Recensione “I demoni” di F. Dostoevskij

Tra i «romanzi terribili» che Fedor Dostoevskij partorì tra il 1866 (pubblicazione di Delitto e Castigo) e il 1880 (anno in cui vide la luce I fratelli Karamazov), un posto di tutto rilievo spetta a I demoni (o Gli indemoniati, secondo una meno celebre traduzione). Non perché sia migliore o peggiore degli altri; non perché sia più lungo o più breve, ma perché è tra le opere più sperimentali del maestro russo, nonché una delle più attuali in assoluto.

Come per ogni romanzo di Dostoevskij nulla è mai semplice, già a partire dal titolo. La traduzione più diffusa è quella de I dèmoni (plurale di demone), maggiormente fedele all’originale russo Бесы (Besy). Alcuni traduttori, però, preferiscono il plurale di demonio, cioè I demòni. Tertium non datur? Macché: sugli scaffali delle librerie più fornite è possibile trovare anche Gli indemoniati o Gli ossessi, che forse meglio restituiscono la possessione di cui sono pervasi i personaggi. Già dal titolo l’opera si presenta come un romanzo corale, popolato da tante figure che si dimenano nel tentativo spasmodico di restituire un senso compiuto alla propria fragile esistenza. Emblematica è la figura di Kirillov, vittima del vuoto esistenziale in cui versa, la cui morte verrà strumentalizzata proprio dagli indemoniati di cui sopra. Ma procediamo con ordine.

Edizione Einaudi – Traduzione di Alfredo Polledro

I dèmoni attacca frontalmente la corrente nichilista che imperversava in quegli anni (l’opera ha visto la luce nel 1871) e lo fa non tanto prendendosela con gli autori dei misfatti, quanto con i padri, rei di una condotta ai limiti della smidollatezza. Stepan Trofimovic Verchovjenskij, padre del futuro leader della cellula terroristica, è un personaggio molle, indolente, incapace di seguire le mosse del figlio Petr. Dall’altra parte, sempre tra i padri, c’è la figura ben più autoritaria di Varvara Petrovna Stavrogina la quale, nonostante mostri (almeno in apparenza) di avere polso fermo, alla fine non si rivela un genitore migliore del primo.

L’autore non mette in scena un conflitto generazionale, bensì l’inettitudine dei padri di incanalare sulla retta via i figli, a loro volta incapaci di trovare nella vita un punto di riferimento che possa metterli al riparo dal feroce nichilismo nel quale cadranno.

Accanto e intorno a questo quadro familiare si muovono vorticosamente tante altre figure, una più interessante dell’altra: abbiamo già parlato di Kirillov, il ragazzo che, suicidandosi, vorrebbe dimostrare l’inesistenza di Dio. Degno precursore di Ivan Karamazov, in lui Dostoevskij infonde l’afflato spirituale tipico dei suoi personaggi, però al rovescio: Cristo è una figura da imitare per sconfessarla, per dimostrare l’inconsistenza del divino.

C’è poi Satov, altra vittima degli indemoniati;inizialmente affascinato dalle teorie nichiliste, quando decide di allontanarsene subisce la ritorsione del branco, pagando con la vita la sua abiura. A quel punto, la mente del gruppo impiega poco a fare due più due: da una parte, un aspirante suicida; dall’altra, una futura vittima di omicidio. Il gusto di Dostoevskij per il romanzo giallo non tarda ad emergere.

Un approfondimento a parte merita il personaggio principale dell’intera opera. Con lui, Dostoevskij compie un vero capolavoro, probabilmente toccando una vetta non più raggiunta nemmeno nei Karamazov. Nicolàj Vsèvolodovic Stavrògin è un ricco e annoiato giovane, figlio di Varvara Petrovna Stavrogina, il quale, incapace di astenersi dal compiere il male, diventa il vero motore della narrazione. Sebbene rispetto agli altri protagonisti resti sullo sfondo, le poche pagine dedicategli lo impongono prepotentemente all’attenzione del lettore, riuscendo ad eclissare perfino Petr Verchovjenskij, il fondatore delle cellule terroristiche.

Edizione Feltrinelli – Traduzione di Gianlorenzo Pacini

Stavrògin (il cui etimo, in greco, significa “croce”), seducente come solo il male sa essere, staglia sulle vite degli altri la sua anima cupa e tenebrosa, imperscrutabile e gigantesca, imponendosi per la sua superiorità culturale e (a)morale. Dai suoi insegnamenti Petr trarrà le mosse per convincersi a percorrere la strada del terrore, con tutto quello che ne deriverà. Figura per certi versi mitica, Stavrògin infonde negli altri il seme malvagio del nichilismo, instillando nelle menti dei suoi seguaci i pensieri e le azioni più immorali in nome dell’assoluta indifferenza tra bene e male.

Immorale è egli stesso: in uno dei passi più belli della letteratura russa (il capitolo «La confessione di Stavrògin», censurato all’epoca e oggi riportato dalla maggior parte delle edizioni in commercio), possiamo leggere del più terribile dei delitti di Stavrògin, raccontato direttamente dal suo autore in una sorta di confessione. All’epoca, per la delicatezza della materia, il capitolo venne soppresso. L’abilità di Dostoevskij resta comunque indiscussa atteso che permette di trattare tematiche decisamente scabrose, come l’abuso di una bambina, con tatto e grazia unici.

Stavrògin è il male per il male, l’incarnazione del nichilismo, il precursore di tante figure a venire, non solo letterarie ma anche cinematografiche (Alex DeLarge di Arancia Meccanica, gli assassini di Funny Games di Haneke, il Joker di Christopher Nolan), che compiono azioni terribili per il semplice piacere di farlo. Stavrògin rappresenta il male insensato e gratuito, il quale, alla fine, non può che ritorcersi contro di sé.

Edizione Oscar Classici – Traduzione di Rinaldo Kufferle

Dal punto di vista squisitamente letterario, non può non sottolinearsi la maestria di Dostoevskij nel proporre situazioni che lasciano un segno indelebile nel lettore: dall’uccisione di Satov al suicidio “razionale” di Kirillov; dall’analisi psicologica dei personaggi (come dimenticare l’appetito di Petr poco prima di compiere l’assassinio) alla destrutturazione dell’io narrante. Proprio su quest’ultimo punto vorrei concludere questa breve recensione. Dostoevskij usa la tecnica del narratore onnisciente piegandola alle sue esigenze, in primis a quella di rendere partecipe il lettore, di inserirlo insieme ai demoni di cui parla, di fargli respirare la loro stessa aria. L’autore utilizza la classica voce narrante in terza persona per raccontare la storia; all’improvviso, però, la capovolge e il narratore non è altro che, in realtà, uno dei personaggi che assiste alle vicende. Dostoevskij bluffa meravigliosamente: all’inizio sembra tenere le distanze; poi, sul più bello, prende il lettore e lo trascina nello stesso territorio degli indemoniati.

Formulai per la prima volta in vita mia questo severo pensiero dentro di me: che non conosco e non sento né il male né il bene, e che non solo ne ho perduto il senso, ma so che il male e il bene in realtà non esistono nemmeno.

Recensione a cura di Mariano Acquaviva

Ti è piaciuta questa recensione? Iscriviti qui alla nostra newsletter e ricevi ogni mese i nostri consigli di lettura sulla tua email.

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa. Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.