Ho disobbedito e mi hanno tolto tutto, mi hanno tolto i figli

Una detenuta racconta l’amore lesbico, la vita dei bambini “carcerati”, e il lassismo in una colonia penale femminile.

Cosa succede dentro le mure delle colonie penali russe, Galina Vorob’eva lo sa perfettamente e non per sentito dire. Sul curriculum di questa madre di tre bambini si leggono due condanne scontate nelle carceri Leningradskaja e Možajskaja. Criminali, lotta per la sopravvivenza, lesbismo e separazione dai figli. Sebbene la maggior parte di coloro che sono stati incarcerati non ami affatto parlare dei proprio trascorsi dietro le sbarre, Vorob’eva ha accettato di raccontarlo a “lenta.ru” e riportare dettagliatamente la vita dentro una colonia penale femminile russa.

Galya (diminuitivo di Galina, ndr) è nata a Rybinsk, nell’oblst’ di Jaroslavl’. Galya rimase con la madre dopo il divorzio dei suoi genitori e a 10 anni entrò in un orfanotrofio, mentre suo padre si era rifatto una famiglia. A 16 anni cominciò a vivere da sola lavorando come sarta, ma ben preso questa indipendenza le fece perdere il controllo su se stessa; serate con gli amici e droghe leggere per poi passare ad eroina e anfetamina.

“Mi hanno beccato”

Nella vita di ogni tossico esistono momenti di lucidità. Mi sono sposata, ho dato alla luce un bambino e una bambina. Ma presto comincia la  frustrazione, la noia, si tirano i remi in barca, e si ha voglia di più “movimento”. Così ogni tanto me ne andavo a fare serate con gli amici. Due o tre settimane di assenza per me era una cosa normale. Nel 2007, quando ero già separata da mio marito, i servizi sociali mi tolsero l’affidamento dei miei figli.  Mio padre si prese sulle sue spalle la loro tutela, nonostante non ci frequentassimo minimamente. Probabilmente si sentiva in colpa per la sua totale assenza nella mia infanzia.

Nel 2010 ci fu un altro tentativo di ricominciare una vita normale. Cominciai a lavorare e cercai di diventare una persona normale. Smisi di bucarmi, ma iniziai a bere. Semplicemente scambiai una dipendenza per un’altra. Quando bevi, fai facilmente amicizia con nuove persone, e così entrai a far parte di una compagnia di ragazzi. I miei nuovi amici rubavano, si occupavano di rapine e truffe varie. E con loro cominciai anch’io a rubare. Infine, dopo un’ennesima rapina in cui avevano rubato ad un tizio telefono e soldi ci schedarono tutti. Tuttavia mi diedero una (ultima, ndr.) possibilità: libertà condizionata con obbligo di firma e divieto di allontanarsi dal luogo di residenza. Ma io non diedi importanza alla cosa, specialmente alla firma, e tornata nella compagnia commisi nuovamente un furto, ma questa volta mi arrestarono direttamente.

Trascorsi 8 mesi in un centro di detenzione in misura cautelare. Dopo essere entrata in contatto con i delinquenti della mia compagnia ero abbastanza familiare con le usanze di questo mondo. Esiste questa idea nota come semejničestvo,  che consiste nel fraternizzare solamente coi propri compagni/e di cella. Esattamente quello che feci io:  fatta amicizia con due sokamernize (due compagne di cella, ndr.)  condividevamo quel poco che avevamo, il cibo specialmente, mentre con le altre avevamo rapporti freddi.

“Le detenute sono pericolose”

Nel 2012 mi hanno dato tre anni e mi hanno mandato nella colonia penale “Ul’janovka” nell’oblast’ di Leningrado. Le donne di per sé sono creature complicate, ma le detenute sono un gruppo ancor di più preoccupante, sono tutte disturbate.

La chiave del successo in prigione è “adattarsi con tutti”:  per non scontrarsi con l’amministrazione , e soprattutto per mantenere rapporti stabili con le altre carcerate devi saperti difendere. Io ero sicura di sé, e ho subito poca pressione fisica,  ma non si può dire lo stesso per quella psicologica. Gli sforzi erano enormi, ogni giorno era necessario far valere i propri diritti: per il proprio posto in mensa, nel magazzino, nella zona fumatori, per la presa elettrica e ancora per altre piccole cose. Ma se te ne stavi zitta, se non riuscivi difendere la tua opinione, se non eri in grado di cavartela, allora ti umiliavano, senza pietà. I soprusi dilagano, ti dicono tutto quello che pensano di te, ti mettono la colla nel profumo, negli indumenti e altre schifezze varie. Quando sei fuori, queste cose sono bazzecole, ma quando sei dentro sono una sorta di provvedimenti disciplinari, e se ne ricevi, puoi star certa di non ottenere la libertà condizionale. Tutti vorrebbero uscire, ma se fai la stupida le altre carcerate faranno il possibile per metterti i bastoni tra le ruote.

Colonia rieducativo N°2 presso il villaggio di Ul’janovka. Foto: FSIN

Uscita dalla quarantena, mi diedero una divisa taglia 52, mentre io porto la 44. Il completo della carcerata tipo consisteva in una giacca-gonna o una giacca-pantaloni. Una signora si offrì di stringermela per un pacco di sigarette e 100gr di caffè. Le diedi l’uniforme, ma subito dopo capii che mi aveva fregato: non si fece viva per oltre due settimane, e alla fine la trovai nella “kurilke”  (area fumatori). La presi fa parte e le chiesi gentilmente: “E il nostro accordo?”, la signora in questione era dentro da tempo ed evidentemente aveva deciso di prendersi gioco di una novellina: “Tu chi sei? Aria!” Anni di frequentazione con criminali e tossici mi avevano più che preparata a queste eventualità, e la riempii di schiaffi. Dopo alcune ore, la signorina mi fece avere la divisa ristretta e restituì le sigarette. E così ottenni il mio primo provvedimento disciplinare.

Durante il primo periodo di reclusione devo dire di esser stata fortunata, specialmente per il nostro brigadiere (capo gruppo) Jana, dentro ormai da 16 anni, nonché compatriota di Jaroslavl’. Infatti, esiste una legge tacita secondo cui i “zemljaki” (coloro che son nati nella stessa città e/o regione) devono aiutarsi l’un l’altro. Jana sovrintendeva tutto alla perfezione e e si accordava direttamente con l’amministrazione, tutti si rivolgevano a lei per chiedere aiuto anche se lei era molto severa.

Quando ero ancora in quarantena mi spedirono un pacco con stivali, maglioncini colorati, guaine termiche e corsetti vari. Benché ti possa trovare in carcere, si ricerca un minimo di comodità e, perché no, bellezza, quando nella colonia si gira solo in uniforme: foulard monocolore, giaccone e scarpe. Ma chi si trova da tempo dietro i cancelli della carcere ed è “apprezzato” dalla amministrazione, può godere di permessi vari e girare in abiti non formali. Mi rivolsi a Jana per ricevere aiuto e nel giro di poco tempo, benché novellina ,mi permisero di portare i miei stivali e un dolcevita. Jana mi aiutò anche con il lavoro. All’inizio mi avevano assegnato in uno stabilimento di tessuti, ma là pagavano una miseria, 300-400 rubli al mese (4-5 euro, ndr). Jana mi inserì in una fabbrica che si trovava all’interno la colonia dove si realizzavano prodotti in plastica. Lo stipendio era di 2000 rubli al mese ( circa 27 euro, ndr) più bonus per gli straordinari, sufficiente per permettersi sigarette e caffè.

“Ho disobbedito e mi hanno tolto tutto, mi hanno tolto i figli”

Sono uscita da Ul’janovk nel gennaio del 2015 con l’intenzione di non metterci mai più piede. Tornata a Rybinsk trovai lavoro come cameriera. Il direttore del caffè era a perfetta conoscenza dei miei trascorsi ma nonostante questo mi accolse ugualmente. Tutto andava alla grande, fino ad un certo punto. Iniziai a frequentare un ragazzo di cui rimasi incinta, ma solo dopo scoprii che era un tossico. Lui non riuscì a farla finita con le droghe e ci separammo. Una volta andai a trovare amici, e di nuovo ricominciai a bere.

Mi sono lasciata andare e son tornata a rubare. Lo stesso 2015 mi diedero  due anni e mezzo. Il procuratore me ne voleva dare cinque, ma il mio capo e alcuni vicini testimoniarono a mio favore, e presi il minimo. Arrivai alla colonia Možajskaja al nono mese di gravidanza, una pancia enorme. Mi trascinavo dietro due pesantissime valigie. Nessun secondino mi diede aiuto. Con me c’erano altre due donne con due neonati di 3 e 9 mesi. Le guardie carcerarie si presero i bambini e risposero a insulti alle madri che chiedevano dove li portassero. Subito capii che in questo posto sarebbe stata dannatamente dura.

Foto: Fondazione Protjani Ruku

Dopo il parto cominciai a lavorare come inserviente presso la “casa del bambino” che si trovava dentro nella colonia. Un impiego inteso come una sorta di congedo di maternità di 71 giorni. Dovevo badare a 15 bambini che piangevano e urlavano costantemente per la fame. Ero letteralmente sfiancata dal lavoro e moralmente distrutta. Vidi mio figlio solo dopo 4 mesi.

Nel 2010 le carcerate potevano vivere insieme ai figli ma a causa di una infezione i bambini cominciarono a morire e il corpus di “coabitazione” fu definitivamente chiuso. Nel 2012 fu riaperto, ma le mamme vivevano comunque separate dai loro figli. E così, in dieci mamme, cominciammo a protestare contro l’amministrazione per essere spostate in una abitazione dove potessimo stare coi nostri bambini. Scrivemmo reclami al presidente per i diritti umani e per i diritti del bambino. Avevo un’amica avvocatessa, Julia, che ci aiutò in tutto questo.

La maggior parte dei nostri reclami non uscirono mai dalle mura del carcere.  Quelli dell’amministrazione se ne venivano fuori con scuse di ogni tipo; semplicemente non volevano aver responsabilità a riguardo, e inoltre avrebbero dovuto fare ulteriori controlli e verifiche sul carcere, cosa di cui non avevano minimamente intenzione. Addirittura ci nascosero dai rappresentanti della commissione degli osservatori sociali (ONK), affinché non ci lamentassimo con loro. A nostra volta cominciammo a minacciare che avremmo denunciato le regole disumane della colonia se non avessimo avuto la possibilità di stare coi nostri figli. Alla fine, quando il mio Matvej aveva circa 8 mesi cominciammo a vivere assieme.

Mio figlio non vide nulla di più dolce di una carota. Ero in costante ricerca di qualcosa che avesse un minimo di sapore, e soprattutto vitamine. Cioccolatini, biscotti e frutti erano vietati. Ovvero, si poteva scegliere solo dal menù ufficiale, ma c’erano soltanto mele verdi. Matvej ricevette la sua prima banana quando aveva un anno e mezzo, non sapeva che farci con quella cosa gialla. Una volta ogni sei mesi una mia amica mi inviava un pacco pressoché vitale per far fronte alla mancanza di salviette umide, giocattoli e pannolini.

Quando guardi tuo figlio e capisci  che non gli puoi dare nulla, muori dentro, letteralmente. Il fatto che io lo stessi crescendo in una colonia penale mi ha molto turbato e ho ripensato a tutta la mia vita. Mi ripetevo che avrei fatto il possibile purché Matvej si dimentichi del luogo in cui è nato.

Foto: Vladimir Velengurin / TASS

Non sono rimasta con le mani in mano neanche riguardo alle cure riservate ai nostri figli e ho cominciato a girare per uffici affinché cambiassero i trattamenti sui bambini. L’assistenza medica era terribile, i bambini li ammazzavano di antibiotici. Quando uno si ammalava non lo isolavano dal gruppo, e questo ovviamente contagiava tutti gli altri. E immediatamente facevano iniezioni con farmaci pesanti a chiunque, pure ai neonati. Mio figlio è come se fosse un tossico, su di lui piccole quantità di medicinali non hanno alcun effetto, e tutto ciò perché a Možajka gli somministravano un antibiotico d’ampio spettro come il Cefrtiaxone (tanto potente che nei neonati potrebbe causare la encefalopatia, ndr).

Una volta avevo in braccio una bimba di appena 8 mesi che aveva cominciato ad strillare quando le si avvicinò l’infermiera con la puntura. La piccola l’aveva riconosciuta e aveva capito che le avrebbe fatto del male. Si aggrappava a me con le sue manine. Non lo dimenticherò mai!

Con questo sistema è impossibile far qualcosa per migliorare. I secondini ti rispondono frasi del tipo: “E tu a cosa stavi pensando quando commettevi crimini, ah?!” E tu ovviamente non puoi ribattere, perché sai che hanno ragione. Per quanto tu possa cercare di fargli capire che sono solo bambini, questi ti rispondono che sono figli di criminali. Criminali e bambini sono messi sullo stesso piano. Rendersi conto della propria impotenza di fronte a tali ingiustizie è deprimente.

“Non sono lesbica!”

Mentre nell colonia di Ul’znovsk l’impeto della passione era irrefrenabile, a Možajka la “morale” regnava sovrana. Per lesbismo chiamava le cose col proprio nome, e a riguardo punivano severamente, e per questo se ne vedevano pochi di questi rapporti “sbagliati”. Comunque queste relazioni esistevano, ma erano segrete, nel caso lo avrebbe saputo solo una ristretta cerchia di persone. Al contrario, nella colonia dell’oblast’ di San Pietroburgo tutto avveniva alla luce del sole. Bigliettini, regali, attenzioni, tutto come in una normale relazione etero, ma tutto più complicato ed estremamente diverso. Per tre anni, per tre lunghi anni ero schifata da tutto questo. 

Appena arrivai nella colonia mi accorsi che un ragazza mi fissava quando pranzavo in mensa. Sentivo su di me il suo sguardo, costantemente. Una mattina trovai sul comodino una tazza di caffè caldo, della cioccolata e un bigliettino con scritto “Vuoi che ci frequentiamo?”. Le ragazze mi dissero che la “benefattrice” era proprio la ragazza della mensa. La incontrai in cortile e le spiegai che non ero per niente lesbica. Nonostante ciò mi venne dietro per oltre mezzo anno, mostrando una perseveranza impressionante. I regali non mancavano ovviamente: cartoline, gel per la doccia, magliette colorate, profumi, tutti prodotti vietati dentro la colonia. 

Foto: Dmitrij Lebedev / «Kommersant’»

In questo casino tutte si davano da fare, indipendentemente dalla lunghezza della pena, eppure per me queste cose erano e sono inammissibili. Sono stata educata con l’idea che le relazioni devono essere solo tra uomo e donna.Se a voi piace il contrario, prego, fate pure, ma senza di me.Le coppiette si appartavano in vari modi: nelle cuccette (coprivano con delle lenzuola il primo piano del letto a castello), negli scantinati delle fabbriche…tutti lo sapevano, lo tolleravano e giravano la testa dall’altra parte. Quando vedevo queste schifezze non stavo zitta, sputavo.

Nella prima colonia in cui vissi punivano pesantemente l’omosessualità, talvolta anche con l’isolamento. Tuttavia, vi era più umanità nei confronti delle carcerate. E questo lo capii perfettamente una volta entrata nella colonia penale Možajka. Chi amministrava quel posto, non erano altro che donne crudeli. Al contrario, a Ul’janovsk noi tutte avevamo un ottimo rapporto con la responsabile del nostro gruppo. La nostra “mama” sovrintendeva circa 130 persone ed era al corrente della vita di ognuna. L’amministrazione locale ci incoraggiava ad ottenere la libertà condizionata chiedendo di impegnarci nel lavoro, partecipare spontaneamente alle iniziative locali, e non trasgredire le regole. Grazie a questa strategia in quella colonia c’erano poche spie, non ve ne era la minima necessità.

A Možajka funzionava in tutt’altro modo. Il detenuto sorvegliava l’altro,  e viceversa. Tutti facevano la spia. L’intera colonia era pervasa da una atmosfera maligna.

“Non devo lasciarmi andare”

Il 13 novembre 2017 liberarono me e Matvej, quando aveva 2 anni e un mese. Prima di entrare in carcere avevo due camere in un appartamento, ma la vecchietta con cui lo condividevo morì mentre mi trovavo in colonia e sua figlia vendette la sua parte. I nuovi proprietari hanno accatastato nelle mie camere tutte cianfrusaglie e rifiuti del condominio al punto che il soffitto è ceduto e le finestre si sono rotte. Ora come ora nelle mie camere è impossibile viverci e non ho i soldi necessari per riparare tutto. Durante i primi mesi dopo la scarcerazione io e mio figlio abbiamo vissuto in una rifugio per donne dove ho preso parte ad un programma di riabilitazione per liberarmi dalle abitudini della prigione.

Galina Vorob’eva con Matvej

Adesso ci sta ospitando una mia amica. Le idee sono molte, voglio vivere normalmente come una persona qualunque, portare mio figlio al parco giochi, lavorare e così via. Voglio recuperare i contatti con i parenti, e specialmente coi miei figli maggiori e riottenere il loro affidamento.  Devo dare a Matvej tutto il possibile perché cresca bene. Avevo bisogno di due pene per capire ciò che mi è stato donato. Adesso non devo lasciarmi andare, non devo mollare. Certo, tutto questo me lo ero meritato, ma c’è una categoria di persone che non ti giudica, e che ti aiuta a rialzarti. Questi sconosciuti ci hanno dato attenzioni e compassione, e a loro sono estremamente grata.

Galina è una delle partecipanti al progetto “Bozroždenie” (Rinascita, ndr), organizzato grazie al fondo di beneficienza “Protjani ruku” (Tendi la mano, ndr) assieme alle donazioni governative. Il progetto è finalizzato all’inserimento nella società delle donne recentemente scarcerate, le quali si trovano ad affrontare il primo periodo di libertà, nonché il più duro.

Fonte: lenta.ru ,2 Aprile 2018 di Ljubov’ Širižik, Traduzione di Simone Ferroni.

Veronese dal 1994, ho conseguito una laurea in Lingue e Politica Internazionale all’Università Ca’Foscari di Venezia. Da sempre appassionato alla storia che riguardano l’Europa Orientale e l’Eurasia, ho avuto modo di entrare in contatto con il multiculturalismo russo ad Astrakhan’ in occasione di un programma overseas. Successivamente ho lavorato a Bruxelles dove mi sono avvicinato alle tematiche riguardanti la geopolitica delle rinnovabili e la politica europea di vicinato.

Simone Ferroni

Veronese dal 1994, ho conseguito una laurea in Lingue e Politica Internazionale all'Università Ca'Foscari di Venezia. Da sempre appassionato alla storia che riguardano l'Europa Orientale e l'Eurasia, ho avuto modo di entrare in contatto con il multiculturalismo russo ad Astrakhan' in occasione di un programma overseas. Successivamente ho lavorato a Bruxelles dove mi sono avvicinato alle tematiche riguardanti la geopolitica delle rinnovabili e la politica europea di vicinato.