Intervista a Maria Candida Ghidini

Maria Candida Ghidini è Professore Associato di Letteratura russa presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Parma. È autrice di oltre un centinaio di pubblicazioni e diverse monografie.
Collabora come traduttorice per diverse case editrici (Corbaccio, Feltrinelli, Frassinelli, Garzanti, Mondadori, Longanesi, Salani, Utet). Scrive, inoltre, sull'”Indice dei libri del mese“.


Rompiamo il ghiaccio con la domanda con cui siamo soliti aprire le nostre interviste. Come si è avvicinata al mondo russo e cosa la ha spinta a studiare questa lingua complicata ed intrigante?

Scherzando direi la poco interessante e privatissima incoscienza dei 18 anni. Andando un po’ più a fondo, a ripensarci bene è stato un modo istintivo e inconsapevole, magari, di rispondere a un momento storico. Nel mio liceo di provincia arrivavano gli echi del Movimento del 77 e si praticava l’autogestione che noi chiamavamo “Monteore”. Erano dei corsi, durante l’orario scolastico, organizzati dagli studenti stessi, dai collettivi e dai movimenti, ma anche solo gruppi di noi riuniti per interessi. Così si fece un incontro sul samizdat e sul dissenso russo, venne anche a parlare il fondatore di Russia Cristiana, il grande padre Scalfi (che purtroppo è da poco mancato). Le sue parole mi fecero un’impressione fortissima. Poi all’università, non sapendo se scegliere filosofia o lingue, scelsi russo perché mi pareva la letteratura più filosofica.

Nel preparare l’intervista ci siamo resi conto che, visto che si è occupata di letteratura russa in maniera trasversale, avremmo potuto spaziare sia a livello temporale che di tematiche. Cominciamo da una delle sue ultime pubblicazioni: la monografia su Dostoevskij pubblicata da Salerno Editrice. Com’è nato questo progetto? Su quali tratti di questo scrittore si concentra questa sua ultima fatica?

Dostoevskij è stato il mio primo incontro con la Russia: Delitto e castigo letto verso i 15 anni e anche la tesi di laurea verteva in qualche modo su di lui. Occupandomi del primo Novecento, il periodo di riscoperta e consacrazione di Dostoevskij come grande del pensiero, mi sono nutrita dei suoi scritti, o meglio, degli scritti su di lui.

È qui che è nata l’esigenza di andare al di là di questa lunga tradizione di letture e interpretazioni che alla fine per me era diventata quasi un peso, un impedimento a leggere questo eccezionale autore in modo fresco e diretto (lo so che è impossibile una lettura senza mediazioni, ma a volte bisogna un po’ sfrondare). Del resto, anche Proust fa dire a un suo personaggio che, chissà perché, ci si accosta a Dostoevskij in modo troppo solenne. E in questi ultimi anni Serena Vitale (di cui è appena uscita una straordinaria traduzione della Mite) insiste molto sulla comicità di Dostoevskij, sul suo stile assurdo. Così, quando dalla Salerno è venuta la proposta di dedicare a Dostoevskij un volume della loro collana “Il sestante”, che aveva proprio le caratteristiche di una introduzione all’autore nella sua globalità, ho accettato entusiasta, anche se, a dir la verità, ero terrorizzata di non cavarmela (ci ho messo infatti molto più tempo del previsto, ma alla Salerno sono stati pazientissimi).

Dostoevskij Maria Candida Ghidini

Una delle nostre traduzioni che ha avuto più successo parla degli eroi più celebri di Fëdor Michajlovič. Qual è, a suo avviso, il personaggio di Dostoevskij più attuale e quale invece rispecchia meglio il tempo in cui è vissuto l’autore?

Unirei le due cose. La dimensione universale e quella strettamente legata al tempo in cui Dostoevskij scriveva. Mi stupisce sempre come Dostoevskij leghi queste due dimensioni. Pensa e scrive per la sua epoca, ma crea immagini potenti che parlano con la lingua del mito; i suoi personaggi escono dalle pagine di cronaca dei quotidiani e al tempo stesso ci interrogano sulle grandi “questioni maledette” che arrovellano tutti noi. Difficile sceglierne uno. Spinta dall’attualità, però, tiro fuori dal mazzo una categoria intera, quella della donna vittima di violenza. Dostoevskij era un maestro nell’analisi di tutti i modi sottili con cui la violenza annienta, irretisce e imprigiona, l’anima prima del corpo. Nastas’ja Filippovna e Grušenka ne sono un esempio, ma c’è tutta una lunga serie di attualissime vittime senza voce, fin dagli inizi, dalla bambina futura promessa sposa all’attempato viscido Julian Mastakovič in Festa di Natale e il matrimonio.

La sua monografia ci aiuta a studiare il contesto sociale, politico, economico e culturale in cui sono nate le opere dostoevskiane. Lei è stata la traduttrice di un’opera che può essere un buon testo di studio del contesto sociale dell’Unione Sovietica: Propaganda Monumentale di Vladimir Vojnovič. Qual è stato il suo rapporto con questo lavoro?

Mi sono divertita moltissimo. Quando a Roma Enzo Siciliano presentò il libro e fece leggerne un brano a suo figlio, che è un attore, tenni il fiato per vedere la reazione della sala. Che avrei fatto se non avessero riso? Anche Vojnovič era lì che li guardava sornione e aspettava. Poi sono tutti scoppiati a ridere e allora mi sono rilassata.

È impossibile seguire i molteplici fili di quest’opera caleidoscopica: Vojnovič ha un modo di intrecciare satira e lirica che mi conquista, questo vuol dire che anche quando è cattivo gli rimane un residuo di compassione. Nel libro la piccola apocalisse della tranquilla cittadina Dolgov (debiti? dovere?) finisce per raccontare lo sfacelo di tutta la Russia sovietica, ma non solo: si allarga sui destini e sul modo di vivere dell’umanità intera, oltre la precisa congiuntura storico-politica. Poi la lingua: piena di inventiva, classica e gergale al tempo stesso, molto varia e duttile. Chissà adesso come lo tradurrei!

Vojnovič è stato profetico. Scruta il piedistallo vuoto, dove c’era la statua di Stalin e sa che presto un nuovo idolo verrà a sostituire quello vecchio.

Propaganda Monumentale di Vladimir Vojnovič

Vojnovič ci accompagna con un’ironia degna della tradizione satirica russa fino agli anni ’90, un’epoca che nel romanzo viene descritta come del “terrore senza confini”. Vorrei trattare di uno dei protagonisti, sia a livello culturale che politico, di questo periodo e di cui lei ha curato l’introduzione all’opera Il trionfo della Metafisica (Salani Editore): Eduard Limonov. Molti lettori lo hanno conosciuto grazie alla biografia scritta da Carrere, lei come si è avvicinata a questo scrittore?

Devo dire che forse spontaneamente non me ne sarei mai occupata. Non è nelle mie corde. Ci sono incappata quasi per caso nei primi anni Duemila perché la Salani, dopo aver pubblicato Eddy-baby ti amo, mi aveva chiesto qualche consulenza su altri libri eventualmente da tradurre. Così ho cominciato a leggerlo con sistematicità. Il trionfo della Metafisica mi ha subito colpito perché Limonov dà il meglio di sé quando non è concentrato sul proprio io debordante ed è come se la realtà estrema della prigionia e la violenza latente sotto la rigida organizzazione carceraria lo avessero sollevato dal bisogno di colpire e irritare a tutti costi. Insomma, si libera dalle pastoie dell’épatage. Ne guadagna anche la scrittura che diventa scarna ed essenziale.

Limonov Il trionfo della metafisica: Memorie di uno scrittore in prigione

Rispetto al suo essere un personaggio multiforme e contraddittorio, la figura letteraria di Limonov tende a passare in secondo piano. Personalmente ho avuto questa sensazione quando alla presentazione della sua ultima fatica, Zona Industriale (Sandro Teti Editore), si è parlato molto poco di letterature a si sono alzati volutamente i toni su temi più “scottanti”. Eppure nel suo saggio lei difende l’opera di questo scrittore. Perché bisogna leggere Limonov?

È facile cadere nel tranello di Limonov e rimanere invischiati nel suo gioco provocatorio. I suoi libri sono scritti per irritare. E poi oggi le sfumature rossobrune sono diventate di moda, quindi qui lo si rispolvera perché può destare interesse o perché si hanno particolari interessi, mentre in Russia non mi pare abbia poi un grande seguito. Detto questo, a me pare che lo scandalo, l’irritazione, lo sberleffo irriverente o volgare abbiano nelle sue opere la funzione di un procedimento letterario, un procedimento come ce ne sono tanti, spesso studiato a tavolino, costruito pensando all’effetto prodotto. A volte lo scrittore, o meglio la sua maschera io-narrante, con una smorfia sembra volersi scrollare di dosso l’importuno lettore e si degna di comunicare che non voleva neanche scrivere un libro. Ma questo lo fa continuamente anche Dostoevskij con i suoi vari narratori.

I suoi articoli politici, i testi del giornale del suo partito “Limonka”, ma anche il partito stesso e il suo apparato mitologico potrebbero essere interpretati come una sorta di romanzo postmoderno. D’altronde, Limonov dice esplicitamente di aver fondato il partito nazionalbolscevico (il rimando al nazismo e allo stalinismo, e più precisamente alle ideologie totalitarie degli anni Trenta, non è solo nel nome, ma è rivendicato ed esibito) per considerazioni estetiche ed è sempre a modelli estetici che si può ricondurre ogni sua azione o giudizio politico. Insomma, Limonov scrive molto bene, sa tenere attaccato il lettore alla sua parola, spesso conquista per un giudizio preciso e crudele come una staffilata che coglie un tratto improvviso in modo acuto, sbaraglia molti luoghi comuni nell’arbitrio più totale del suo punto di vista, stupisce con inaspettati accessi di empatia e delicatezza. Tutti buoni motivi per leggerlo, anche se alla fine lo trovo ripetitivo (devo dire però che non riesco a tenergli dietro, ultimamente pubblica più di due libri all’anno).

Solitamente chiediamo ai traduttori se c’è un’opera che vorrebbero tradurre. In questa intervista vorremmo continuare a svariare chiedendole di indicarcene tre: una per l’Ottocento, una per il periodo sovietico ed una più recente dagli anni ’90 in poi.

Mi piacerebbe tradurre ancora Dostoevskij, ritornarci con occhi nuovi, dopo averlo tanto letto. Magari le sue piccole cose, dove riusciva mirabilmente a tenere a bada tutto il materiale in fermento. O L’adolescente che mi sembra un po’ trascurato tra i grandi romanzi del Pentateuco. Del periodo sovietico mi piacerebbe rispolverare Jurij Dombrovskij di cui ci siamo dimenticati da tempo, ad esempio il suo ultimo racconto, Mano, piede, cetriolino. Per l’opera recente, infine, avessi tempo mi piacerebbe dedicarmi a un libro non narrativo, La neve sull’erba di Jurij Norštejn. Sono due volumi in cui il grande regista racconta se stesso in maniera indiretta, tutto attraverso i propri lavori e le grandi immagini dell’umanità.

Concludiamo l’intervista chiedendole un consiglio. Molti tra i nostri lettori sono studenti universitari o russofili interessati al mondo della traduzione. Ha dei suggerimenti da dare a chi vuole percorrere questa strada?

A essere sincera, devo dire che dal punto di vista pratico e strategico non sono molto abile e quindi poco qualificata per dare consigli. La situazione attuale non è delle più rosee, anche i grandi traduttori si trovano a fare i conti con un mercato editoriale fluido che vuole tutto, subito e per pochi spiccioli. È così perfino nel mondo universitario, dove devi “produrre” ogni anno qualcosa, mentre le idee, almeno a me, germinano lentamente, nutrite di tante letture e di tempo. Appunto, letture e tempo penso che siano i requisiti di un buon traduttore, oltre al percorso di studi. La media delle traduzioni è migliorata rispetto a quella di una generazione fa, c’è una consapevolezza più diffusa, ci sono strumenti raffinati e soprattutto c’è per fortuna quello che non manca mai al genere umano: tanti giovani appassionati che sono il lievito del mondo. Spero solo che la società costruita dalla mia generazione non li mortifichi troppo.

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

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