Recensione de Mosca-Petuški di Venedikt Erofeev

Frugando nell’immenso patrimonio di incarnazioni letterarie dell’anima russa mi sono imbattuta in un libro fuori da ogni canone, libero da ogni convenzionalità. Il romanzo in questione, o meglio il “poema ferroviario”, è Mosca-Petuški, capolavoro del novecento russo, nato dal genio dello scrittore ad altissimo tasso etilico Venedikt Erofeev, con cui faremo bene a passare subito al tu, al diminutivo Venička, a tal punto si entra in confidenza con lui leggendo le vicissitudini del suo alter ego cartaceo.

Scritta agli inizi del 1970 e poi passata di mano in mano come samizdat (in russo “edito in proprio”, Ndr.), l’opera racconta in prima persona un viaggio in treno che è in realtà un precipitare nel deliquio, passando attraverso tutte le fasi dell’ebbrezza. Tirati dentro l’altalenarsi di umori del protagonista e storditi dai suoi deliri, anche noi barcolliamo sulla superficie di una prosa estremamente efficace, ma a tratti priva di appigli logici al di sotto della correttezza formale. Riusciamo a tenerci appena in piedi tra un ciclone e un anticiclone (effetti dell’alzarsi e dell’abbassarsi dell’alcol in circolo, che non raggiunge mai un plateau di sobrietà), parole che dobbiamo alla traduzione di Paolo Nori e che diventano patrimonio aggiunto del romanzo.

Edizione Quodlibet - Mosca-Petuški
Edizione Quodlibet- Mosca-Petuški – traduzione Paolo Nori

Nella giornata in cui avvengono gli eventi narrati, un venerdì, il nostro eroe, sbarellato dall’anticiclone in corso, esce dall’androne dove ha passato la notte per cercare di raggiungere in treno Petuški, piccolo centro non troppo lontano da Mosca, dove lo aspettano il suo bambino e una spettrale prostituta alcolizzata. La sensazione che pervade il lettore è di vivere una serie di vicende che, così come sono descritte, potrebbero non essere mai accadute o, di contro, essere accadute mille volte fino a divenire esemplari, in un loop esistenziale, che è una condanna a rivivere ogni giorno lo stesso magone e la stessa euforia, come sottolineato dalla circolarità stessa della trama. Man mano che si riduce l’effetto della sbornia, viviamo il dolore e la pena che attanagliano Venička, nudo a contatto con l’intollerabilità dell’esistenza, cosa che, nei lampi di una lucidità comunque mai completa, lo porta a una totale indifferenza per tutto ciò che affanna gli altri uomini, per tutte le vanità che si annichiliscono di fronte al dolore inconsolabile (ritorna spesso il quadro omonimo di Ivan Kramskoj) dell’essere stati gettati nel mondo.

Non manca mai però di risalire la china, basta che riesca a procurarsi qualche grammo di alcool: è qui che il romanzo ha i suoi picchi, quando, a prescindere da ciò che sta accadendo nel mondo reale (siamo davvero su quel treno? c’è un reale che ci viene descritto?), viviamo l’espandersi di mondi che nascono, collidono e si dissolvono nella mente del protagonista, come bolle di una vita che forse solo lì, direi quasi “oltre lo specchio”, val la pena di esser vissuta. L’alcolismo viene elevato a opera d’arte e a scienza allo stesso tempo: spuntano grafici per associare alcol e stati d’animo, ricette per cocktail che mischiano tutto (ma proprio tutto) ciò che possa contenere un vago sentore di etanolo, assistiamo alla resa al caos, esemplificata dall’impossibilità di prevedere il ritmo del singhiozzo. Inno alla fantasia oltre la realtà e a una ribellione pigra, vi si decantano occhi vuoti che non vogliono nulla di più che sopravvivere, metafora di una resistenza a un mondo ostile, che bisogna far finta di non vedere, rappresentato dal kafkiano Cremlino, impossibile da raggiungere, nel quale infatti l’eroe non si è mai imbattuto.

Dolore inconsolabile - Ivan Kramskoj
Dolore inconsolabile – Ivan Kramskoj

L’identificazione del protagonista con l’autore è totale: dove finisce Venedikt Erofeev e dove inizia Venička? Come afferma Baffonero, una delle numerose comparse del romanzo: “mi stupisce la sua facilità nell’attraversare le frontiere”. E le frontiere sono numerose. La prima appunto è quella tra l’autore, alcolizzato impenitente, e il suo personaggio: lo stesso Erofeev visse una vita sgangherata, basti pensare a quanto poco ci sia giunto della sua produzione, proprio perché da lui perduta, dimenticata su mezzi di trasporto o utilizzata impropriamente. Inoltre sarà proprio l’abuso di alcol a condurlo alla morte per un cancro alla gola, coincidenza che troverete interessante a romanzo finito. Altra barriera molto permeabile è quella che divide ciò che accade veramente sul treno, sempre che accada davvero qualcosa, e ciò che si svolge nella testa del protagonista: egli salta da Venezia alla Sorbona, dal British Museum finanche al cospetto della regina, per poi ritrovarsi d’improvviso catapultato sui binari e uscire di nuovo da sé. Può vivere così, con la presenza immaginaria dell’amico Vadim Tichonov, la sua personale rivoluzione, a colpi di decreti atti a modificare l’orario di apertura dei negozi che vendono alcolici: siamo in una sorta di realtà espansa, in cui il viaggio in treno è occasione per una disordinata immersione nel sé, ricco di una letterarietà rimasticata in senso ironico e a tratti grottesco, che già strizza l’occhio al postmodernismo, tutto mischiato insieme in uno stratificarsi di linguaggi che vanno dall’ebraico della Bibbia, al gergo del marxismo-leninismo, fino a declinare in una volgarità ridanciana. Ogni dettaglio concorre a popolare l’instabile mondo interiore del protagonista, tra il sogno e il delirio, in un progressivo degradarsi della logica che conduce fino allo sprofondamento in una fitta tenebra, in cui echeggiano vaghi accenni carrolliani. La terza linea di confine, anch’essa instabile, è quella che permette il filtrare del piano metafisico nel mondo surreale del romanzo: Venička parla a più riprese con schiere di angioletti scandalizzati dal suo turpiloquio, con lo stesso Signore e perfino con Satana, che si esibisce in un riassunto del suo repertorio, con tanto di tentazioni, quasi più per il dettato del suo ruolo che per vera convinzione. Che possa essere accusato di parassitismo anche lui?

Venedikt Erofeev
Venedikt Erofeev

Le spire d’ironia grottesca che avvolgono il testo non riescono a soffocare del tutto un’atmosfera intrisa di simbologia di morte, in cui risuona il tema del sacrificio di Cristo: il viaggio in treno, scandito dalle stazioni in una sorta di via crucis, viene intrapreso di venerdì ed è la tredicesima volta che Venička si reca a Petuški, tredici come la carta della morte nei tarocchi e i convitati all’ultima cena. E lì, nel luogo tanto vagheggiato, lo aspetta la prostituta vestita di bianco, con la sua treccia, kosa in russo, che significa anche falce, in un rimando di blokiana memoria. Ella, paragonata a un giglio, rappresenta quasi una degradazione della Vergine, padrona di un mondo che ha abbandonato l’illusione della perfezione.

Ma cosa è in fondo Petuški? Un’utopia realizzata solo nello sguardo ebbro del protagonista? O forse, ancor di più, un Eden ormai proibito, protetto da una Sfinge che propone enigmi senza senso, quindi senza soluzione, la rappresentazione dell’accettazione da parte dei figli dell’irrealizzabilità dei sogni dei padri; perciò una resa, che ne vanifica sforzi e sangue versato.

Petuški è un posto dove gli uccelli non smettono mai di cinguettare, né di giorno né di notte, dove né d’estate né d’inverno sfiorisce il gelsomino. Dove il peccato originale – forse è esistito davvero – non tormenta nessuno. Lì, anche quelli che restano inciclonati per delle settimane, hanno lo sguardo senza fondo e limpido”

Recensione a cura di Monica Puglia

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa.
Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.

Russia in Translation

Siamo un progetto online che si prefigge di tradurre in maniera fedele ed imparziale articoli dalle principali testate giornalistiche della Federazione Russa. Informare al meglio, raccontare storie, un’ulteriore versione dei fatti per aiutare a capire il mondo russo. In traduzione.