L’ultimo baluardo della demografia: a che età i russi diventano genitori

I millennial crescono e rimandano il più possibile il crearsi una famiglia e l’avere figli. I nati nel XXI secolo sognano una famiglia con due-tre bambini. Nel frattempo i quarantenni rimediano alla situazione demografica dando alla luce chi il primo, chi il quarto figlio.

Un tempo i figli si facevano prima. Del resto, a sentire gli anziani, un tempo anche il cielo era più azzurro e l’acqua più bagnata. Ma, per quanto riguarda le nascite in Russia, il Rosstat (l’Istituto nazionale di statistica della Federazione Russa, NdR.) è d’accordo con loro. Oggi, secondo i dati di Rosstat, l’età media in cui si diventa madri è 28,4 anni: non proprio l’adolescenza, quindi, ma in ogni caso un’età ancora giovane.

Ricordando le parole della protagonista del film sovietico Mosca non crede alle lacrime, che si convince con l’esperienza che la vita inizia solo a 40 anni, si evince che 28 anni sia proprio l’età giusta. Anche se, per la verità, la protagonista del film a 40 anni ha già una figlia liceale.

Se c’è qualcuno che si preoccupa della maternità a 28,4 anni, forse, sono proprio le autorità, che guardano alle statistiche del Rosstat e vedono che le russe hanno sempre meno fretta di avere figli. Il dato sconforta perché nella metà degli anni ’90 il primo figlio si aveva a 25 anni e forse anche un po’ prima, mentre, dalla metà degli anni 2000 fino al 2016 l’età media delle madri è aumentata visibilmente. Oltre tutto, in campagna l’età media per la nascita dei figli è di 27,3 anni, mentre le abitanti delle città partoriscono a quasi 29 anni.

Non è mai tardi per rimandare

La tendenza all’invecchiamento della maternità non è un fenomeno nuovo: la nascita di un figlio a 40 e più anni, anche in Russia, ormai non è più un fatto esotico. Non solo, ma il trend mondiale dell’”invecchiamento” delle mamme (così come dei papà) e del matrimonio in età più tardiva è arrivato in Russia con grande ritardo rispetto a Stati Uniti e Europa. “Questa tendenza ha iniziato a definirsi negli altri paesi già negli anni ’70 del secolo scorso, mentre da noi si è verificata solo nel XXI secolo”, afferma il direttore dell’Istituto Demografico dell’Università Nazionale di Ricerca della Higher School of Economics (HSE) Anatolij Višnevskij.

Dato che il trend dell’”invecchiamento” è globale, ha senso analizzare la generazione dalla quale è cominciato qua da noi, e cioè quella dei millennial. In occidente i millennial sono studiati in lungo e in largo dal momento che, in particolare negli Stati Uniti, questa generazione ha superato di numero (92 milioni) in modo evidente persino la generazione dei baby-boomers (77 milioni), fa notare in una sua ricerca Goldman Sachs.

Degno di nota non è tanto il fatto che i millennial in America siano tanti, quanto che si comportino in modo del tutto diverso rispetto alle generazioni precedenti.

In Russia le ricerche su questo tema sono apparse solo di recente. Nel 2017 il direttore del dipartimento di sociologia economica e dei laboratori di ricerca socio-economica della HSE, Vadim Radaev ha presentato la ricerca sulla generazione dei millennial Addio, semplice cittadino sovietico: un’analisi sociologica delle dinamiche intergenerazionali. L’autore ha spiegato che gli interessa la generazione più anziana dei millennial (dai 18 ai 35 anni), dal momento che ha ipotizzato che proprio qui sono avvenuti dei cambiamenti qualitativi, una specie di frattura.

Utilizzando i dati sulla situazione economica e sullo stato di salute della popolazione russa della Scuola Superiore di Economia, Vadim Radaev ha svolto una ricerca sulla generazione dei millennial, la cui età media nel 2016 era 27 anni (nati nel 1989). “Non più bambini, certamente. Ancora non possiamo sapere come si comporteranno in futuro, ma possiamo dire con certezza che rimandano la nascita del primo figlio. Tra l’altro, se li paragoniamo alla generazione precedente, che io chiamo generazione della riforma, si nota un’enorme differenza tra le due”, racconta a Kommersant.

Vadim Radaev porta a esempio questa statistica: nel 2016 il 54% dei millennial non aveva figli. Dal momento che la generazione precedente in quel momento era molto più anziana, non si poteva comparare direttamente, per questo Radaev ha preso la generazione “della riforma” quando l’età media era la stessa, 27 anni, quindi nel 2002. “Si evince che alla stessa età, solo il 31% della generazione precedente non aveva figli. Insomma la differenza non è significativa solo statisticamente, non si parla del 4-5%, ma del 23%”. Si parla di un’età in cui, secondo una concezione consolidata nel nostro paese, le persone dovrebbero avere già dei figli.

C’è ancora un dato interessante: spesso i demografi mettono in relazione l’aumento dell’età in cui si partorisce il primo figlio con fattori come l’aumento dell’età in cui ci si accasa. Non si parla solo di matrimonio ufficiale, ma di qualsiasi tipo di unione, compresa la convivenza. “Si può dire con assoluta certezza che i millennial rimandano non solo il matrimonio, ma anche le relazioni stabili” sostiene Vadim Radaev. Nello specifico, secondo una sua stima, nel 2016, tra i millennial, il 41% non è e non è mai stato sposato. In confronto, alla stessa età tra la generazione “della riforma” solo il 24% non era sposato.

I millennial entrano anche più tardi nel mondo del lavoro perché studiano più a lungo. Vivono più a lungo con i genitori anche se, a differenza della generazione precedente, da questo punto di vista hanno più possibilità. “La generazione precedente voleva andarsene al più presto dalla casa dei genitori ma non aveva dove andare, era difficile permetterselo. Adesso la situazione è molto migliorata: è possibile pagare l’affitto senza problemi. Ma molti non vogliono vivere per conto proprio e se ne vanno più tardi. A cosa è legato? In termini tradizionali suona in modo un po’ infelice, ma questo fenomeno è chiamato rallentamento della crescita”, racconta Radaev.

Il paradosso è che questo rallentamento della crescita non è associato, né dai demografi né dai sociologi, all’infantilismo. “Il fatto non è che sono infantili, ma è che la situazione sta cambiando. Che cos’è il periodo dell’ingresso nell’età adulta, se non la condizione demografica in cui una persona si trova, convenzionalmente parlando, tra i 17 e i 25 anni? Questo periodo è caratterizzato dalla ricerca attiva e dalla sperimentazione. I giovani cercano se stessi. In Russia o altrove è lo stesso. E questo periodo di sperimentazione adesso diventa sempre più lungo”, assicura Radaev.

I giovani continuano a cercar  e questo è in parte dovuto all’aumento delle possibilità. “Direi che le generazioni precedenti avevano due-tre traiettorie da seguire. Ne sceglievano una e a quella traccia si attenevano, punto. Invece ora hanno milioni di possibilità. O almeno sembra che ne abbiano”, continua. Per questo i millennial non hanno fretta di sistemarsi, poiché un lavoro e una relazione stabile, o a maggior ragione dei figli, sono in qualche modo percepiti come dei binari.

Famiglie numerose nel mirino

Secondo i ricercatori la differenza chiave tra i millennial e tutte le altre generazioni è il fatto che il periodo in cui sono entrati nell’età adulta è coinciso con il periodo più florido per l’economia del nostro paese, gli anni 2000. “Per qualsiasi generazione, l’aspetto principale non è il periodo in cui si nasce, ma il periodo in cui si raggiunge la maggiore età. I millennial sono diventati adulti nell’epoca migliore, quella dal 2000 al 2007”, racconta Radaev. Un periodo d’oro: quello della crescita economica, dell’aumento del reddito reale, della stabilità politica. “Nessun’altra generazione è entrata nell’età adulta in condizioni così propizie”, nota Radaev.

È probabile che questo ingresso confortevole nella maggiore età abbia “rilassato” i millennial. Ma ecco che da quando hanno raggiunto i 17 anni sono iniziate le difficoltà: la crisi del 2008 e poi quella del 2014-2016.

È possibile che questo costringa la generazione più giovane a temporeggiare ancora di più con la scelta della carriera, la creazione della famiglia e la nascita dei figli. Ma forse saranno proprio loro che, più rapidamente delle generazioni precedenti, suppliranno, anche se in differita, a questa carenza. “È una domanda senza risposta, perché è al di fuori dell’ambito della ricerca, ma osservando ho notato che adesso ci sono diverse tendenze. In passato cos’era considerata una famiglia tradizionale? Mamma, papà e due figli. Ma adesso sta emergendo l’idea che una famiglia tradizionale è composta da madre, padre e tre figli”, spiega Radaev.

In effetti, l’emergere della tendenza in alcune famiglie russe ad avere molti figli fu notata già nel 2015, in una ricerca del vicedirettore dell’Istituto di Demografia della HSE Sergej Zacharov. Nel suo elaborato Le nuove tendenze della natalità in Russia alla luce delle teorie demografiche esistenti, notò che una in una parte delle famiglie russe si delinea questo trend: le donne hanno più spesso un terzo e un quarto figlio, l’intervallo tra le nascite si accorcia, così ci si crea prima una famiglia. Ma se si considera il fatto che le nuove generazioni non si affrettano a fare il primo figlio, secondo le parole di Sergej Zacharov, nel nostro paese si stanno sviluppando due tendenze opposte.

Accanto alla crescita del numero di famiglie di tipo “occidentale” – con pochi figli che nascono più tardi, sta avendo luogo il rinascimento della tradizionale famiglia numerosa.

Tra le generazioni nate nella seconda metà degli anni ’80, il numero delle donne che resteranno senza figli potrà avvicinarsi al 15% (questa è la media nei paesi sviluppati). Ma dal momento che qua non si tratta di infertilità, ma della decisione di avere figli più tardi, secondo Zacharov è possibile che questa storia abbia un lieto fine: la nascita di un figlio.

D’altro canto, una parte delle famiglie russe si muove nella direzione opposta: verso un modello più tradizionale. “La famiglia cresce con la nascita del terzo o del quarto figlio. La maternità per di più ‘diventa più giovane’. Le donne nate negli anni ’80 hanno alte probabilità di avere il terzo figlio verso i trent’anni, cosa che non si vedeva dalla generazione nata negli anni ’50”, fa notare nella sua ricerca Sergej Zacharov.

Una anno fa una serie di media pubblicò una notizia con il link ai dati pubblicati dal Ministero del Lavoro, secondo i quali all’inizio del 2017 in Russia si contavano 1,6 milioni di famiglie numerose, quindi, il 33% in più rispetto ai dati del censimento della popolazione russa del 2010 (1,2 milioni). E nel novembre scorso sul sito ufficiale del municipio di Mosca è apparsa la notizia sul raddoppio, nella capitale, del numero delle famiglie numerose – dai 65.500 ai 130.000 nel periodo tra il 2010 e il 2017. Un piccolo sondaggio spontaneo tra i miei conoscenti moscoviti, certo senza nessuna pretesa di rilevanza scientifica, ha dato risultati interessanti.

Le risposte più comuni alla domanda “Perché avete deciso di avere il quarto figlio?” sono state: “è capitato”, “è stato un caso” e “mio marito voleva un maschio” (e nella famiglia ci sono solo figlie femmine).

Quindi la gente che ha fatto in tempo a vivere i tempi in cui i bambini portavano il fazzoletto rosso e suonavano la tromba dei Pionieri, adesso vive in condizioni migliori per quanto riguarda la casa e il livello di vita. Ma tanto quanto prima non ce la fanno a pianificare la famiglia.

La ricerca vera, quella di Zacharov, fa un ritratto socio-demografico dei gruppi nei quali si osserva un aumento della natalità. Secondo i dati del ricercatore, le nascite del terzo e del quarto figlio avvengono per lo più in campagna, soprattutto nelle repubbliche nazionali e tra i gruppi etnici anche in passato “avevano una natalità alta”. “Le grandi città della Russia ricevono flussi migratori dai gruppi etnici e culturali che tendono ad avere più figli. In questo la Russia, insomma, non si distingue dagli altri paesi sviluppati, dove nella struttura della natalità ha un peso sempre più crescente il ruolo degli immigrati, che contribuiscono all’aumento delle famiglie numerose, anche nelle città. Succede anche nelle campagne, ma in modo meno evidente per chi non è ‘del mestiere’. Questo è il fattore principale”, sostiene Zacharov.

L’ottimismo è in crescita

Dal punto di vista delle prospettive demografiche del paese, non è importante solo la visione che ha della famiglia e dei figli la generazione più anziana dei millennial, che iniziano ad avvicinarsi al limite superiore dell’età riproduttiva, quanto la visione che ne ha la generazione nata nel XXI secolo.

Gli specialisti della Higher School of Economics hanno fatto un sondaggio, in forma di questionario, tra più di 5500 alunni delle scuole superiori da diverse regioni, dalla Russia Centrale alla regione del Volga, dagli Urali alla Siberia. I risultati hanno fatto intendere che la famiglia ha per gli adolescenti non poca importanza: tra i 5 valori principali la famiglia è il leader assoluto: è stata nominata quasi dai tre quarti (72,5%) dei partecipanti. Al secondo posto l’amore (58,4% dei rispondenti), e al terzo la salute (52,4%). Seguono gli amici e il successo (43,6% и 36,1% rispettivamente).

Secondo il direttore del laboratorio di profilassi del comportamento antisociale dell’Istituto della Formazione della HSE, Artur Rean, agli intervistati è stata posta una domanda diretta: è la famiglia una condizione necessaria alla felicità? Il 68% degli adolescenti ha risposto in modo affermativo, però è risultato anche che essi non considerano affatto la famiglia di provenienza un esempio da imitare. Per il 58% dei ragazzi “la famiglia attuale, quella dei genitori, non è un modello né un punto di riferimento” secondo il ricercatore.

La situazione più interessante che la ricerca evidenzia è quella che riguarda l’orientamento alla genitorialità. La maggior parte degli intervistati (quasi la metà) ha in programma di avere due figli, il 15% vorrebbe avere un figlio. “Tuttavia, contrariamente alle aspettative, molti hanno dichiarato di volere tre figli, ben il 39%. Una tendenza simile è stata osservata dai demografi già da qualche anno,” si dice nella ricerca. E se queste prospettive si realizzeranno, porteranno una crescita tangibile della popolazione, sostiene Artur Rean.

Se la famiglia media ha due figli, la popolazione si riproduce mantenendosi uguale, ma se ne ha tre significa che essa è in aumento.

Bisogna tuttavia tenere presente che c’è una differenza tra il numero di figli che si vorrebbero avere e quanti se ne hanno effettivamente. Una parte degli intervistati col tempo può riconsiderare i propri piani. Ma questo vale senza differenze anche per tutte le altre generazioni, come dimostrano i risultati dell’indagine del VCIOM (Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica) condotta sulla popolazione adulta a gennaio di quest’anno. Alla domanda: “Quanti figli vorreste avere idealmente, senza considerare le vostre attuali condizioni di vita?”, il 40% ha risposto “due” e il 28% “tre”. Ma quando il VCIOM ha fatto la stessa domanda, ma tenendo in conto le condizioni di vita reali, solo il 4% dei rispondenti ha confermato di voler avere due figli e solo il 2% non ha rinunciato al progetto di averne tre. E quasi l’80% degli intervistati ha affermato di non volere più altri figli, bastano quelli che ci sono già.

 

Fonte: Kommersant.ru; 17/03/2018; articolo di Marija Glušenkova; tradotto da Daria Mangione

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Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull’Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.

Daria Mangione

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull'Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.