Cosa impedisce alla Chiesa Ortodossa Russa di riconoscere i resti della famiglia imperiale

A cosa non credere, agli scienziati o ai fedeli? L’opinione della giornalista Xenija Lučenko 

Nella notte tra il 16 e il 17 luglio è ricorso il centesimo anniversario della fucilazione dell’imperatore Nicola II, dell’imperatrice Aleksandra Fedorovna, dei loro cinque figli, del medico Evgenij Botkin, del valletto Aloisij Trupp, del cuoco Ivan Charitonov e della cameriera Anna Demidova. Si tratta di uno dei nodi più tragici della storia russa che, al giorno d’oggi, non è stato ancora sciolto del tutto. I Soviet hanno celato per decenni sia il luogo dell’uccisione sia le sue circostanze, e i resti sono stati ritrovati solo nel 1991, e nel 2007 i corpi del principe Aleksej e della principessa Marija. Nel 1998 i corpi dei membri della famiglia imperiale ritrovati fino a quel momento sono stati seppelliti nella cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, e nel 2000 la famiglia imperiale è stata canonizzata come portatori di passione (ndr, non martiri uccisi per la loro fede, ma fedeli che hanno affrontato la morte in modo simile a Gesù). Fino ad oggi il principe Aleksej e la principessa Marija non sono stati ancora seppelliti. Per diversi anni le ossa carbonizzate sono rimaste in una scatola all’interno dell’Archivio di Stato accanto al teschio di Hitler, poi nel 2015 sono state date in custodia alla Chiesa Ortodossa Russa e adesso sono nascoste in uno dei monasteri moscoviti.

Il centenario della morte dell’ultimo zar è passato quasi inosservato agli occhi dello stato. Per la Russia di oggi i Romanov non sono attuali: lo sfortunato regno di Nicola II e la sua tragica morte non potrebbero mai essere usati per fini patriottici, hanno persino fucilato i loro čekisti (ndr, funzionari della Čeka, polizia segreta dell’epoca). Ci sarebbe una certa ambiguità. Il compito di conservare la loro memoria è stato dato interamente alla chiesa, che ha scelto Ekaterinburg come centro del loro culto. Qui ogni anno si svolge una gigantesca processione dalla chiesa – dove un tempo ergeva la Casa Ipat’ev, poi abbattuta, dove la famiglia è stata uccisa – fino al monastero Ganina Jama, luogo dove il plotone di esecuzione ha cercato di bruciare i corpi – e dove molti fedeli credono che siano stati distrutti senza lasciar traccia. Nel 2017 hanno preso parte alla processione 60 000 persone, e se ne aspettano molte di più per il corteo di quest’anno che guiderà il patriarca in persona.

Sono già molti anni che lo stato vorrebbe mettere un punto alla questione e seppellire tutti i figli di Nicola II vicino ai genitori. Ma il lato religioso e il lato laico della società vedono la questione in una maniera completamente diversa: mentre per lo Stato il dubbio sull’autenticità dei resti di Aleksej e Marija è stato già risolto definitivamente, la Chiesa si rifiuta, come aveva fatto prima, di riconoscerli. I contrasti tra fede e scienza, tra religione e metodo scientifico sembrano essere passati dall’ambito prettamente teorico al piano pratico: gli scienziati hanno esposto le prove, i fedeli non ci credono, lo stato li non può seppellire. La Chiesa Ortodossa si trova di fronte ad una scelta di principio: o affermare pubblicamente di non credere agli esperti, alle indagini e agli scienziati; o affermare di non credere a una considerevole parte di fedeli che abbraccia i complotti e il misticismo. Sembra, che le ripercussioni di un’eventuale controversia con i fedeli per ora spaventino di più.

Hanno fatto coincidere la visita del patriarca a Ekaterinburg con il processo dimostrativo del sinodo dei vescovi. Giravano voci secondo cui lì la Chiesa avrebbe finalmente riconosciuto che i resti sepolti nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo appartengono a San Nicola e alla sua famiglia. Ma così non è successo, sebbene lo stato abbia dato alla Chiesa il tempo necessario per cavarsi fuori dalla situazione in cui si era cacciata.

I contrasti tra Chiesa e Stato sono venuti a galla per la prima volta nel 1998, quando il patriarca Aleksej, dopo aver accettato di venire ai funerali dell’imperatore, ha di colpo cambiato idea. Il sinodo della Chiesa Ortodossa Russa ha deliberato che le indagini e la commissione governativa con a capo il vicepremier Boris Nemzov non hanno presentato prove sufficientemente convincenti, e questo nonostante tutte le possibili perizie condotte allora – storica, antropologica, balistica, odontoiatrica, micro-osteologica, tracciologica, ecc., e soprattutto le inconfondibili analisi del DNA, che è stato confrontato per diverse linee genetiche con il DNA dei pronipoti dei Romanov. Di conseguenza, il patriarca ha pregato per il riposo dello zar e della sua famiglia nel Monastero della Trinità di San Giorgio, e a Pietroburgo il parroco della Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo ha officiato la messa funebre come ignoti con la formula «Signore, tu conosci i loro nomi» in presenza dei pronipoti dei Romanov e del presidente russo allora in carica Boris El’cin.

La spiegazione più semplice per ciò che è successo è che il metropolita di Krutitskii e Kolomna Juvenalij, che faceva parte della commissione di Nemzov, si è risentito del fatto che i membri della commissione parlavano scavalcando l’autorità del patriarca, e ha organizzato un complotto all’interno del sinodo. Non è da escludere che abbia voluto così cautelarsi ritenendo la decisione di riconoscere i resti troppo politica. I giornali allora hanno scritto che per la Chiesa riconoscere l’autenticità dei resti significava piegarsi all’autorità dello stato, che avevano fatto pressione sul patriarca e sul sinodo per risolvere la disputa entro l’ottantesimo anniversario della morte, che le perizie erano state condotte in maniera negligente e frettolosa. Alla fine, hanno sepolto la famiglia imperiale senza la presenza della Chiesa e in presenza del loro tacito disaccordo.

Nel 2007 gli etnologi e gli archeologi di San Pietroburgo hanno trovato i due corpi mancanti. L’inchiesta conclusa nel 1998 è stata riaperta con la nuova aggiunta dei campioni di tessuti restanti e sono state condotte altre indagini adesso con l’aiuto dei metodi scoperti in quegli anni. Hanno lavorato contemporaneamente diversi gruppi di genetisti da diversi paesi, criminologi, storici. Dopo due anni, gli scienziati hanno dimostrato che le ossa trovate appartengono al principe Aleksej e alla principessa Marija, è stata di nuovo confermata l’appartenenza dei resti precedentemente identificati e la questione è stata riaperta. Ma visto che la Chiesa non riconosceva i resti, i funerali non sono stati annunciati.

La situazione è rimasta in sospeso fino all’autunno del 2015 quando si stava avvicinando il centenario della Rivoluzione, e anche il centenario della loro morte. Sul proprio sito il governo ha comunicato che la commissione aveva preso la decisione di fissare i funerali di Aleksej e Marija per il 18 novembre 2015 nella Fortezza di Pietro e Paolo.

All’improvviso hanno annullato anche questi funerali ed il processo è ricominciato. Il pretesto formale è diventato l’impreparazione degli esperti di genetica, sebbene a quel punto l’Institute of General Genetics della Russia Academy of Sciences aveva pubblicato una perizia da cui risultava che le indagini erano concluse e che gli esperti non avevano dubbi sull’appartenenza dei resti. La Chiesa ha fondato la sua commissione con a capo il metropolita Varsonofij di San Pietroburgo e il vescovo Tichon Ševkunov in qualità di segretario. Sono state aperte le tombe dell’imperatore e dell’imperatrice, sono stati riesumati i resti di Alessandro III per comparare il DNA di Nicola con quello di suo padre, e hanno rilevato anche il DNA dalle macchie di sangue sull’uniforme che Alessandro II indossava il giorno della sua morte.

Per due anni non si è saputo nulla delle indagini della commissione. Infine, nell’autunno del 2017 il vescovo Tichon ha indetto una conferenza da cui è emerso chiaramente che i dubbi della Chiesa non sono stati dissipati e, nonostante tutte le indagini e le prove raccolte, si continua a non prendere in considerazione anche alcune versioni stravaganti. In particolare, lo stesso Tichon ha affermato che la Chiesa si rifà seriamente alla versione dell’omicidio rituale (ndr, accusa di versare sangue umano per motivi religiosi), versione che un rappresentante del Comitato Investigativo ha promesso di verificare. Ma l’inchiesta non si è limitata a loro. Davanti una sala piena di metropoliti e vescovi sono intervenuti storici, criminologi, medici forensi, antropologi, esperti balistici. Ma non i genetisti: hanno dichiarato che i risultati della loro indagine non sarebbero ancora pronti. Dovranno renderli pubblici in una conferenza analoga in presenza del prossimo Sabor (ndr, assemblea speciale per le decisioni in materia di fede), la cui data non è ancora nota. Dal punto di vista formale la conferenza e il Sabor potrebbero mettere un punto a questa storia in modo che la Chiesa si salvi la faccia, perché non si tratterebbe di riconoscere l’errore, ma di essere d’accordo sulle nuove prove. Per loro la decisione non sarà facile. Adesso che la richiesta della Chiesa di condurre nuove indagini con la partecipazione dei propri rappresentanti è stata soddisfatta, i vescovi dovranno preparare i fedeli al fatto che le ossa potrebbero risultare autentiche, e le teorie cospirative sull’omicidio rituale, sulle principessine sopravvissute e sulle teste smembrate sono false. Inoltre, dovranno modificare in maniera considerevole le credenze formatesi in 20 anni: riconoscere come luogo sacro Porosenkov Log (ndr, “Burrone del Maialino”) dove sono stati nascosti i corpi e che per tutto questo tempo è stato trascurato, che nella Cattedrale di Pietro e Paolo non sono seppellite “ignote vittime del terrore”, ma santi portatori di passione, e dire le messe, ecc.

Adesso che la giornata commemorativa e il motivo per riconoscere i resti sono di nuovo passati, nessuno impedisce alla Chiesa di tirare per le lunghe per altri anni la decisione definitiva, in 20 anni più di una volta è sembrato che stessero lì lì per riconoscerli e seppellirli. Tuttavia, ci sono segnali che anche il governo stia ormai perdendo la pazienza. Lunedì (16 agosto) l’Investigative Committee che per tutti questi anni ha pazientemente atteso la fine delle ennesime perizie, ha dichiarato che l’autenticità dei resti di Nicola II e dei membri della sua famiglia è stata confermata.

La parola di nuovo alla Chiesa.

FONTE: vedomosti.ru, 17 Luglio 2018 – di Xenija Lučenko, docente della facoltà di Comunicazione Sociale e Politica dell’Institute for Social Studies RANEPA, Traduzione di Silvia Vitale