Che cos’è l’ipotesi nostratica e perché molti ne hanno paura?

La lingua è un guado nel fiume del tempo, ci porta alla dimora dei nostri antenati; ma non vi potrà mai giungere, colui che ha paura delle acque profonde…
elHä weei ʕaun kähla, aλai palhA-A na wetä, śa da ʔaʔeja ʔälä, ja-o pele uba wee…
L’albero delle lingue indoeuropee e uraliche

Georgij Starostin – Ricercatore del Centro per gli studi comparativi, capo del Dipartimento di Storia e Filologia dell’Insitut Dal’nevo Vostoka per lo studio delle culture orientali dell’Università Statale di scienze umanistiche, co-direttore del progetto internazionale “L’evoluzione della lingua” (evoluzione del linguaggio umano; Istituto Santa Fe, New Mexico) – ha spiegato a Boris Dolgin, Dmitrij Izkovič e Anatolij Kuznezov cosa è “L’albero genealogico delle lingue”,  come si ricostruiscono  e perché l’ipotesi nostratica è così importante. Lo ha fatto durante il programma “Scienza 2.0”: un progetto congiunto dei canali radio BBC News e News FM. Di seguito trovate un breve riassunto del colloquio.

Georgij Staostin
Linguistica storico-comparativa

Confrontando un gran numero di lingue, sorge spontanea la domanda sull’ordine in cui collocarle e su come classificarle. Ad esempio, se la grande famiglia indoeuropea comprende un centinaio di lingue diverse,  non significa che un centinaio di tribù diverse di lingua indoeuropea ad un certo punto si sono “alzate” per dirigersi in luoghi diversi, dove in seguito la loro lingua si è sviluppata a modo proprio.

In realtà, questo processo è stato graduale: pian piano, prima uno poi un altro gruppo  hanno cominciato a staccarsi, in seguito questi gruppi si sono disgregati in sottogruppi prendendo direzioni diverse. Il processo di disgregazione linguistica si dimostra molto facilmente attraverso il cosiddetto “albero genealogico delle lingue”. Si tratta di uno schema grafico in cima al quale troviamo la lingua proto-indoeuropea e dalla quale partono diverse diramazioni.

L’albero delle lingue indoeuropee

In questo caso, le estremità dei rami possono essere considerate tutte le lingue moderne. Ad esempio, su questo albero indoeuropeo si trova un ramo –  quello delle lingue slave, un altro ramo rappresenta invece le lingue germaniche. Si presume che in un determinato periodo, questi due rami furono più vicini: C’era il ramo proto-slavo, quello proto-germanico etc. Ma tornando al tema della classificazione: come determinare su quali rami collocare le lingue?

L’albero delle lingue, A.U. Militarev

Per fare ciò esiste un insieme di metodi rigorosi. È necessario osservare quali cambiamenti comuni si verificano tra le singole lingue derivate.  Il fatto stesso che l’inglese e il tedesco siano accomunate da particolari caratteristiche non riscontrabili in nessuna delle altre lingue indoeuropee è dimostrazione di quanto.

I cambiamenti fonetici, ad esempio:  il suono “d” che diventa “t” è una caratteristica comune a tutte le lingue germaniche. Questo è un argomento rilevante a sostegno dell’ipotesi  che queste due lingue appartengono ad un unico ramo.

Numerosi altri argomenti a sostegno si possono trovare  nella componente lessicale. Ci sono molte parole comuni tanto alle lingue germaniche quanto alle altre lingue indoeuropee, ma ci sono anche parole presenti solo nelle lingue germaniche  e non altrove. Questo a dimostrazione del fatto che ci sia una sorta di relazione privilegiata tra il tedesco, l’inglese e altre lingue germaniche. Tale relazione ci spinge a collocare queste lingue su questo ramo. E’ proprio sulla base di queste analogie che in linguistica comparativa si classificano le lingue.

Le relazioni tra le lingue

Molto più difficile è la questione della loro classificazione esterna. All’interno della famiglia indoeuropea, tutte le lingue sono collocate sui relativi rami. E che dire della classificazione esterna? Da che cosa, in realtà, trae origini la lingua indoeuropea? E’ possibile collegarla con lingue di altri rami?

А tale scopo verso la metà del ventesimo secolo furono ricostruite le lingue proto-indoeuropea, proto-semitica ed alcune protolingue euroasiatiche: uraliche, turche, dravidiche dell’India meridionale, etc. Proprio  in quel periodo fu sollevata la questione delle loro relazioni ad un livello più profondo, ipotizzando l’esistenza  di un possibile antenato comune.

Qui le opinioni dei comparatisti di tutto il mondo si divisero fortemente. Alcuni sostenevano che non è possibile andare oltre, che è un livello di ricostruzione troppo profondo, che è troppo soggettivo, dai contorni incerti, poco chiaro. Tra le ragioni del loro scetticismo:  il fatto che lingue moderne sono separate dai loro antenati da un periodo di tempo non di cinque-seimila, ma di ben dieci-quindicimila anni.

Parallelamente ci furono diversi tentativi di dimostrare che seguendo rigorosamente il metodo scientifico, sarebbe stato possibile confrontare queste ricostruzioni l’una con l’altra. È qui che il merito principale va alla scuola nazionale sovietica  di linguistica comparativa. Il nome principale legato a questa scoperta è quello di Vladislav Markovič Illič-Svitč.

Nato a Kiev,  per quasi tutta la sua vita visse e lavorò a Mosca. In origine fu un insigne slavista, si occupò di lingue slave e fece numerose importanti scoperte ma contemporaneamente  si interessò  alla questione della parentela delle lingue a un livello più profondo. Lui, riassumendo tutti i risultati raggiunti sino in quel momento dalla linguistica comparativa, propose la teoria della “parentela nostratica”.

L’ipotesi nostratica

La stessa idea di “lingue nostratiche” fu introdotta agli inizi del XX secolo dal linguista danese Holger Pedersen, che per primo pubblicò  la proposta esplicita di imparentare tra loro alcune famiglie linguistiche del Vecchio Mondo dando loro il nome di “nostratiche” dal latino “noster”, (nostro) nell’intento di distinguere le “nostre” lingue da tutte le altre.

Allora l’ipotesi non fu presa sul serio da nessuno in quanto basata su analisi approssimative invece che sui postulati fondamentali della linguistica comparativa, come ad esempio quello della  corrispondenza regolare, delle regole strutturali, etc. Il merito di Illič-Svityč è quello di aver dato una struttura scientifica a questa ipotesi, fu lui ad individuare le regole sistematiche ricorrenti  comuni alle varie ricostruzioni linguistiche.

Si tratta della ricostruzione delle lingue indoeuropee, proto-uraliche (l’antenato del finnico, estone e ungherese), altaiche (che includono il turco, mongolo e manciù-tunguso), dravidiche (comprese le lingue come il tamil), cartveliche (una piccola famiglia linguistica del Caucaso meridionale tra cui il georgiano) nonché la grande famiglia afro-asiatica, che comprende le lingue semitiche così come un gran numero di loro lontane parenti africane  come lе linguе berberе, ciscitiche, alcune lingue dell’ Antico Egitto e molte altre.

Illič-Svityč durante i suoi studi raccolse una grande quantità di materiale comparativo, sul quale, nonostante le difficoltà dell’epoca sovietica fu possibile pubblicare  un dizionario etimologico delle lingue nostratiche in tre volumi. Purtroppo il dizionario fu pubblicato solo dopo la morte del suo autore, scomparso tragicamente nel 1966 a seguito di un incidente stradale.

L’ipotesi nostratica per una vasta cerchia di linguisti rimane ancora solo un ipotesi. Molti ne hanno paura, alcuni credono che non tutto sia stato fatto con adeguata meticolosità. Sta di fatto che in seguito alla pubblicazione del suo dizionario non c’è stata nessuna svolta significativa, o meglio, non ancora. E se da una parte questo scoraggia un po’ i suoi sostenitori, dall’altra dimostra a quali livelli si sia spinto il suo autore.

Da allora, la cosa più  importante verificatasi in ambito scientifico  è che all’ipotesi nostratica si sono aggiunte un gran numero di altre ipotesi che collegano allo stesso livello di profondità altre famiglie linguistiche, del Vecchio, e del Nuovo Mondo.

Fonte: polit.ru – tradotto da Luigi Lupo

La laurea triennale in lingue all’Università del Salento, poi un viaggio studio a Mosca, poi un altro, questa volta più lungo. La magistrale in metodologia dell’insegnamento della lingua russa per stranieri all’Istituto A.S. Puškin e poi un dottorato in linguistica momentaneamente sospeso. Le andate, i ritorni.  Le passeggiate a Tret’jakovskaja la domenica e tanta neve sulla Tverskaja. Le andate e i ritorni. Le strade piene di gente a primavera il Giorno della Vittoria. I grandi classici, la ricerca della verità, della Istina cioè. Adesso l’Italia e qualche volta la Russia, per lavoro. Forse avevo sette anni quando per caso un pomeriggio, nel salone di casa, misi su un disco di Battiato. Poi chissà!

Luigi Lupo

La laurea triennale in lingue all'Università del Salento, poi un viaggio studio a Mosca, poi un altro, questa volta più lungo. La magistrale in metodologia dell'insegnamento della lingua russa per stranieri all'Istituto A.S. Puškin e poi un dottorato in linguistica momentaneamente sospeso. Le andate, i ritorni.  Le passeggiate a Tret'jakovskaja la domenica e tanta neve sulla Tverskaja. Le andate e i ritorni. Le strade piene di gente a primavera il Giorno della Vittoria. I grandi classici, la ricerca della verità, della Istina cioè. Adesso l'Italia e qualche volta la Russia, per lavoro. Forse avevo sette anni quando per caso un pomeriggio, nel salone di casa, misi su un disco di Battiato. Poi chissà!