L’ironia è una cosa seria: recensione de La valigia di Sergej Dovlatov

Cosa possono avere in comune dei calzini finlandesi, un colbacco, le scarpe del sindaco e una camicia di popeline? Cosa ci fanno tutti ammassati in una sola valigia rigida e con la serratura rotta tenuta su alla bell’e meglio con una corda da bucato?

Sergej Dovlatov è alla frontiera, sta per emigrare in un altro continente e lasciare l’Unione Sovietica e quel bagaglio è il suo. Questa è la cornice del romanzo La valigia: una serie di racconti che come filo conduttore ha proprio quella malconcia corda di bucato e che porta il titolo degli oggetti che lo scrittore ha scelto di portare con sé in Occidente. Il protagonista è l’autore stesso e il taglio autobiografico è evidente: un giornalista alto e massiccio con delle compagnie poco in linea con il ritratto del buon sovietico, che se ne sta andando verso gli Stati Uniti.

Dovlatov emigrò negli Stati Uniti nel 1978, dopo un percorso universitario da fuoricorso lasciato a metà, una carriera da giornalista stroncata dalla critica e una da scrittore che non era mai riuscita a oltrepassare la cerchia del samizdat (pubblicazioni clandestine). A quanto pare, il suo spirito da dissidente e la sua ironia troppo sagace non piacevano molto al Partito. L’edizione del suo primo libro venne distrutta dal KGB, una prassi non molto rara all’epoca.

La Valigia Sellerio Dovlatov
La valigia – edizione Sellerio – A cura di Laura Salmon

Una volta raggiunti gli USA non ritornò più in patria; là ebbe, però, la possibilità di collaborare con una rivista di ebrei russi emigrati e – fortunatamente per i lettori – di pubblicare anche racconti e romanzi, che andarono a rimpolpare il circuito già molto attivo di quella parte di samizdat pubblicata al di fuori dell’Unione Sovietica. Le edizioni russe dei suoi libri arrivarono parecchi anni dopo, quando lui ormai non poteva più vederle: morì in America nel 1990.

Lo stile di Dovlatov è giornalistico, asciutto. Ciò che lo rende uno degli autori più amati in Russia al giorno d’oggi è l’ironia esibita con naturalezza, spontanea, che è propria della sua prosa. Ed è proprio questo il tipo di narrazione che ritroviamo ne La valigia, quello essenziale tipico di un articolo da quotidiano, ma che sorprende per il tono brillante: Dovlatov ci guida attraverso un ciclo di ritratti di autentici homines sovietici, scultori beoni con un debole per la vodka, bizzarri contrabbandieri senza fiuto per gli affari, vedove di pittori. Lo fa con umorismo e con uno sguardo scanzonato, divertito, a tratti rassegnato. Una nota di merito va certo dedicata alla traduzione di Laura Salmon (Sellerio), che ha saputo mostrare anche al lettore italiano l’anima di uno scrittore come Dovlatov, dandogli giusto merito e facendolo parlare con la sua voce, in una lingua diversa.

Il velo dell’umorismo ne La valigia è però un foglio rosso di carta velina. Il lettore tra i buffi aneddoti di un capitolo e l’altro non può fare a meno di scorgere l’amarezza della verità che lo scrittore ci presenta. Un’Unione con i colori stinti di una grandezza passata che ormai non esiste più, un popolo che forse se ne sta facendo una ragione, o forse no. Ma, soprattutto, la verità di un uomo che sta lasciando il proprio Paese per sempre e che è costretto a scegliere cosa portare con sé in una valigia con la serratura rotta.

Così come a ogni vino viene accompagnata una pietanza che ne esalti il bouquet, anche per i libri ci sono dei luoghi, delle situazioni, che creano la circostanza ideale per la loro lettura. La valigia è uno di quei volumetti sottili da infilare in borsa mentre si corre in ritardo alla stazione, e che fanno compagnia lungo le tratte infinite di un treno regionale. Le sue esili 204 pagine durano il tempo del tragitto e, voltata l’ultima, ci sembra che i viaggi siano stati in realtà due: quello del treno e quello di Dovlatov. Una voce annuncia la nostra fermata, rimettiamo in borsa quel libro sottile e scendiamo dalla carrozza. Con un’espressione diversa da quella che avevamo prima di salire.

Recensione a cura di Giulia Bozzza

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