Come cambiare il mondo a 18 anni: la storia di un ragazzo che vuole salvare il pianeta

Michail Zamskoj ha appena vent’anni, ma già da un paio gestisce un impianto che tratta ogni anno otto tonnellate di rifiuti

A un’ora e mezza di strada da Erevan si trova una sede dell’UWC: United World College. Presidente onorario del college era Nelson Mandela, là hanno studiato i suoi figli e nipoti.

La peculiarità del college sta nel fatto che i suoi direttori guardano, in un candidato, alla personalità, all’apertura mentale e al desiderio che ha di cambiare il mondo in meglio. All’inizio e alla fine di ogni anno scolastico si svolgono due settimane dedicate al progetto “Educazione attraverso l’esperienza”, in cui gli studenti scelgono un problema di cui vorrebbero occuparsi, si dividono in gruppi, si informano in merito e cercano di risolverlo.

Il progetto di Zamskoj è nato in modo del tutto naturale. Viaggiando per tutto il paese col suo amico Sedrik, ha notato spazzatura ovunque, e già al secondo anno di college ha dato vita al fondo di beneficienza Re-apaga: “Re” da recycle (riciclo), “apaga” significa “futuro” in lingua armena. “Insegniamo a usare le risorse oggi, in modo che bastino non solo per la generazione attuale, ma anche per il futuro – spiega Michail.- I più dannosi sono i rifiuti elettronici, perché contengono sostanze chimiche nocive. Rame, oro, argento, ferro, acciaio, plastica…in tutto ci sono 33 materiali diversi in cui possiamo scomporre un dispositivo”.

Una volta Sedrik ha letto un articolo sulla lavorazione dei rifiuti elettronici in Egitto, in cui si parlava degli effetti positivi di questo progetto sull’ambiente e sulle persone. “Ora sono tutti concentrati sul problema attuale, quello della plastica – sostiene. – Sì, nella sola Armenia vengono gettate seimila tonnellate di bottiglie di plastica. La plastica ci mette centinaia di anni per degradarsi. Ora ci occupiamo anche di questo tipo di rifiuti, per creare un sistema di raccolta più efficiente e raggiungere una stabilità economica. Ma i dispositivi elettronici saranno un grave problema nel futuro, e questo problema è destinato a crescere. Quindi va risolto adesso”.

Nella vecchia fabbrica sovietica a Dilijan un tempo lavoravano fino a 5 mila persone. Ha una superficie di 40 mila metri quadri. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è prima rimasta vuota, poi è stata privatizzata. “Abbiamo contattato gli attuali proprietari, che si sono rivelati molto disponibili, – racconta Misha. – Quando la famiglia dei proprietari ha saputo che vogliamo avviare un’attività per aiutare l’ambiente, ha deciso di sostenerci. Sono diventati i nostri donatori e ci hanno concesso di usare 1500 metri quadri. Conciliare lo studio con l’amministrazione di un fondo di beneficienza era difficile: delle volte c’era bisogno di dividersi. Ma abbiamo avviato l’attività, abbiamo iniziato a raccogliere e a smaltire manualmente i dispositivi, dividendo i rifiuti nelle loro componenti, ci siamo procurati un macchinario per la frantumazione della plastica. Abbiamo avviato una campagna di crowdfunding, e abbiamo deciso di rimandare per un po’ gli studi futuri, per restare nel nostro paese e creare il primo impianto per la lavorazione dei rifiuti elettronici, delle bottiglie di plastica e delle lattine di alluminio”.

“Gli scolari di ieri, oggi hanno stretto collaborazioni con i comuni di Dilijan e Ijevan per lo smistamento dei rifiuti nelle discariche, – dice Michail. – Ora lavorano a questo progetto 12 persone e altre otto fanno parte del consiglio. Stiamo attivamente cercando dei partner, poiché la difficoltà principale sono i finanziamenti. Abbiamo impiegato del tempo per capire come funziona il mercato dei rifiuti, dove trovare degli acquirenti, e così via. Siamo riusciti a raccogliere un capitale grazie ai donatori, agli investitori, ai nostri patroni. Abbiamo persino pensato a un sistema di bonus: la gente ci porta bottiglie di plastica e lattine di alluminio, e in cambio riceve una ricompensa in denaro. Da poco abbiamo anche degli imprenditori sociali, come li chiamiamo noi. Per esempio, un insegnante di educazione fisica ha un bimbo piccolo, lo stipendio non gli basta, così raccoglie i rifiuti dai vicini e dai ristoranti e ce li porta. Un altro raccoglie i rifiuti dai fiumi: le bottiglie per la corrente si ammucchiano in grandi cumuli in certi punti, e lui molto spesso ci riempie interi autocarri”.

Zamskoj sostiene che in questo momento si trovano in una fase interessante: sanno di preciso come continuare. “Trattiamo i rifiuti di 30 mila persone, in quattro mesi abbiamo raccolto otto tonnellate di spazzatura, – dice. – Ammetto che mancano le risorse finanziarie per portare l’attività al livello successivo. Ci occupiamo dello smistamento e della frantumazione della plastica, la vendiamo, e mandiamo il materiale a una fabbrica di poliestere, che ne fa dei vestiti. Sette bottiglie fanno una maglietta. Non credo che esista un singolo corso universitario in grado di darci così tante conoscenze pratiche”.

 

Fonte: Snob.ru; 18/05/2018; articolo di Dar’ja Blagova; tradotto da Daria Mangione

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Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull’Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.

Daria Mangione

Laureata in lingue e letterature straniere e in studi sull'Europa orientale. Ho vissuto in Russia, Ucraina ed Estonia, scrivo e traduco sia per lavoro che per passione.