Sulle tracce del rock sovietico. Intervista a Vladimir Rekšan

Il rock sovietico è una delle mie passioni. L’ho scoperto anni fa, con i Kino, e la sua vibrazione mi è rimasta dentro. Questa passione mi ha fatto nascere il desiderio di ricostruirne la storia. Così approdo per la millesima volta a Pietroburgo, capitale indiscussa del rock russo. È una soleggiata giornata di giugno, sto andando a visitare un museo di cui sono venuta a conoscenza grazie a un film di recente uscita, “Leto”. Per questa pellicola sono stati utilizzati strumenti d’epoca presi in prestito proprio da qui. Prima di avventurarmi ho preso contatti con il suo direttore, Vladimir Rekšan. Mi piacerebbe incontrarlo e fare due chiacchiere con lui, ho molte curiosità a cui vorrei dare risposta. Mi dà appuntamento, e mi dice che quel giorno il museo è chiuso e lo apre solo per me. Prevedo già un incontro lungo e interessante.

Il museo in questione si chiama «Realii russkogo roka» (I Realia del rock russo www.realrusrock.ru, NdR) – si trova in questa struttura che ospita varie esposizioni d’arte “non formale” permanenti e temporanee. È composto da due stanze non tanto grandi ma piene zeppe di storia, con una collezione di oggetti, locandine, strumenti musicali fatti a mano, libri, dischi, destinata a diventare sempre più grande e completa.

Vladimir mi accoglie con la tipica cortesia dei russi, mi fa subito sentire la benvenuta pur senza accennare mai un sorriso. “Hai fatto bene a venire” mi dice, “sono vecchio e presto sarò morto. Hai ancora poche possibilità di conoscere questa storia da chi l’ha vissuta. Molti dei miei amici sono già venuti a mancare a causa del consumo di alcool”. Non capisco se scherzi o no, con i russi, come ho detto, è difficile. Provo a ridere, caso mai fosse una battuta, e gli chiedo il perché di questo museo. Mi parla di missione e di qualcuno che forse dall’alto ha previsto un compito per ogni persona di questa terra. Lui, laureato in storia, è stato uno sportivo che ha rappresentato l’Unione Sovietica all’estero. Dopo un trauma al ginocchio si è dedicato alla musica, fondando il gruppo “Sankt-Peterburg”, la prima rock band oltrecortina a cantare in lingua madre. In seguito si è occupato di letteratura, tenendo anche dei corsi di poesia presso il rock club di Leningrado. Solo di recente è tornato alla sua prima passione, la storia, aprendo questo museo.

Vladimir Rekšan
Vladimir Rekšan
Come è cominciato il movimento rock di Leningrado?

Il fenomeno di massa, diventato poi famoso con il nome di “rock sovietico”, è cominciato a metà degli anni ‘60, quando alla radio sono stati trasmessi alcuni pezzi dei Beatles, presentati come “i nostri amici operai di Liverpool”. Parliamo dell’Unione Sovietica, al tempo non c’erano computer o smartphone, ma la radio era sempre accesa. Ovviamente tantissimi studenti nel Paese hanno sentito queste canzoni. Metà dei miei compagni di classe il giorno dopo erano diventati fan dei Beatles (in russo esiste addirittura un termine specifico, “Beatlemane”. NdR). Certo, prima qualcuno si era interessato ad altri, come Elvis Presley, ma era un fenomeno molto limitato, mentre qui parliamo di un fenomeno di massa.

Come riuscivate a entrare in possesso di dischi stranieri? In teoria era proibito…

È sbagliato dire che era proibito. Questi dischi non si vendevano nei negozi, ma in un modo o nell’altro la musica arrivava. Leningrado era una città portuale, dove attraccavano navi da diversi paesi, e poi abbiamo la Finlandia accanto, dalla quale, negli anni ‘60 e ‘70 venivano in massa per ubriacarsi durante il fine settimana perché da loro la legge non lo permetteva. Si faceva amicizia, ci si organizzava per farsi portare cose, non c’era nessun problema di informazione. Chi voleva, trovava quello che cercava. Per esempio, il mio vicino aveva su bobina la metà dell’album dei Beatles “Please please me”, e io me l’ero copiato. C’erano già i primi registratori. Poi è nato il commercio, copiavamo i nuovi dischi e li vendevamo per due rubli. All’epoca non era una cifra così modesta. Per capirci, un biglietto della metro in quegli anni costava 5 copeche. Verso i 19 anni avevo comprato alcuni dischi al mercato nero, e tutti i giorni andavo a scambiarli con altri. Tutti i giorni. Ci ritrovavamo in un giardino vicino alla prospettiva Nevskij, un gruppo di 20, 30 o 40 giovani e scambiavamo. Ma proprio in questo c’era adrenalina. Come quando vuoi vedere la tua amata e escogiti un modo per farlo!

Pietroburgo è stata la prima città in Russia dove i giovani hanno cominciato a suonare rock?

Credo che in tutte le città il fenomeno sia cominciato in contemporanea. Tutti avevano sentito quelle prime canzoni dei Beatles alla radio. Ovviamente le città più importanti sono state Pietroburgo e Mosca.

Perché allora proprio la musica rock di Pietroburgo è diventata un fenomeno così noto?

Anche a Mosca c’erano molti musicisti, ma provenivano tutti da famiglie legate al partito o alla nomenklatura. Il rock però, di per sé, è un fenomeno di folklore cittadino, è musica popolare. Da noi c’erano solo persone semplici. In seguito la capitale del rock si è trasferita a Ekaterinburg. Anche lì i musicisti erano semplici studenti, nessuno era legato al partito, in questo senso erano molto vicini a noi di Leningrado.

Allora eravate in contatto con i musicisti delle altre città?

Per la mia generazione, fino alla metà degli anni ‘70 non c’era nessun contatto. I contatti sono iniziati quando un gruppo rock di Mosca, Mashina vremeni, ha iniziato a frequentare Pietroburgo. Finché non abbiamo cominciato a registrare la nostra musica non poteva esserci nessuno scambio di informazioni.

Come avete cominciato a registrare senza poterlo fare ufficialmente?

C’era lo studio di Andrej Tropillo, un vecchio pazzo amico mio. Aveva una formazione tecnica e si occupava già di concerti rock. Nel 1981 è diventato direttore dello studio di registrazione nella Casa degli scolari e dei pionieri (si trattava di centri ricreativi per bambini, diffusi in Unione Sovietica, nel quale questi svolgevano attività artistiche di vario genere, NdR). Lì la notte registravano i musicisti che lui conosceva. Lo studio è stato attivo per 5 anni e vi è stata incisa tutta la musica migliore di quegli anni. I primi 10 album degli Akvarium, il primo dei Kino, degli Alisa, degli Zoopark… insomma tutto! Gratis ovviamente, fino alla perestrojka. Cos’è in fondo la perestrojka se non il passaggio dal socialismo al capitalismo? Erano opere fatte quasi a mano, dei samizdat. Il disco veniva registrato su bobina, poi venduto per pochi soldi, copiato e diffuso.

Come si è sviluppato il movimento?

Ci sono stati tre momenti, lo dico come storico. Il primo periodo, quando ho iniziato a suonare, il governo aveva forse addirittura una certa simpatia per noi. Anzi, all’inizio il rock rappresentava un progresso della tecnica, con le chitarre elettriche, gli amplificatori, i microfoni. Quando chiedevano perché cantassimo in inglese, una lingua di nemici del popolo, rispondevamo che erano canzoni contro la guerra in Vietnam e loro erano contenti. Addirittura all’interno dei giovani comunisti furono organizzati due o tre concorsi sull’esecuzione di queste canzoni. Il livello musicale era alto, i gruppi universitari avevano una formazione musicale, necessaria per suonare canzoni altrui. Quando siamo arrivati noi, e poi gli Akvarium, per esempio, inizialmente il livello è calato. Perché le nostre canzoni potevamo suonarle come volevamo. Poi è iniziato il secondo periodo: nel 1969 a una serata studentesca al Politecnico (si chiamavano “serate di riposo per gli studenti”) c’era un gruppo chiamato Flamingo che cantava canzoni occidentali. Il collettivo studentesco allora poteva invitare i gruppi popolari e anche pagarli qualche soldo. Sono arrivate persone da tutta la città, hanno staccato porte e finestre per entrare. Il concerto si teneva nell’Aula Magna dove una volta Lenin aveva tenuto un discorso. Qualcuno dopo ha denunciato la band dicendo che sul palco da cui Lenin aveva parlato si era esibita una cantante nuda. Nonostante nel gruppo fossero tutti uomini. La cosa è diventata penale, ci sono state indagini, ma alla fine tutto si è chiuso senza conseguenze perché di fatto non c’era nessuna cantante nuda. Il gruppo, dalla paura, ha smesso di suonare. Dopo sono iniziate le pressioni, niente di catastrofico, ma hanno iniziato a metterci dei limiti. Non posso parlare di repressione, non erano più i tempi di Stalin.

Questo è l’inizio del secondo periodo?

Sì. Volevano che cantassimo canzoni scritte da compositori sovietici o che dessimo in anticipo il programma dei concerti. Non vedo molta differenza con quello che succede oggi nella metro di Parigi, i musicisti vogliono suonare e presentano al Comune la scaletta dei brani. Non erano limiti che ci disturbavano particolarmente. In questo periodo sono apparsi i primi organizzatori di concerti segreti e il movimento è diventato underground. Nel ‘69 ho fondato il gruppo Sankt-Peterburg. Al primo concerto, in preda all’adrenalina, mi sono strappato la camicia e ho gettato via le scarpe. Avevo fatto proprio la cosa giusta: il giorno dopo eravamo delle star, tutti parlavano di noi. In questo periodo è nata la “Pop-federacija” (una federazione non ufficiale di band underground NdR), dove sono entrati molti gruppi. Hanno iniziato a organizzare concerti segreti notturni fingendo di girare film sulla gioventù ribelle dell’Occidente. Era una cosa geniale, considerato che in questo Paese il KGB sapeva tutto. Fingevano di chiamare da una casa cinematografica di Leningrado e domandavano aiuto per trovare una sala. Non hanno mai controllato quello che succedeva davvero. E le sale erano gratis, in Unione Sovietica nessuno chiedeva soldi per nulla.

Come potevate fidarvi del pubblico?

Io avevo la responsabilità delle persone che portavo. Non conoscevo in anticipo il luogo del concerto. Chiamavo il cosiddetto “numero cospirativo” – mi spiega poi che era una sorta di numero segreto, non sapeva chi gli avrebbe risposto – dicevo il numero del mio gruppo, per esempio 6, e mi comunicavano l’indirizzo. A quel punto chiamavo i miei conoscenti e gli dicevo dove ci saremmo visti, prendevo 3 rubli da ognuno e li davo al fondo della Pop-federacija. Per comprare nuove apparecchiature e cose varie. Ma alla fine tutti soldi venivano rubati. Il governo non immaginava neppure che potessimo organizzare cose del genere: spesso veniva un gruppo polacco, gli Skaldy, che di sera faceva i concerti ufficiali e la notte suonava ai concerti clandestini. Quando temevamo che arrivasse la polizia, facevano circolare due informazioni, con due indirizzi diversi. Nessuno è mai stato arrestato per questo. Solo per ragioni commerciali. Il governo ormai era già più morbido.

Intervista a Vladimir Rekšan

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Disco simbolo del tentativo di porre fine alla guerra fredda. Prodotto in California da Joanna Stingray, che allora intratteneva stretti rapporti d’amicizia con diversi esponenti del rock di Leningrado. Una copia del disco fu inviata dalla stessa Stingray a Regan e Gorbachev, per dimostrare che dove non arrivava la politica, arrivava la musica. Il governo si sentì obbligato a dimostrare che aveva un buon atteggiamento nei confronti dei musicisti rock e pubblicò ufficialmente alcuni album degli Akvarium

E i soldi rubati di cui parlava?

Scoprii che il tizio che organizzava i nostri concerti e si spacciava per uno dei giovani comunisti, in realtà voleva i soldi per finanziare un capovolgimento armato del potere. Nel suo gruppo, avevano tutti un grado, e lui era il generale. C’erano anche un colonnello e un tenente. Nessuno lo sapeva, a me lo aveva confessato una ragazza dell’associazione con la quale avevo una relazione all’epoca. La cosa non è andata a buon fine. Quando ho detto che continuavamo a versare i soldi guadagnati ai concerti ma non venivano comprate nuove apparecchiature, hanno escluso il mio gruppo dalla federazione. Non potevamo più suonare. In compenso, dopo poco, tutti gli altri gruppi hanno subito interrogatori e problemi con la legge. Ma non sapevano di cosa accusarli, ricevevano delle offerte, cosa che non era proibita. Nessuno vendeva biglietti, altrimenti sarebbero finiti in carcere.

Potevano escluderli dal partito però…

Sì, ma cosa perdeva una persona? Forse qualcuno ci è rimasto male, ma la vita non cambiava di tanto.

Boris Grebenščikov (leader degli Akvarium) quando ha perso la tessera di partito, ha perso il lavoro all’università.

Il tenore di vita era uguale per tutti in Unione Sovietica, nessuno moriva di fame e nessuno era ricco. Inoltre una piccola pressione da parte del governo è anche positiva. Se nessuno presta attenzione a ciò che fai, dopo un po’ perdi anche la motivazione, ti chiedi perché ti sbatti tanto su quel palco.

Vuol dire che il rock è peggiorato da quando è diventato legale?

Il rock è un’operazione commerciale che permette di guadagnare moltissimo. In Russia, però, per 20 anni nessuno ha guadagnato nulla, anzi. I musicisti usavano i propri soldi per organizzare concerti, avere apparecchiature… Se la gioventù era pronta a fare tutto questo gratis era perché per loro era un movimento religioso. Ora la Russia è un paese diverso, borghese. Tutti i fenomeni propri dell’industria rock si verificano anche qui. Però in qualcosa ancora si distingue. Oggi qui una star del rock guadagna quanto un cantante pop, ma l’atteggiamento è diverso. Un musicista rock in Russia non girerà mai in pelliccia e pieno d’oro, tutti ricordano ancora quei tempi e nessuno ama mostrare di essere diventato ricco.

Solo questo distingue il rock russo da quello occidentale?

Ovviamente no. Il rock in Russia non è musica, è letteratura. Dal punto di vista musicale lo stile con cui si suonava qui non era nuovo, era un calco di quello che veniva suonato da altre parti. Ma se parliamo di contenuti, possiamo dire che è un vero e proprio sistema filosofico. Tutti i suoi più grandi esponenti, Coj (Kino), Ševchuk (DDT), Kinč (Alisa), erano in primo luogo dei letterati, capaci di mettere in parole la propria filosofia. Questa musica, obiettano molti, non serviva a nessuno in occidente. Ma anche Puškin, il massimo poeta russo, non è molto conosciuto all’estero. Come lui, anche i nostri musicisti erano geniali nel loro contesto ma incomprensibili agli altri. Questa è la differenza più grande.

Dal punto di vista di uno storico, può spiegare come è arrivato il terzo periodo, quello del Rock club? Quando il governo vi ha dato finalmente via libera?

Ai vertici, chi si occupava della sicurezza del paese e dei movimenti giovanili, sapeva che la musica rock era molto amata. Sapevano che c’era malcontento nella nuova generazione, le persone volevano suonare, ma non avevano modo di portare avanti la carriera… Devono avere analizzato la situazione. In pochi sanno che nel 1977 ci fu un decreto del comitato centrale del partito comunista sull’attività della gioventù artistica. Avevano capito che bisognava fare qualcosa, il KGB sicuramente aveva dato delle raccomandazioni. Erano già attivi gruppi di giovani artisti e proprio in quel periodo venne aperto il Rock club. Era un movimento da entrambe le parti: i musicisti volevano svolgere la loro attività legalmente e il governo aveva deciso di dargli una possibilità per poterli osservare più da vicino. Ci sono molte opinioni in proposito e, a distanza di anni, molti organi dell’allora sicurezza di Stato hanno riscritto la propria storia. Dicono di essere stati loro ad aver portato la libertà e i musicisti a loro volta dicono invece di essere stati loro. Ma è semplicemente la storia a essere andata in questo modo. All’interno dell’Urss c’era sì questo mostro di nome KGB, ma anche questo ha vissuto momenti diversi. Venivano invitati a fare parte del KGB gli studenti particolarmente bravi e che non erano mai stati segnalati per azioni illecite. Questi studenti erano gli stessi che venivano ai nostri concerti, gli stessi amanti dei Beatles. Erano già rovinati. La musica rock ha cambiato dall’interno i cittadini sovietici rendendoli liberi. Questi nuovi cittadini hanno cambiato anche l’aspetto dello Stato. Non eravamo dissidenti, i dissidenti erano persone come Solženicyn, esiliati in Siberia che continuavano a scrivere, la nostra era semplicemente musica.

Una volta sui giornali ufficiali avevano scritto che sarebbe venuto Santana a suonare in piazza del Palazzo. Alla fine non c’è stato nessun concerto, ma la gente è rimasta in strada per protesta, volevano le scuse ufficiali. Era la prima volta che i cittadini si riversavano sulle strade a dimostrare malcontento dai tempi della Rivoluzione d’Ottobre. La prima. Ed è stato per un concerto rock!

Il rock allora ha influenzato l’avvento della perestrojka e la caduta dell’Unione Sovietica?

Ovviamente. Si tratta di politica “de facto”, noi proponevamo un nuovo modello di comportamento, quello del cittadino libero. Ma per la libertà si deve pagare. Io non ho mai permesso che qualcuno fosse aggressivo nei miei confronti per i miei capelli lunghi, ma non ero tra quelli che venivano presi e a cui venivano tagliati i capelli. Solo sono stato squalificato da alcune gare sportive per il mio aspetto.

E sull’influenza del rock sui processi politici del Paese…

Ha influenzato le persone che doveva influenzare. La politica non è sempre rivoluzione, la politica è ciò che si sviluppa dentro e intorno a te. Cos’è un paese? È una somma di persone, se un numero sufficiente di persone cambia, allora cambia anche il paese.

Ma vi ribellavate apertamente contro qualcosa, come i giovani in Occidente con la guerra in Vietnam, o semplicemente era un genere musicale che vi piaceva suonare?

Nel periodo che mi riguarda, non ci ribellavamo contro nessuno in particolare. Nessuno pensava “Ora vado e mi ribello contro Brežnev!”. Non era un movimento politicizzato ma in realtà tutte le azioni erano politiche. Ogni generazione deve avere i suoi simboli e i suoi eroi. Per i nostri genitori, che hanno vissuto la guerra, erano i generali. Noi siamo stati fortunati, non abbiamo dovuto vivere l’esperienza della guerra. Per questo i nostri eroi erano John Lennon, Rekšan – parla di se stesso – il simbolo di questa generazione erano i musicisti rock. Per molti è stato Coj.

A proposito di Coj, come è diventato un simbolo?

Come ho detto, ci sono stati tre periodi rivoluzionari: a un certo punto è arrivato il rock. Poi sono apparsi gruppi che cantavano le proprie canzoni ed è iniziato l’underground. Infine lo sviluppo della musica ha coinciso con quello dello Stato. È il momento della perestrojka, quello più famoso. Il Paese si avviava verso la democrazia e ha accettato il rock. Ha permesso ai musicisti di diventare famosi. Tra questi non tutti sono ancora vivi. Bisogna dire che per diventare una figura cult bisogna uscire di scena all’apice del successo, quando si è ancora attraenti sessualmente. Come John Lennon, Visockij, Gesù Cristo, Viktor Coj… Tutti ricorderanno Grebenščikov (Akvarium, NdR) come un saggio con la barba, ma non come un personaggio di culto. Mick Jagger passerà alla storia come una scimmia rugosa… Saranno le vecchie fotografie a restare. Neanche Hemingway è sempre stato così vecchio come si è abituati a vederlo. Tolstoj non ha scritto Guerra e Pace con quel barbone con cui lo conosciamo.

Può raccontare qualcosa dei kvartirniki, i concerti non ufficiali organizzati negli appartamenti? (La parola Kvartirnik viene appunto da “kvartira”, appartamento, NdR)

Molti non avevano altro modo per suonare, inoltre si poteva guadagnare qualcosa. La gente faceva delle offerte per i musicisti. Era una festa, di norma c’era una ventina di persone, una sbronza collettiva. Anche io l’ho fatto molte volte, ero giovane e volevo suonare. Lo faccio anche qui nel mio museo, organizzo piccoli concerti kvartirnik, la cosa più interessante di questo tipo di concerti è che vedi le persone in faccia e loro vedono te. È una cosa che sta tornando di moda.

Anche se c’era il rock club?

Il rock club non era altro che la Casa delle arti popolari, uno spazio che apparteneva a molti: collezionisti di francobolli, amanti dei pesci… e in fondo c’era una camera dove si riuniva il consiglio del rock club. Ma c’era una sala da 500 posti, dove si potevano fare concerti. All’inizio non era molto interessante, preferivo andare al bar Sajgon che era nella stessa via. Mi considero un membro indipendente dell’underground. Poi la cosa si è movimentata, sono arrivati nuovi musicisti, stava per salire al potere Gorbačëv. Dopo sono iniziati i festival, e tutto il resto… Tutti sapevano che il rock club di Leningrado era il posto libero del Paese. Intorno a questo club la vita riniziava a girare.

Intervista a Vladimir Rekšan

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Basso realizzato a mano

Detto questo, mi accompagna a fare un giro del museo raccontandomi delle curiosità sugli oggetti esposti. Poi mi congeda gentilmente. Oggi, mi ricorda, la Russia gioca contro l’Uruguay e vorrebbe riuscire a vedere almeno il secondo tempo. Questo fatto mi riporta alla realtà. Siamo nel 2018, gli anni ‘70 sono passati da un pezzo e, fuori da quest’angolo di passato, tifosi di tutto il mondo fanno festa per le strade. Già, la Russia oggi è un altro Paese…

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Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione.

francesca.loche@gmail.com

Francesca Loche

Nata a Cagliari, dove il sole splende 300 giorni l’anno, ha scelto Mosca con i suoi freddi e lunghi inverni come città adottiva. Attualmente insegna italiano presso l’università Higher School of Economics di Mosca, è interprete freelance e coltiva senza sosta le sue passioni per la Russia, i viaggi e la traduzione. francesca.loche@gmail.com