Essere Gay e Russi

Alcuni partecipano alle proteste e cercano di comportarsi apertamente. Altri vivono una vita normale senza dichiarare apertamente la propria sessualità, e non capiscono cosa ci sarebbe da combattere.

Mentre altre nazioni del mondo legalizzano le unioni civili, la Russia introduce leggi più severe. Cinque rappresentanti della comunità LGBT Russia ci hanno raccontato quali sono le difficoltà con cui devono scontrarsi e se si sentono al sicuro nel proprio paese oppure no.

Alcuni partecipano a proteste che raramente finiscono in maniera pacifica, e cercano di comportarsi apertamente. Altri vivono una vita normale senza dichiarare apertamente la propria sessualità, e non capiscono cosa ci sarebbe da combattere.

Nastja, 38, giornalista; bisessuale (Stavropol, Pietroburgo):

Sono apertamente bisessuale. Questo non significa che appena conosco qualcuno lo dico subito. No, semplicemente non lo nascondo. A volte è difficile perché in Russia non sai mai come potrebbero reagire gli altri. In Russia essere aperti sul proprio orientamento sessuale può essere pericoloso.

Ovviamente, non sono stata tanto aperta sulla questione quando lavoravo in università o nella pubblica amministrazione. Lentamente ho iniziato a capire che era meglio cercare lavoro laddove mi sarei sentita a mio agio anche sotto questo punto di vista. Ora lavoro in un ambiente fantastico, in cui la maggior parte delle persone con cui collaboro vedono la mia orientazione come normale.

Dopo aver fatto outing con i miei genitori, ho iniziato a comportarmi in maniera aperta. Avevo 29 anni. Non volevo che i miei genitori sapessero della mia esperienza omosessuale, non da me. Ho fatto coming out non come bisessuale, ma come lesbica. È stato più facile in quel momento. Non volevo dare molte spiegazioni ai miei genitori e la speranza che potevo di nuovo “tornare eterosessuale”. Loro mi accettano. C’è ancora molto che non hanno capito fino in fondo, ma mi rispettano e, soprattutto, mi amano. Non abbiamo avuto conflitti per via della mia sessualità. Ma capisco che se un giorno avrò una famiglia omosessuale con un figlio, e saremo ospiti o vivremo per un po’ con loro, è molto probabile che non diranno ai vicini che è venuta a trovarli la figlia con la moglie, o la compagna, con il loro bambino.

Se mi capita di imbattermi in atteggiamenti di insofferenza? Sì. Una volta un agente di sicurezza in una tavola calda ha chiesto a me e alla mia ragazza di smetterla di abbracciarci. Per l’esattezza ha detto: «Non fatelo», quando eravamo in piedi semplicemente abbracciate. L’ha motivato dicendo che c’erano «mamme con i bambini» a guardarci. Ma so difendere i miei spazi personali e appena si è allontanato abbiamo continuato ad abbracciarci. Credo che la cosa più importante per apportare un cambiamento al modo in cui gli intolleranti si rapportano con noi sia essere visti, continuare ad abbracciarsi, a ballare in coppia, continuare a baciarsi in metro e in altri ambienti pubblici.

Qual è secondo me una minaccia reale? Il mio punto debole è che sono una mamma. Ho un figlio minorenne, di 16 anni. E quando lo stato ha fissato la legge che vieta la propaganda LGBT tra i minorenni, ha stabilito che per lui rappresento una minaccia. Sono una brava madre, una persona interessante che è stimata e rispettata, e sono anche bisessuale. Cioè, è una cosa possibile! E insisto sul fatto che sia possibile e non mi nasconderò a mio figlio, ai miei genitori, ai miei amici e tutte le persone che mi sono care. Ma capisco che se a qualcuno non piacerà il mio atteggiamento c’è questa mossa vincente da giocare e alla porta di casa mia comparirebbero le ufficiali degli organi di tutela.

Non mi sento libera tanto quanto vorrei, non mi sento al sicuro. Ma credo che la Russia diventerà un paese libero, e libero anche dai fortissimi limiti che definiscono ciò che «è giusto» e ciò che «è sbagliato» nella vita personale di qualcuno.

Aleksej, 38, economista, designer; bisessuale (Pietroburgo):

La prima volta che ho affrontato l’omofobia è stato quando ho perso la mia migliore amica. I suoi genitori vengono dal Dagestan e quando hanno saputo di me le hanno proibito di frequentarmi. Ma è stato quando sono diventato attivista LGBT sei anni fa che ho subito una vera aggressione omofoba.

Molti membri della comunità LGBT che non sono aperti in pubblico possono credere che nel nostro paese vada tutto bene. Fino a quando non prendi il tuo compagno per mano in strada. O non metti un nastro arcobaleno sullo zaino.

Durante la mia prima manifestazione in centro a Pietroburgo abbiamo rilasciato in aria dei palloncini colorati e sono arrivati dei teppisti dell’ultradestra. Un uomo con un crocefisso ha urlato a squarcia gola che dovremmo essere impiccati e gettati sotto terra. A tre metri da me un ragazzo ha tirato fuori una pistola e ha sparato a uno dei manifestanti. Poco distante, una folla di persone con i volti coperti da fazzoletti era andata su tutte le furie e ci ha insultato a gran voce. Abbiamo dovuto sospendere la manifestazione dopo cinque minuti sotto pressione della polizia. Siamo andati via in autobus, e la sera ho saputo che la folla inferocita ha attaccato su un ponte un autobus di immigrati, ha rotto i vetri, picchiato le persone a bordo (secondo un’altra versione, i nazionalisti hanno attaccato un autobus con a bordo dei gay, e hanno incontrato l’autobus con gli immigrati a situazione già calda). Nessuno è stato punito per questo.

Allora ho capito che bisogna combatterli. Entrambe le mie nonne hanno vissuto l’assedio di Leningrado. E qui è ritornato il fascismo. Allora sono andato alla nuova «Unione degli eterosessuali e LGBT per i pari diritti». È successo di tutto in questi sette anni. Il primo picchetto sul Neva, quando avevo paura di alzare lo sguardo, la sassaiola al Marsovo Pole (ndr, Campo di Marte, Pietroburgo), i manifesti strappati, le aggressioni, gli arresti violenti da parte della polizia. Le minacce su internet sono diventate un’abitudine. Ma non ci siamo fermati, abbiamo realizzato decine di azioni di protesta, e adesso Pietroburgo si è abituata a noi. In verità, la scorsa primavera ho perso il lavoro a causa del mio attivismo. Dopo la manifestazione scherzosa «LGBT-forze speciali» sono venuti dove lavoro degli agenti delle forze dell’ordine. Il mio datore di lavoro ha preferito «non rischiare» e si è sbarazzato di me.

Non di meno, mi ritengo una persona felice. In questi sei anni mi sono accettato molto più di più e ho cominciato a vivere più apertamente. È bello quando si può evitare di mentire, di nascondersi, ed essere semplicemente se stessi. Per fortuna, nessuno mi ha voltato le spalle. Credo che potremo arrivare al punto che in Russia i cittadini della comunità LGBT vengano trattati in maniera normale. Ma questo richiede tempo e sforzi. 

Andrej, 29, insegnante di inglese; gay (Rostov sul Don, Pietroburgo):

Non nascondo il mio orientamento come un segreto, ma non mi dichiaro di proposito. È comprensibile, quando il tuo lavoro è insegnare è una cosa che può danneggiare molto. Ho già avuto una brutta esperienza. Ho dovuto cambiare il mio vecchio lavoro a causa del contrasto con i genitori degli alunni. Qualcuno ha scoperto che sono gay e hanno iniziato a perseguitarmi. Per quattro mesi andare a lavoro è stato come andare verso la ghigliottina, avevano fatto la spia col dirigente. Alla fine, ho deciso di licenziarmi e vivere in maniera tranquilla. Ciò nonostante ho mantenuto un bellissimo rapporto con l’amministrazione di questo istituto, mi rispettavano come insegnante e non hanno ficcato il naso nella mia vita privata.

Non provo imbarazzo nel dire chi sono e cosa sono, ma non vado ai Gay Pride. Non fanno per me. La maggior parte dei miei conoscenti stretti e dei miei amici sanno del mio orientamento sessuale. Sono persone molto diverse, sia single, sia con famiglia. Quasi sempre le persone che mi circondano intendono la mia sessualità tranquillamente. Nella maggior parte dei casi, infatti, per le persone è tutto uguale. Tutte queste storie sulla difficile vita dell’omosessuale medio lasciamole a chi ama piagnucolare. In realtà, le persone che vengono dalla mia stessa sfera professionale sono un po’ severe a questo riguardo. In generale non mi sento perseguitato, non mi è chiaro per cosa dovrei combattere dal momento che sono gay.

La mia famiglia non sa che sono gay. Ho cercato molte volte di confessarlo a mia madre, ma ho deciso di lasciare tutto così come è. Mi sento a mio agio. Mi basta la mia consapevolezza di essere gay.

Ovviamente, sono capitate (e anche molte) reazioni negative per la mia scelta sessuale, ma non sono un pappamolle, posso reagire. Se mi sento al sicuro? Stranamente, sì. Non ho bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Non ho niente da dire a quanti sono avversi alla comunità LGBT. Non credo di dover dire qualcosa.

Il rapporto dei russi nei confronti delle persone che non hanno una sessualità “tradizionale” sta indubbiamente cambiando, ma verso quale direzione dipende dal luogo. In una piccola città o in una provincia remota, sarà sicuramente difficile. In una grande città è tutto diverso, qui ci sono molte organizzazioni apposite, più possibilità di conoscere persone come te.

Cosa rende la società russa più tollerante? Secondo me, per quanto sia banale, ognuno di noi deve cominciare da sé stesso. Chi sono e perché sono al mondo, cosa posso fare di utile? Mi sembra che queste domande siano un po’ più profonde e vaste rispetto a chiedersi della sessualità degli altri e se dormono con una persona del loro stesso sesso.

Dasha, 31, giardiniere, falegname; lesbica (Pietroburgo):

Non tutte le persone con cui ho a che fare sanno che sono lesbica. Primo, la mia vita privata non è un tema di cui sono pronta a parlare al primo incontro. Secondo, ho paura. So come la nostra bellissima società reagisce agli omosessuali e ai queer (ingl., persone che rappresentano minoranze per sessualità e genere), di quanto ci odino, disprezzino, deridano. Poi so delle violenze sui membri della nostra comunità, sia su ragazzi che su ragazze. So di omicidi di omosessuali. Tutto questo suona strano.

Cerco di non avere atteggiamenti teneri con la mia ragazza di fronte ad altre persone. Non voglio tutti quegli sguardi torvi, le risatine e le domande idiote del tipo «chi di voi fa il maschio?», non voglio attirare su di me attenzioni inutili e, forse, che minacciano guai.

Prima per me era ancora più difficile, la mia famiglia non era a conoscenza della mia omosessualità. Non ho detto nulla perché avevo paura che mia madre non mi avrebbe accettato. Ma un giorno ho capito che non è sopportabile tacere e vivere nella paura che qualcuno per caso dica di me a mia madre.

Ho fatto coming out quasi più di due anni fa. È stato il giorno più felice della mia vita. Mia mamma ha detto che mi ama così come sono e desidera che io sia felice. Ha detto: «Povera piccola mia, come sei riuscita a vivere con tale peso tutti questi anni?». Me lo ricorderò per sempre. Poi ho parlato con mio fratello minore, lui ha capito tutto in modo assolutamente tranquillo. Dopo la mia vita ha iniziato ad andare più veloce. Ho lasciato il giornalismo, che mi ha causato molti dispiaceri, ho iniziato a lavorare giardini e legno, ho troncato rapporti difficili e ho incontrato una persona che mi ha fatto scoprire me stessa.

Ma tutto questa felicità è offuscata dalla paura costante. In Russia per la società e il governo le persone come me sono degli “emarginati”, qualcosa di abominevole, depravato, di vergognoso. Alcune persone credono persino che i gay siano un pericolo per la società, per i bambini. Posso capire il motivo per cui molte persone nascondono totalmente la loro omosessualità, così è più sicuro.

La situazione in Russia non migliora. Affinché l’atteggiamento nei confronti delle persone della comunità LGBTQI migliori, credo debba crescere più di una generazione educata anche ai principi della parità di diritto, rispetto della persona e delle libertà inalienabili, e non solo agli ideali della grande nazione del passato. Non sono sicura che questo sia possibile in Russia. Veramente, per le persone qui è più semplice tacere, avere paura e odiare. Sebbene ci sarà sempre speranza nei giovani.     

Michail, 25, businessman, designer; gay (Pietroburgo)

A un certo punto mi sono stancato di vivere la mia vita in segreto. Dovevo nascondermi, trovare escamotage, e mi costava molte energie. Dopo che ho fatto coming out con i miei genitori, per me è diventato più semplice aprirmi agli altri e accettarmi. Mia madre mi ha accolto normalmente, mio padre è caduto in una lunga depressione, cerca di non fare più domande sulla mia vita privata.

Le difficoltà sono molte. Innanzitutto, è impossibile sentirsi al sicuro. È tipo una costante sensazione di pericolo. Inoltre, è impossibile avere manifestazioni affettive in strada. Quando c’è una qualche restrizione, è una cosa che avvilisce molto, porta a uno stato depressivo, mi fa sentire che non sono come tutti gli altri, che c’è qualcosa che non va in me. Finora non ho mai incontrato reazioni aggressive. Ma visto che non mi sento al sicuro, cerco di non dirlo ad alta voce. Consiglierei alle persone che sono contro la comunità LGBT di andare in terapia e pensare alla propria vita privata. Ma per questo è necessario coraggio e spesso le persone che ci avversano sono dei codardi.

In Russia si fa tutto in modo molto triste, non solo nei confronti dell’LGBT. Dal mio punto di vista, tutto ciò che è legato ai temi LGBT verrà sempre più discriminato dalla parte politica.

FONTE: Inosmi.ru, 10 Agosto 2018, Traduzione di Silvia Vitale

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