin.

Il paradiso condiviso

Gli ingressi si dividevano in prestigiosi e non prestigiosi: i più esclusivi erano il primo e il secondo, le cui finestre davano sul Cremlino. Erano considerati di prestigio anche gli appartamenti che si affacciavano sulla via Vsechsvjatskaja (oggi via Serafimova). Se invece le finestre davano sulla centrale elettrica o la lavanderia, gli appartamenti erano considerati umili.

Gli appartamenti della casa erano diversi, dai “monolocali” di 40 metri quadri, a quelli composti da sette stanze, che arrivavano ai 300 metri quadri. Per lo più vi erano appartamenti da quattro locali. Tutti gli abitanti godevano di benefici che ai tempi erano inusuali: riscaldamento centralizzato, corrente elettrica e acqua fredda e calda ventiquattro ore su ventiquattro.

Gli appartamenti erano distribuiti secondo i meriti e l’importanza degli abitanti. Il primo piano era destinato al personale di servizio e ai guardiani, mentre l’élite governativa occupava gli appartamenti dal secondo piano in su.

Iofan creò il modello della “casa sovietica” e credeva che in futuro quelle abitazioni sarebbero state abitate solamente da sovietici. Gli appartamenti erano spaziosi e confortevoli, curati con la massima attenzione. Nel bagno c’era una finestra, come si usava in Europa; Iofan infatti aveva studiato in Italia.

Per la cucina, erano destinati soltanto 4-6 metri quadri, poiché le donne sovietiche non avevano tempo per cucinare, era più importante occuparsi delle questioni di stato. La famiglia sovietica doveva mangiare alla mensa e per questo, venivano distribuiti tra gli abitanti delle speciali pietanziere. Secondo i residenti, il cibo della mensa era delizioso, persino migliore rispetto a quello servito ai ristoranti “Metropol” e “National”; le porzioni erano grandi, e i prezzi irrisori.

Su tutti gli articoli per la casa c’era un’etichetta d’inventario poiché tutto era dato in affitto agli inquilini. L’appartamento offriva tutto il necessario: sedie, un divano, una cassettiera, un tavolo da pranzo, un tavolino, una poltrona, una scala, una macchina da scrivere, un armadio e delle stoviglie.

Negli anni ’30 i cortili della casa erano decorati da aiuole e fontane. La vita era una sorta di paradiso comunista, ma gli abitanti dovevano rispettare delle regole severe. Era necessario segnalare in anticipo al Kommandantur le eventuali visite di ospiti. Qualsiasi festeggiamento doveva concludersi entro le 23, e gli ospiti dovevano andarsene. I cortili venivano chiusi e c’erano dei cani di guardia. Se dei parenti dovevano restare per qualche tempo e non facevano in tempo a consegnare i documenti, dovevano passare la notte in albergo o in stazione.

Dove scomparvero gli inquilini

La vita tranquilla per i residenti terminò presto: i primi inquilini si trasferirono del 1931, e già nel 1933 iniziarono gli arresti. I primi anni della repressione staliniana furono caratterizzati da arresti occasionali, che dal 1937 divennero di massa. I vicini potevano anche non rendersi conto della scomparsa di una famiglia, che già al suo posto se ne trasferiva una nuova.

Ogni notte arrivavano nel cortile gli impiegati del Commissariato del popolo per gli affari interni e portavano via le persone in ordine di prelievo. Se qualcuno non era in casa, potevano prendere la prima persona che capitava, semplicemente inserivano i suoi dati nel mandato vuoto.

Venivano arrestati anche le mogli e i figli dei “nemici del popolo”. Le donne scontavano la propria pena nel lager della regione di Aqmola (Kazakistan), riservato alle mogli dei traditori della patria. Per due anni, le prigioniere non avevano diritto di intrattenere una corrispondenza o di mandare o ricevere pacchi.

Nel periodo della repressione, quasi metà degli inquilini furono deportati. Nel 1937, il primo e il dodicesimo ingresso, che conducevano agli appartamenti più grandi e prestigiosi, divennero disabitati e furono chiusi. In alcuni appartamenti, durante gli anni della repressione, si registrarono continui cambi di inquilini – fino a cinque.

Queste oscure pagine sono la parte più tragica della storia della Casa sul lungofiume. Fu arrestata anche la famiglia del celebre scrittore sovietico Jurij Trifonov. La sua vedova, Olga Trifonova, ora dirige il museo della Casa, dove il ricordo degli inquilini è ancora conservato.

All’epoca della Grande Guerra Patriottica (N.d.R. come viene chiamata la seconda guerra mondiale in Russia), la casa fu interamente sgombrata e minata. Dopo la guerra gli inquilini poterono rientrare e la repressione riprese per concludersi solo nel 1953. Il museo aprì nel primo ingresso della casa, nel 1989, nell’appartamento di un guardiano e gli abitanti donarono alcuni loro possedimenti per l’esposizione.

L’ingresso scomparso

Il più celebre mito riguardante la casa sul lungofiume è quello dell’undicesimo ingresso. Infatti, la decima entrata è seguita direttamente dalla dodicesima, mentre dell’undicesima rimane soltanto la porta senza nome.

Secondo la leggenda, l’ingresso scomparso era utilizzato dai membri del Commissariato del popolo per gli affari interni per sorvegliare gli appartamenti, e presumibilmente da qui si intercettavano le conversazioni degli inquilini. Le stanze segrete dell’undicesimo ingresso erano una sorta di distaccamento della Lubjanka. Tuttavia, nel museo viene sfatato questo mito, che viene spiegato così: quando la casa venne affittata, si scoprì che lo spazio per gli appartamenti d’élite della dodicesima entrata era troppo modesto, quindi si richiese ai costruttori di allargare quest’area. Lo spazio fu ricavato a spese degli appartamenti dell’undicesima entrata.

Le guide dicono che l’entrata sia circondata da “cattive energie” ed “auree negative”. Si racconta che accadano strane cose: si sentono voci, pianti di bambini e un grammofono che suona. C’è una leggenda che narra del fantasma di una bambina, figlia di un militare arrestato, che si barricò in un appartamento vuoto e si lasciò morire di fame.

Il pinguino e gli orsi bianchi

Tra i più singolari abitanti della casa c’erano un pinguino e dei topi bianchi. Il pinguino Iljuša visse al terzo ingresso; lo portò dall’Antartide il pilota Il’ja Mazuruk nel 1955. Il pinguino viveva nell’appartamento, in inverno passeggiava sulle rive della Moscova, mentre d’estate si trasferiva in dacia, la cui piscina era piena di pesci vivi. Il padrone tentò di affidarlo allo zoo di Mosca, ma lo accettarono solo per un periodo limitato. Oggi il pinguino imbalsamato accoglie gli ospiti presso il museo della Casa sul lungofiume.

Inoltre, a casa di un esploratore viveva il cucciolo di orso polare Fomka, mentre nell’appartamento del pilota Michail Vodop’yanov c’era una orsa bianca di nome Fimka. Nel 1940, nel giornale “Pravda” fu pubblicata una poesia di Samuil Maršak, dal titolo “Fomka”, che parlava di un insolito animale domestico. Quando i due orsi crebbero, furono portati allo zoo di Mosca. I loro piccoli vivono ancora oggi nella casa, ma questi animali esotici non sono più comuni.

Non parleremo degli attuali inquilini della leggendaria dimora, perché oggi ci abitano persone famose, tra cui attori del teatro Estrada, musicisti, artisti. Ad esempio, il nipote del regista Grigorij Aleksandrov, i discendenti del maggiore dell’aviazione Michail Vodop’yanov e gli attori Aleksej Batalov e Leonid Kuravlev.

Gli appartamenti più prestigiosi, con vista sul Cremlino, sono amati dai vip: la cantante Glukoza, l’attore Aleksandr Domogarov e il cantautore Aleksandr Rozenbaum hanno acquistato un appartamento nella casa.

Tuttavia, molti appartamenti della Casa sul lungofiume sono stati anche messi in affitto, e sono abitati da dipendenti di grandi aziende internazionali. 

Fonte: riamo.ru, 27/11/2017 di Dina Žil’cova, tradotto da Chiara Faini

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Classe 1995, nata a Milano e attualmente studentessa magistrale di Management internazionale. Ho vissuto un semestre a Mosca, dove ho lasciato un pezzo di cuore. In attesa di tornare a riprendermelo, mi dedico alle attività che più amo: leggere, viaggiare, tradurre.

Chiara Faini

Classe 1995, nata a Milano e attualmente studentessa magistrale di Management internazionale. Ho vissuto un semestre a Mosca, dove ho lasciato un pezzo di cuore. In attesa di tornare a riprendermelo, mi dedico alle attività che più amo: leggere, viaggiare, tradurre.