La strada verso il cielo

Stando alle parole di Juarij Gagarin, egli ricevette il suo biglietto per lo spazio a Orenburg. Proprio qui il futuro cosmonauta terminò gli studi e diventò un pilota. Nel 1963 l’istruttore di Gagarin, Anatolij Kolosov, anch’egli di Orenburg, rilasciò un’intervista in concomitanza del secondo anniversario del lancio del “Vostok”. Il professore venne a sapere via radio del volo nello spazio del suo studente; sentì un cognome a lui familiare, e non riuscì a credere alle proprie orecchie, finché alcuni giornalisti non iniziarono a importunarlo con le loro domande.

La trascrizione del racconto di Kolosov, insieme al resto del reportage, è conservato nell’archivio statale della regione di Orenburg. È possibile ascoltare l’audio a questo link. Materiale a cura di Maksim Putincev.

Intervistatore: Attenzione, il nostro microfono si trova ora sul sito di lancio. Tra qualche secondo avverrà il decollo. Il razzo è diretto verso il cielo azzurro, la lancetta dei secondi sta terminando il suo ultimo giro, tutti attendono con il fiato sospeso. Cinque, quattro, tre, due, uno, via! Dall’ugello del razzo esplode una lingua di fuoco. Inizia il decollo, sempre più veloce, ed ecco che si vede soltanto un punto nel cielo azzurro.

Sto intervistando il progettista capo. Forse non lo sentite, è in imbarazzo e parla a bassa voce. Nessuno lo chiama Vladimir Ivanovič, ma Volodja Mitrjaev, è uno studente della 7A, scuola numero 73.

Quanti razzi ha lanciato nella sua vita?

V.M.: È difficile dirlo con precisione. Ho effettuato quindici lanci.

Intervistatore: Il prossimo intervistato è un ricercatore. Forse risulterà essere una persona un po’ più risoluta. Inoltre, studia nel nono corso della 23° scuola. Quali sono stati i suoi decolli più interessanti?

R.I.: Per lo più ci occupiamo di decolli sperimentali. Razzi di peso più elevato, che testiamo con animali, ad esempio topi. Ora sto lavorando al terzo prototipo di questo razzo, che lanceremo a maggio.

Intervistatore: Anche quello verrà lanciato con a bordo un topo? Lui cosa sente durante il volo?

R.I.: Nulla. Il primo lancio è stato fallimentare, e il secondo…

Intervistatore: Il topo è morto?

R.I.: Sì, e anche durante il secondo lancio. Perché è fallito l’atterraggio.

Intervistatore: Quindi ci sono già state vittime sacrificate per la scienza.

R.I.: Sì, ma probabilmente il lancio di maggio sarà un successo. Perché abbiamo imparato dagli errori che abbiamo commesso. Mi auguro che tutto vada bene.

Intervistatore: Nessuno tra di voi vuole diventare astronauta?

R.I.: Sì, forse sotto sotto tutti lo desiderano.

Intervistatore: E progettisti o ricercatori?

R.I.: Sì, certo.

Intervistatore: Certo, questa è una generazione particolare. La prima generazione nella nuova epoca dello spazio. Ora sentiamo cos’ha da dirci il progettista capo, Volodja Mitrjaev.

V.M.: Quando è stato lanciato il primo razzo, io non ne avevo compreso appieno l’importanza.

Intervistatore: Questo lo dice una generazione pronta ad appropriarsi della luna e di marte. La generazione di una nuova era, che è entrata nella vita adulta già dal primo lancio. Passeranno gli anni, e noi, uomini di questa epoca e testimoni oculari, racconteremo alle nuove generazioni di questo giorno. Così, vogliamo ricordare com’è andata.

 

1.jpg

 

È stato due anni fa. Era una normale giornata lavorativa, la radio trasmetteva notizie. Nelle ampie distese del nostro paese era iniziata la semina, nuove fabbriche e miniere cominciavano a funzionare. Ed ecco: “Il giorno 12 aprile 1961, nell’Unione Sovietica è stata mandata in orbita intorno alla Terra, per la primissima volta, la navicella spaziale “Vostok”, con una persona a bordo. Il pilota e astronauta dell’astronave “Vostok” è un cittadino dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche, il maggiore Gagarin Jurij Alekseevič”.

Abbiamo atteso questo giorno, ed è arrivato così inaspettatamente. Là, sopra di noi, ad un’altezza vertiginosa, si trovava il nostro connazionale, il pilota e astronauta Jurij Alekseevič Gagarin. Ricorderete questo giorno, cari compagni? Il mondo intero è stato catturato da un vortice di gioia e allegria. E nello spazio, lasciò la sua prima impronta un uomo che, prima di andarsene, disse:

Y.G.: È difficile parlare dei sentimenti che ho provato quando mi hanno proposto di compiere questo primo volo nella storia. Felicità? No, non era soltanto felicità. Orgoglio? Nemmeno, non era neppure solo orgoglio. Ho provato un’enorme felicità nell’essere il primo uomo nello spazio, lanciandomi in uno straordinario scontro faccia a faccia con la natura. Si potrebbe chiedere di più? Dopo di che, pensai alla colossale responsabilità che gravava su di me: essere il primo a fare ciò che aveva sognato un’intera generazione, il primo a spianare la strada per l’umanità nello spazio. E se, tuttavia, mi fossi deciso ad accettare, lo avrei fatto soltanto perché sono un comunista, perché alle mie spalle ci sono modelli di eroismo esemplare, miei compatrioti dell’Unione Sovietica. So che mi servirà tutta la mia volontà per compiere questa impresa nel miglior modo possibile. Impegnandomi in maniera responsabile, farò del mio meglio per portare a termine il compito affidatomi dal Partito Comunista e dal popolo sovietico.

Intervistatore: Poi, dopo il primo lancio di Yuri Gagarin, vi furono le diciassette orbite di German Titov, le sessantaquattro di Andrijan Nikolaev e le quarantotto di Pavel Popovič. Erano pronte al decollo persone di cui neppure si conoscono i nomi. Ma quel giorno, iniziammo a sentire il nome di Jurij Gagarin. Abbiamo afferrato con impazienza le prime copie dei giornali con il suo grande ritratto in prima pagina. Ma che tipo era? Per la prima volta vedemmo i suoi occhi chiari, il sorriso smagliante, e naturalmente noi di Orenburg leggemmo più e più volte questa riga: “Ho studiato alla scuola aeronautica di Orenburg”. Gagarin aveva camminato per le strade della nostra città, aveva volato sulla nostra steppa. Qui, il capitano Anatolij Grigorevič Kolosov gli aveva insegnato a volare a bordo di un aereo militare. Siamo riusciti a incontrare quest’ultimo in questo giorno di festa.

In primo luogo, Anatolij Grigorevič, voglio farle i migliori auguri per la festa del 12 aprile [N.d.R. giorno dei cosmonauti]. Questo è un giorno di festa per tutti i cittadini sovietici, ma per lei è una doppia festa perché proprio il suo ex allievo è diventato il primo astronauta al mondo.

A.K.: Grazie!

Intervistatore: Come rispondereste a questa domanda: perché proprio Jurij Gagarin è diventato un astronauta?

A.K.: Questa è una domanda difficile, è impossibile rispondere direttamente. Lui stesso ha sempre agito correttamente, e in genere tutti noi piloti riteniamo che un astronauta debba essere una persona in salute, la più preparata, coraggiosa, determinata, tenace. E Jurij Alekseevič Gagarin è proprio questo. Ricordo spesso quando era soltanto un cadetto nel mio gruppo. Dal primo sguardo, dal primo incontro con lui, ciò che lo distingueva era l’enorme risolutezza. Si distingueva per l’ottima disciplina, la preparazione teorica. Ma la cosa principale era il suo desiderio di diventare un pilota.

Un esempio della sua tenacia: tutti devono affrontare fasi complesse dell’addestramento, e una persona con un carattere debole, una volontà fragile, che non è abbastanza preparata alle difficoltà, naturalmente fallisce e non diventa un buon pilota. Anche ammettendo che riesca a diventare un pilota, non riuscirà mai ad essere tra i migliori. Lui si distingueva perché era un ragazzo caparbio e risoluto, fondamentalmente un gran lavoratore. Eppure, non era molto bravo con gli atterraggi…

 

2.jpeg

 

Intervistatore: Immagino ne sarà stato preoccupato.

A.K.: Non troverà mai un cadetto indifferente ai suoi fallimenti durante i voli. Incluso lui, anche Yuri era così. Si preoccupava terribilmente. Noi tutti lo sostenevamo, rassicurandolo sul fatto che avrebbe volato bene. I fallimenti possono capitare. Ci lavorò sopra, analizzando ogni aspetto, e alla fine volò in maniera impeccabile. Ecco un esempio di quanto fosse costante e volitivo. E arrivò lì, a ciò che desiderava con tutte le sue forze: lo spazio.

Intervistatore: Allora lui non parlava del suo sogno?

A.K.: Le dirò persino che tutti, a quel tempo, la ritenevano una cosa impossibile. Anche se, dopotutto, non è passato così tanto tempo…

Intervistatore: E com’è stato quel giorno di due anni fa? Se lo ricorda?

A.K.: Me lo ricorderò per sempre. Lì abbiamo un centro di comando, dove si tenevano delle lezioni. Io uscì, e il comandante, Vladimir Michailovič, che era stato suo professore, si fermò in strada. Era nuvoloso. Proprio in quel momento l’annunciatore iniziò a parlare: “Il cittadino dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il maggiore Jurij Alekseevič Gagarin…”. Mi domandò: “Hai sentito, non è il tuo cadetto?”. Risposi: “Sì, abbiamo avuto ben pochi Gagarin qui”. Eppure era un ragazzo comune. Beh, volava bene, a scuola era bravo, era disciplinato e tenace. Ma chi tra i cadetti non lo è? Quello doveva essere un pilota straordinariamente bravo a volare, con approfondite conoscenze tecniche, un uomo forte e tutto il resto. Nemmeno trenta minuti dopo, te lo ricorderai, arrivò una macchina che ci portò immediatamente a scuola, in un’aula piena di giornalisti. Tutti cercavano di cavarci qualche informazione: “Ci racconti!”. Ma io non sapevo cosa dire.

Intervistatore: Certamente, siete stati colti di sorpresa.

A.K.: Fu una giornata molto bella. L’astronautica entrò nella nostra vita, nella nostra quotidianità, come una parola ordinaria. Prima era come qualcosa di irreale, ora diventava una parola comune: astronautica.

Intervistatore: Lavorate da molto tempo qui?

A.K.: Da cinquantacinque anni. Fino ad oggi.

Intervistatore: Quindi da qui sono passati tanti cadetti. E tra questi, ce ne sono stati tanti con la stoffa dell’astronauta? Che avevano il potenziale necessario?

A.K.: Le dirò, in molti mi fanno questa domanda, davvero tanti. Gagarin ha preso il diploma nella nostra scuola: per i cadetti è un vanto, dicono: “Beh, abbi pazienza, forse diventerò un astronauta anche io”. E tu gli puoi dire: “Lavora, impegnati e volerai. E potrai sulla Luna o su Marte”.

Intervistatore: Com’è stato il vostro primo incontro?

A.K.: Nulla di eccezionale. È rimasto un ragazzo comune, non è cambiato in nulla. È proprio com’era prima, sorrideva e rideva anche. Ha fatto grandi cose, ed è bello vedere che è rimasto la stessa persona.

Intervistatore: Ora, nella scuola dove ha studiato Jurij Gagarin, regna il silenzio. Ci sono gli esami. Diamo un’occhiata a una delle classi. C’è un ragazzo robusto, di altezza media, che indossa le spalline azzurre tipiche dei cadetti; è evidente che sia preparato, che sappia tutte le risposte. Come si usa fare, si alza in piedi e annuncia: “Il cadetto Gagarin è pronto a rispondere”. Aspettate, come Gagarin? A quanto pare, Yuri Gagarin è stato sostituito in classe dal suo omonimo Vladimir Gagarin.

Vladimir, vorrei farti qualche domanda. È difficile portare lo stesso nome del primo astronauta della storia?

V.G.: Certo, non è facile, ma allo stesso tempo è un onore. È difficile perché sulle mie spalle gravano delle responsabilità particolari, ma sono orgoglioso del fatto che il mio cognome sia così famoso, e cercherò di rendergli onore.

Intervistatore: A che altezza siete arrivato finora?

V.G.: Per il momento, 4500 metri, non di più.

Intervistatore: Cinquanta volte più in basso del suo omonimo, no?

V.G.: Sì. Ma già quest’anno arriveremo ai 6000, e ci stiamo preparando per i voli. Tra qualche giorno andremo al campo di aviazione. E adesso stiamo dando degli esami specialistici.

Intervistatore: E come le stanno andando gli esami?

V.G.: Stanno andando bene, ne ho già dati due con ottimi risultati.

Intervistatore: Qui a Orenburg, come dice lui stesso, Jurij Gagarin ha ottenuto il suo biglietto per lo spazio. Per primo ha spianato il sentiero verso l’ignoto. Gli succedettero diversi compagni. Arriverà il momento in cui questo sentiero diventerà una grande strada, una strada verso il cielo. Forse lo percorrerà anche uno dei protagonisti del nostro reportage. Se così non fosse, abbiamo qualche omonimo di Gagarin, persone coraggiose, preparate, che amano la propria patria. Il nostro paese è ricco di eroi.

Fonte: diletant.media, 14/06/2018, tradotto da Chiara Faini

Classe 1995, nata a Milano e attualmente studentessa magistrale di Management internazionale. Ho vissuto un semestre a Mosca, dove ho lasciato un pezzo di cuore. In attesa di tornare a riprendermelo, mi dedico alle attività che più amo: leggere, viaggiare, tradurre.

Chiara Faini

Classe 1995, nata a Milano e attualmente studentessa magistrale di Management internazionale. Ho vissuto un semestre a Mosca, dove ho lasciato un pezzo di cuore. In attesa di tornare a riprendermelo, mi dedico alle attività che più amo: leggere, viaggiare, tradurre.