«Butta quei rubli dal balcone»: storia di come la Russia reagì al default

Esattamente vent’anni fa i rubli venivano gettati dai balconi, i russi facevano rifornimento di qualsiasi merce trovassero nei negozi e pensavano a come sarebbero potuti sopravvivere con il dollaro a ventisei rubli. Qualcuno dal default riuscì a guadagnarci e a comprare una bella casa. Ad altri invece toccò cibarsi di orecchie di maiale e fare scorta di assorbenti per i mesi a venire. Gazeta.ru ha chiesto ad alcuni russi un loro ricordo su come vissero quell’agosto del 1998.

«Arrivai a casa con un sacco pieno di soldi ed i miei genitori mi dissero di buttarli via».

Anatolij Bočinin nell’agosto del 1998 aveva nove anni. Quando la crisi scoppiò, era in vacanza assieme alla madre in Crimea.

«Avevamo deciso che avremmo cambiato i rubli in grivne (valuta ucraina, NdT) non tutti assieme, ma poco per volta. I cambiavalute avevano sempre accettato senza problemi i nostri rubli, fino a quando un bel giorno ci presentammo al banco e si rifiutarono di cambiarceli. Semplicemente non li volevano più. La mamma non aveva i soldi nemmeno per comprarmi dell’acqua».

Anatolij ricorda che nel giro di un giorno per una grivnia iniziarono a chiedere in cambio mazzette enormi di rubli. Persino ad un ragazzino come lui era chiaro che la valuta russa era crollata.

«Fu subito chiaro che quanto più piccole erano le cifre esposte su quel tabellone, tanto meglio era. La crisi ebbe ripercussioni sulla nostra vacanza, ma non in modo drammatico. Era tutto già pagato, alloggio e tre pasti al giorno. Semplicemente non ci compravamo più niente, non facevamo le foto con i macachi sulla spiaggia e non visitavamo le attrazioni».

Anche Marija Kunle all’epoca aveva nove anni, stava tornando da una vacanza a Tuapse (località di villeggiatura sul Mar Nero, NdT) con la madre. «Stavamo aspettando l’aereo a Krasnodar quando ci fu il dafault. Io e mamma andammo al mercato e spendemmo tutti i rubli che avevamo per comprare vestiti di taglie più grandi da usare quando saremmo cresciuti ed uno zaino con il logo del campionato del mondo di calcio in Francia.

Quando atterrammo a Mosca scoprimmo che la pasta era razionata, ne vendevano al massimo un chilo a testa. Con i miei fratelli andammo in negozio e facemmo la fila in tre per accaparrarcene subito tre chili. Per molto tempo andammo poi avanti a mangiare quella pasta grigiastra e viscida, e ad indossare i vestiti comprati a Krasnodar.

Contemporaneamente si svalutarono anche le “cambiali” che i nostri genitori emettevano (a voce) in nostro favore a titolo di ricompensa per i lavori domestici fatti.

Solamente il giorno prima lavavo il pavimento con la consapevolezza che in futuro avrei monetizzato la fatica fatta, dal giorno dopo invece lo lavavo gratuitamente. Si è trattato di un nostro piccolo default domestico» ricorda la Kunle.

Alina Raspopovaja è un’ex giornalista di Gazeta.ru, aveva tredici anni il giorno in cui venne dichiarato il default. Quando seppero che il rublo si sarebbe presto svalutato, lei ed i genitori si precipitarono in un negozio di alimentari.

«Facevamo incetta di tutto quello che si riusciva a comprare: tè, dolciumi, conserve, basi per torte e rotoli dolci. Io ero contentissima per il fatto che mi lasciassero prendere tutto quello che volevo, non riuscivo però a capire perché loro fossero così tristi. Un paio di giorni dopo trovai per strada un mucchio di soldi buttati via, li raccolsi e ci riempii un sacchetto di plastica. Arrivai a casa con il sacchetto pieno di soldi, ma i miei genitori mi dissero che potevo anche buttarli dal balcone. Fu così bello vedere tutte quelle banconote che volavano via. Un’altra volta mi mandarono al mercato a comprare dell’olio di semi di girasole però non mi bastarono i soldi, in quanto tutti i prezzi aumentavano tantissimo e velocemente! Le persone in quel periodo si aggiravano per il mercato come per le sale di in un museo, i commercianti abbassavano gli occhi per non guardarli» ricorda la Raspopovaja.

Nell’agosto del 1998 anche Vasilij Žitnik aveva tredici anni. Il giorno del default si trovava in un campo estivo in Turchia dove stava frequentando dei corsi di equitazione.

Mosca, settembre 1998. Per la strada ognuno vende o baratta quello che ha.

«Un bel giorno accorse un tizio turco urlando: “da voi hanno cambiato il Premier”, ma a noi, che pensavamo solo ad escogitare un piano di fuga assieme ai cavalli (in quel paese non hanno molta cura di questi animali), del Primo Ministro interessava poco e niente.

Quando tornammo a casa i nostri genitori avevano un sorriso tirato e ci dissero “abbiamo sempre la solita fortuna” a proposito di quanto, alla fine, gli era venuta a costare quella vacanza».

La sedicenne Elena Berezina stava facendo ritorno dal campo estivo. Si trovava in Bulgaria assieme ad altri ragazzini e, certamente, non sospettava nulla del default.

«Il 28 agosto ci presentammo all’aeroporto di Burgas, eravamo un gruppo di un centinaio di adolescenti. Dopo aver fatto il check-in venimmo a sapere che un dollaro non valeva più sei rubli come prima, ma ventiquattro. Tutto questo era molto strano in quanto non eravamo abituati a queste crisi valutarie, soprattutto a quelle così forti. Dopo un paio d’ore scoprimmo che il nostro aereo era già decollato con a bordo trecento bambini di dieci anni circa, in quanto la loro compagnia aerea aveva dichiarato bancarotta. Noi restammo in aeroporto. Il tour operator ci fornì da mangiare e poi ci sistemarono per la notte in un albergo lì vicino.

Passarono tre giorni e tre notti, per alcuni bambini iniziavano già ad arrivare in aereo i genitori a riprenderseli. Per me non arrivò nessuno. Come in seguito mi avrebbe spiegato mio padre, lui pensò che se non mi fossi trovata bene, lo avrei chiamato io. Non provavamo panico: eravamo certi che gli adulti avrebbero presto trovato un modo per aiutarci. E così fu. Organizzarono un volo speciale e fummo imbarcati su un IL-86» racconta la Berezina a Gaseta.ru.

«Noi avevamo della valuta estera, eravamo dei Re!»

Semën Kvaša ha conosciuto la crisi quando aveva diciotto anni. Anche lui ricorda come le persone si misero a fare incetta di ogni tipo di merce, prima che i negozi potessero alzarne i prezzi in rubli. Ci ha raccontato che «chiunque avesse dei rubli disponibili faceva in modo di spenderli. Mio fratello mi regalò un sintetizzatore, lo suonavo in un gruppo rock. Funziona ancora, ogni tanto lo usa mio figlio. Per me personalmente la crisi del ’98 ha avuto l’effetto di una pedata, mi ha spinto a cominciare a lavorare ma anche, purtroppo, a lasciare gli studi».

Elizaveta Lavrent’eva ricorda con un sorriso il default del 1998: «Avevo diciotto anni. Con il mio ragazzo e la mia sorella minore eravamo andati a San Pietroburgo.

All’epoca ero una studentessa, i miei genitori mi diedero cento dollari per le spese. Dovevamo farci bastare quei pochi soldi, ma proprio in quel momento successe tutto quanto. Noi avevamo della valuta estera, eravamo dei Re!

Le nostre spese folli si conclusero in un negozio di articoli di seconda mano con l’acquisto, per una somma equivalente a dieci dollari, di un cappottino scamosciato veramente chic. Lo indossai per molto tempo ancora».

L’allora ventenne Nika Morozova, nei giorni in cui fu sorpresa dal default, era letteralmente a un passo dall’altare. «Qualche mese prima della crisi, le cose per me stavano finalmente iniziando a girare per il verso giusto. Avevo un ottimo stipendio, un matrimonio all’orizzonte. Mi ero potuta comprare l’abito da sposa ed… un bagno chimico per la dacia (all’epoca erano una novità). L’azienda mi aveva assegnato un alloggio con cucina sulla Circonvallazione dei Giardini. Il matrimonio si tenne esattamente tre giorni dopo il default, tutti si presentarono senza regali in quanto non avevano potuto prelevare soldi con le carte. Il mio stipendio rimase in rubli, ed iniziarono a pagarlo con ritardi enormi».

Anche Anna Lozinskaja all’epoca aveva vent’anni. Nell’agosto del 1998 lavorava in una rivista per ragazze ed aspettava di ricevere il suo primo stipendio.

Mosca, 1998. La fila davanti a una macelleria.

«Ed ecco che arrivò il 17 agosto. La prima cosa che mi turbò furono i prezzi delle sigarette, che erano aumentati di diverse volte. La seconda fu un comunicato dell’azienda con il quale ci informavano che gli stipendi sarebbero diminuiti del 50%. La redattrice della rivista era una signora molto emotiva e ci spaventò tutte quante dicendo che di lì a poco sarebbero scomparsi dai negozi dei prodotti indispensabili, e cioè, nello specifico, deodoranti ed assorbenti».

Il panico proseguì per qualche giorno, fino a quando «la mia amica Ksjucha irruppe in redazione urlando che in un negozio vicino alla metropolitana stavano vendendo assorbenti ad un non meglio specificato prezzo mutevole» racconta la Lozinskaja.

«Ovviamente tutte si precipitarono verso il luogo indicato. Io mi vergognavo un po’ di correre durante la pausa pranzo a fare scorta di assorbenti. A mio parere non c’è nulla di più umiliante che correre a fare la scorta di cibo ed articoli per l’igiene» conclude.

«Ci toccò mangiare orecchie di maiale e tritare gli scarti di mela per il bambino».

Aleksej Karpov, oggi direttore tecnico di Gazeta.ru, aveva venticinque anni in quel difficile (per la Russia) 1998, lavorava in un’azienda informatica che produceva enciclopedie su CD e veniva pagato in dollari.

«In agosto mandarono quasi tutti, me incluso, in congedo non retribuito a tempo indeterminato.

Ricordo ancora la sbevazzata del giorno successivo come una delle più allegre. L’atmosfera era la stessa dei banchetti funebri, con la percezione che tutto ciò che facevamo stava accadendo per l’ultima volta, e che da lì in poi avremmo raschiato il fondo», racconta Karpov.

Tornò nella natia Jaroslavl’ ed usò i dollari che gli erano rimasti per acquistare delle corone dentali. «In confronto con i prezzi di Mosca, le pagai pochissimo. Ero meravigliato dal fatto che i prezzi, nei negozi di alimentari di Jaroslavl’, fossero rimasti quelli di prima nonostante il dollaro fosse aumentato di tre o cinque volte».

Dopo due settimane ricevette una telefonata e fu richiamato al lavoro. «Si scoprì che le nostre enciclopedie stavano andando via come il pane. L’azienda ne aveva bloccato il prezzo che era quindi rimasto quello di prima, in rubli. La gente iniziò in massa a comprarle ai vecchi prezzi, e fu così che incassammo molti soldi», ricorda Karpov.

Gli affari andavano sempre meglio e dopo un anno iniziò a ricevere uno stipendio in dollari doppio rispetto a quello di prima della crisi.

Elena Kuper si mise in congedo di maternità il 17 agosto 1998, aveva ventisei anni. A quanto pare l’assegno di maternità che ricevette era molto buono, e lei aveva programmato di usare quei soldi per provvedere ai primi mesi di vita del bambino.

«Peccato solo che pochi giorni dopo quell’assegno non valesse quasi più niente, mi bastò a malapena per comprare il passeggino. Mio marito una settimana prima del default era diventato direttore di un’impresa edile che la settimana successiva era fallita, in quanto, semplicemente, nessuno costruiva più nulla. Un nostro amico ebbe più fortuna: non molto prima del default aveva venduto l’auto, ed i soldi guadagnati li aveva cambiati in dollari. Di lì a poco con quei soldi riuscì a comprarsi un bilocale» ha raccontato Elena Kuper a Gazeta.ru.

Natal’ja Kineva, da Novokuzneck, aveva ventisette anni quando si ritrovò nel mezzo del default. Le era nata da poco una bambina e suo marito voleva utilizzare i dollari che avevano per migliorare la loro situazione abitativa.

«Decise invece di prestare a interesse quel denaro per tre mesi. In agosto si scatenò il default e quella somma divenne enorme: la persona a cui li avevamo prestati non era più in grado di restituirceli. Fu così che perdemmo i risparmi che avevamo messo da parte per l’appartamento» ci confida Natal’ja.

A causa dell’aumento dei prezzi – prosegue – ci toccò mangiare orecchie di maiale, e comprare scarti di mela da frullare per la bambina.

«Ricordo perfettamente che il 16 agosto un pannolino Pampers costava ancora un rublo, il 17 agosto ne costava cinque. Non li compravamo a pacchi, ma singolarmente. La persona che aveva preso in prestito i nostri soldi divenne un tossicodipendente e alla fine si suicidò. Ora non avrebbe più potuto restituirceli» racconta Natal’ja.

Natal’ja Petrenko di Rostov sul Don aveva ventotto anni quando ci fu la crisi. Era incinta del secondo figlio.

«Per poter crescere mio figlio decisi di dare le dimissioni dall’università dove insegnavo. Dato che mio marito commerciava in gioielli, dal punto di vista materiale ci sentivamo tranquilli, anche se avevamo poco denaro liquido in quanto era stato speso tutto per costruire della casa».

Natal’ja racconta che dopo il default i soldi in famiglia cominciarono a non bastare più. Questo la spinse a revocare le dimissioni e tornare al lavoro.

«La mia paura era che, se la crisi fosse durata a lungo, avrebbero potuto introdurre delle tessere di razionamento per gli alimenti. In quanto professoressa universitaria con due bambini, pensai che magari sarei riuscita ad ottenere più di una tessera».

Con 1.200 dollari in tasca in giro per le strade buie dell’«Esposizione delle conquiste dell’economia nazionale» .

Elena Ševčenko aveva trentatré anni nell’agosto del 1998. Lei e il marito avevano deciso di costruirsi una dacia: il 17 agosto avevano comprato il legname e preso accordi con gli operai.

«Quando fu dichiarato il default mi resi conto che non sarei riuscita a pagarli. Spiegai la situazione agli operai e loro accettarono di proseguire i lavori fidandosi della mia parola. Gli sono ancora grata per avermi dato fiducia. Saldai il mio debito con loro dopo un anno e mezzo, in dollari ed al cambio di allora. Mi presentai da loro verso capodanno con i regali, come se fossi Sneguročka (personaggio del folklore russo che a Capodanno porta doni ai bambini, NdT)».

Elena ricorda che tre giorni dopo il default ricevette uno stipendio di milleduecento dollari ad Ostankino (Emittente radiotelevisiva russa, NdT).

Racconta ancora la Ševčenko: «Non avevo dei rubli per pagarmi un taxi, e di andare al cambiavalute avevo paura perchè era già sera. Mi feci coraggio e al crepuscolo mi incamminai verso la fermata della metro di VDNCh (Acronimo di “Esposizione delle conquiste dell’economia nazionale”, quartiere espositivo e fieristico di Mosca nella zona di Ostankino). Da un telefono pubblico chiamai mio marito: mi venne incontro alla fermata “Kurskaja” e insieme camminammo fino a casa. Nella tasca della camicia di jeans avevo un bel capitale».

Mira Koroleva nel 1998 aveva trentaquattro anni. Si ricorda di quando, verso la fine dell’anno, una giornalista del Los Angeles Times di nome Mora Reynolds, che doveva scrivere un articolo sulla vita dei russi dopo il default, arrivò nella città di Tutaev, che si trova nella regione di Jaroslavl’.

«Mi chiese di trovarle una famiglia in cui entrambe i genitori fossero lavoratori della fabbrica di automobili di Tutaev. Trovammo la famiglia che cercava: madre e padre non ricevevano lo stipendio dall’estate del 1998, al suo posto a volte gli davano vari prodotti per la casa. Si nutrivano di quello che coltivavano nell’orto, oltre che dei funghi e dei frutti di bosco che raccoglievano. Il loro intero reddito famigliare era, mediamente, di sei dollari al mese» ricorda la Koroleva. Per l’arrivo della giornalista americana avevano comunque imbandito un vero banchetto: «Carne, pesce, insalate e affettati.

Gli furono persino assegnati dei soldi da parte del fondo comune del loro reparto in fabbrica, per poter accogliere gli ospiti venuti dagli Stati Uniti. Sul tavolo c’erano addirittura delle banane, me lo ricordo bene. Mora ne fu molto meravigliata e disse: “Ma come, anche le banane coltivate nell’orto?”»

Mosca, agosto 1998. La fila davanti a un cambiavalute.

A Rostov sul Don, nell’agosto del 1998, il trentottenne Sergej Dovlatov e sua moglie avevano venduto un garage ed avevano investito i soldi guadagnati in una piramide finanziaria. «Ci avevano assicurato che avremmo guadagnato un sacco di soldi grazie agli interessi. Per qualche mese godemmo al pensiero del denaro che avremmo guadagnato. Quando avvenne il default però, la compagnia finanziaria andò in bancarotta. Perdemmo tutto quello che avevamo. Mia moglie diventò isterica: ci furono scenate, urla e lacrime. Ci presentammo davanti alla finanziaria e vi trovammo una coda chilometrica di persone; dopo dieci ore la coda non era ancora diminuita. Fu allora che capimmo di essere rovinati».

Secondo il racconto di Sergej però, all’improvviso arrivò la salvezza  : «La responsabile di questa finanziaria ci consigliò di dire alle persone in coda che noi non eravamo lì per prelevare dei soldi, bensì per depositarne. Ci lasciarono passare immediatamente. Fummo accolti piuttosto cordialmente e ci venne restituito tutto il nostro denaro, addirittura con gli interessi ».

Sempre a Rostov sul Don, la famiglia Skvorcov passò la notte prima del default in bianco, con i pensieri che si affollavano nelle loro menti.

«Restavamo sdraiati senza dormire, pensavamo ad un modo per tirarci fuori da quella situazione. Rischiavamo di perdere tutti i nostri risparmi. Io e mio marito contattammo una persona che a quel tempo lavorava in banca – racconta Natal’ja Skvorcova, all’epoca trentottenne – che ci aiutò a convertire, nel minor tempo possibile, i rubli in dollari fintanto che il tasso di cambio era ancora basso».

Natal’ja racconta che tutto accadde nel giro, letteralmente, di tre giorni. «Noi riuscimmo a cambiare i rubli in dollari, e con i soldi guadagnati iniziammo a costruire la nostra casa. Ad avere la peggio furono all’epoca quelli che avevano da parte molti rubli, non importa se in banca o sotto al materasso».

Fonte: Gazeta.ru 17/08/2018     Autori: Jakov Lysenko e Anna Semënova   Traduttore: Paolo Zirulia

Nato nel 1975, un po’ milanese e un po’ sardo. Mi piace il mare, leggere, nuotare, le serie tv americane, Berlino e la cultura russa. Ho studiato russo all’Università Cattolica e non ho mai smesso di essere incuriosito da quel paese e di seguirne le evoluzioni, che a volte mi fanno sperare, altre volte mi fanno arrabbiare. Vivo a Milano. Email: paolo.zirulia@hotmail.com

Zirupa

Nato nel 1975, un po’ milanese e un po’ sardo. Mi piace il mare, leggere, nuotare, le serie tv americane, Berlino e la cultura russa. Ho studiato russo all’Università Cattolica e non ho mai smesso di essere incuriosito da quel paese e di seguirne le evoluzioni, che a volte mi fanno sperare, altre volte mi fanno arrabbiare. Vivo a Milano. Email: paolo.zirulia@hotmail.com